VIAGGIO a modo MIO – parte 1: skyscanner.it

Volevo iniziare questo post con una frase ad effetto sul viaggio per attirare subito l’attenzione, qualcosa tipo…

Non dirmi quanti anni hai, o quanto sei educato e colto, dimmi dove hai viaggiato e che cosa sai.” (Maometto)

…oppure qualcosa come…

Viaggiare è come sognare:la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.” (Edgar Allan Poe)

…cosa che alla fin fine mi è sembrata un po’ banale, se non perfino scontata. Così, lasciando perdere le frasi ad effetto, vorrei dare inizio a questo esperimento. Visto che una delle mie più grandi passioni (e di sicuro non sono la sola!) è viaggiare in lungo e in largo per posare i piedi su terre in cui non hanno mai camminato, inizio a scrivere un #Quasi-DiarioDiViaggio. Dalla nascita dell’idea, alla scelta della meta, fino al viaggio vero e proprio e infine, purtroppo, al ritorno a casa.

Tenendo presente che di solito l’ispirazione nasce direttamente dalla necessità, il tutto ha avuto inizio sotto (molto sotto) Natale. Come ogni perditempo che si rispetti ero presa con l’acqua alla gola per i regali, considerato che era già il 23 dicembre! Ma niente panico! Da qualche tempo girava nella mia testolina quest’idea di prendere un paio di biglietti aerei e perdermi per qualche giorno in un’avventura all’insegna della scoperta, si perché viaggiare non è vacanza, o almeno non solo. Viaggiare è sinonimo di novità, esperienza, meraviglia. Entrare per la prima volta in un museo e vedere quell’opera d’arte che ti lascia con il fiato spezzato a metà, lì immobile a chiederti come diavolo sia possibile per un essere umano creare una meraviglia simile. Perdersi tra calle e stradine, avvolto da edifici che ti sovrastano e ti permettono di scorgere solo qualche fettina di cielo solo perché non hai ben presente cosa significhi leggere una cartina. Sederti al tavolo malconcio di una birreria con l’intento di bere una birra e finire per assaggiare metà del menù perché i piatti che ti passano accanto sono troppo invitanti. Tutto questo e molto molto molto di più è il viaggio! Torni a casa con il sorriso e la voglia di ripartire non perché hai “bisogno di staccare la spina” ma perché ti senti colmo di esperienze che arricchiscono il tuo modo di vedere le cose e ne vuoi ancora, ancora e ancora! Per mia fortuna ho trovato una persona che condivide questa sete di novità e credo che condividere questo tipo di esperienza con un anima affine le conferisca un valore aggiunto!

Ma torniamo a noi…Era il 23 dicembre e l’idea dei biglietti aerei praticamente mi si era materializzata dietro le palpebre. Ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo il foglio A4 con la stampa della carta d’imbarco! Di solito quando devo prenotare un volo europeo vado direttamente sul sito della Ryanair, poi apro la pagina accanto e vado sul sito della Easyjet e per scrupolo ci metto pure volagratis.com. Bene, questa volta no! Se è vero che è un esperimento, allora che sia un esperimento sin dall’inizio!

Questa volta ho scelto il motore di ricerca skyscanner.it e per precauzione, tanto per non farmi mancare niente, mi sono pure scaricata l’app sul cellulare, intuitiva e facile da usare, davvero utile! Comunque, mi trovo sulla homepage del motore di ricerca e la prima cosa che mi si chiede – ovviamente – è quella formulina “Da….A…“. Ecco qui il primo problema! Con il “Da…” andiamo un po’ meglio, il sito ti permette di non specificare l’aeroporto di partenza ma solo la Nazione, il che non è male se non si ha problemi a prendere un aereo a centinaia di Km da casa! Non è il mio caso! Ho fatto qualche tentativo in base alle mie esigenze: Verona, Trieste, Venezia, Bergamo. Alla fine ho scelto proprio quest’ultimo perché più economico rispetto a Venezia-Marco Polo ma con più scelta rispetto a Verona e Trieste.

Homepage skyscanner.it

Homepage skyscanner.it

La cosa bella di skyscanner.it è che non devo per forza aggiungere una destinazione (il famoso “A...” che mi ha creato un sacco di noie mentali) e nemmeno le “Date“, altro arduo step (per non dover scegliere la data basta cliccare sul calendario e scegliere l’opzione più conveniente, come “intero anno” o “tutto il mese“)! Quindi, in sostanza, la ricetta per questo esperimento è molto semplice, bastano solo tre cose:

  • nessuna meta prefissata
  • nessun “periodo” prestabilito
  • voglia di partire

Inserisco il numero dei passeggeri e VIA! A questo punto si apre una cascata, non è una metafora è proprio una cascata, di opportunità classificate in base alla Nazione e disposte in ordine di prezzo crescente. Provare per credere! Generalmente, ma non è detto, si scartano le città già visitate e quelle che “non ispirano” per concentrare l’attenzione su mete che stuzzicano e intrigano! In ogni caso skyscanner.it è un ottima soluzione per cercare ispirazione, ti mette davanti così tante opzioni che difficilmente uno non trova ciò che cerca! E se questo non fosse sufficiente basta dare un occhio alla sezione “News & Idee viaggio” per trovare una serie di articoli interessanti,ottimi per schiarirsi le idee! Se dovessi dare un giudizio al motore di ricerca, soprattutto mettendolo a confronto con le “ricerche tradizionali” di voli , gli darei un bel 9/10. Il 10 glielo conferirò solo quando sarò certa che in giro non c’è niente di meglio!!

Ah…per la cronaca, skyscanner si trova comodamente anche su Twitter e Facebook, così da essere sempre informati sulle mete più esaltanti, più calde, più economiche, o sui periodi migliori per viaggiare, per prenotare il viaggio o per pensare a un viaggio. Insomma un modo veloce e facile per trovare tanti spunti!

Adesso arriva la mia scelta personale. Dopo qualche ora passata a valutare le mete proposte ho ristretto il campo a due capitali: Madrid e Londra. Per motivi del tutto personali ho scelto LONDRA e sarà proprio lei la protagonista di questo #Quasi-DiarioDiViaggio! Congratulazioni alla vincitrice!!

Provate a vedere se c’è anche la vostra occasione: http://www.skyscanner.it/

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Steve McQueen – l’Oscar – 12 anni schiavo

Probabilmente attirerò ire e disaccordi, nonostante questo rischio mi affido al buon vecchio diritto costituzionale che garantisce la libertà di opinione e scrivo la mia recensione su 12 anni schiavo.

Steve McQueen nel 2013 dirige il vincitore del premio Oscar 2014 per il miglior film. Ma non è tutto, perché nella notte delle stelle è proprio questo lungometraggio a fare incetta di downloadnomination: miglior attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, premio che l’attrice keniota naturalizzata messicana, si è poi aggiudicata meritatamente; miglior sceneggiatura non originale a John Ridley, altra statuetta conquistata e con questa fanno tre; miglior regista; miglior attore protagonista; miglior attore non protagonista; miglior montaggio; miglior scenografia e migliori costumi. Insomma su 24 premi da assegnare, 12 anni schiavo ha lottato per aggiudicarsi ben 9 statuette! Dire che è stato uno spettacolo apprezzato dalla critica è un eufemismo.

La vicenda è tratta, come tutti sanno, da un’incredibile storia di vita vera, vissuta nel corso di un’epoca che fa ancora rabbrividire al solo pensiero dell’ingiustizia e malvagità che la denota. Uno scorcio di America che si vorrebbe dimenticare ma che rimane ben aggrappato alla coscienza di ciascuno, perché orrori come questo non restano ancorati alla terra in cui si sono vissuti, non si fermano al di là dell’oceano, arrivano ovunque ed è bene ricordarli, così che servano da monito per tutte le generazioni.

Nel 1853 un certo Solomon Northup pubblica un libro di memorie intitolato appunto “12 anni schiavo”. Quest’uomo, nato nel 1808, è lo sfortunato protagonista di una serie Copertina12AnniSchiavo-SafaràEditoredi situazioni che sembra impossibile poter racchiudere in una sola vita. Suo padre, uomo nero di nome Mintus Northup, era schiavo di una famiglia benestante di Rhode Island, la famiglia Northup appunto. Al tempo gli schiavi prendevano il cognome dalla famiglia che servivano. Quanto Mintus morì, Solomon venne reso un uomo libero per volontà dei suoi proprietari e poté rimanere nell’ex fattoria di suo padre, crescendo come uomo libero (continuo a ripeterlo perché è un concetto non scontato), leggendo, studiando il violino, creandosi una cultura generale che fece di lui un ottimo musicista e un uomo colto. Dopo essersi sposato nel 1829 e aver generato due figli, Solomon e la sua famiglia si trasferirono a Saratoga Srings (New York). La storia narra di un uomo che tenta in ogni modo di elevare il suo rango sociale per garantire a sé e alla sua famiglia una vita degna e adeguata. Si dà da fare prestandosi ai più svariati lavori: allevatore, commerciante, cuoco, violinista. Probabilmente è proprio questa sua necessità di affermazione che lo spingerà in una trappola che gli segnerà per sempre l’esistenza.

Il film di Steve McQueen non prende le mosse da così lontano, anzi, ci troviamo già nel 1841 quando l’ingenuo Solomon viene accalappiato con un’esca dorata e scintillante, e con la promessa di un lavoro redditizio viene portato a Washington DC. Quel lavoro come violinista per una coppia di artisti però non lo svolgerà mai perché Solomon sarà una delle innumerevoli vittime di rapimenti. Quando si risveglierà, probabilmente dopo essere stato drogato da coloro che gli avevano promesso un futuro invitante, non è più Solomon Northup uomo libero, sposato con due figlie e residente a Satatoga Springs, New York, è Platt, uno schiavo, e come tale viene portato nello stato della Louisiana per essere venduto al miglior offerente. Questa diventerà la sua terra per i successivi 12 anni, passerà di padrone in padrone, senza la possibilità di dichiarare a voce alta la verità su sé stesso, costretto a celare il fatto di saper leggere e scrivere, pena violente frustate ed altre torture disumane. Dovrà annullare la sua personalità, obbedire a testa bassa e sopravvivere,

Sto sopravvivendo, non mi farò prendere dalla disperazione. Mi manterrò in salute finché non verrà l’occasione di riprendermi la mia libertà!” (Solomon Northup)

Ci viene mostrata la natura disumana dei padroni schiavisti del sud, anche se non tutti sono uomini così spregevoli come quelli che si nascondono dietro un passo estrapolato dalle Scritture per giustificare la loro malvagità e ignoranza. In alcune frasi dette da uno di essi, il terribile Edwin Epps (interpretato da Michael Fassbender), si comprende perfettamente perché tutta questa storia fosse sbagliata e assurda:

Un uomo fa quel che più gli piace con ciò che gli appartiene“, frase che Epps rivolge allo stesso Solomon riferendosi alla schiava Patsey.

La storia tragica e incredibile di Solomon vuole che dopo tutti quegli anni di silenzio riesca finalmente a contattare la moglie e informarla della sua situazione. Nel film sarà un certo Samuel Bass (breve ma intensa apparizione di Brad Pitt, qui anche nella veste di produttore) a permettere a Solomon di contattare i suoi cari. Dalle memorie sappiamo che la moglie di Solomon, che lo aveva dato per morto, dopo aver ricevuto la notizia sconvolgente dal rapimento e schiavizzazione del marito, contatta un avvocato (Henry Northup, si proprio di quei Northup) il quale scova una legge dello stato di New York del 1840 che gli permette di recarsi subito in Louisiana e liberare immediatamente quell’uomo libero schiavizzato. Solomon Northup sarà liberato nel 1853, stesso anno di pubblicazione del libro di memorie.

US_Slave_Free_1789-1861

Raffigurazione della diffusione dello schiavismo negli Stati Uniti (1789-1861)

Solomon però non si limiterà a far pubblicare un libro per denunciare i soprusi che lui e altre migliaia di persone hanno e stavano subendo, diventerà un attivista, sostenitore dell’abolizione della schiavitùnamibia-schiavi-herero e sembra che abbia anche contribuito alla liberazione di diverse persone private della libertà. Denuncerà i suoi rapitori ma allora nello Stato di New York vigeva una legge che impediva ad un uomo di colore di testimoniare contro un uomo bianco. Queste persone rimarranno impunite.

La forza e l’intensità del tema trattato sono innegabili, il film ci mostra verosimili scorci di violenza inaudita, di indifferenza e di odio ingiustificati. Ma se mi chiedete se il film rispecchia davvero questi sentimenti, bé la mia risposta nella più totale sincerità è “non ne sono sicura”.

Forse in parte è colpa mia, ho sentito così tanto parlare, e parlar bene di questo film, ho letto recensioni e commenti, tutti lusinghieri e positivi, senza tener conto che in pratica 12 anni schiavo è stato incoronato film dell’anno passato, che mi sono fatta un’idea personale di come avrebbe dovuto essere. Alla fine, come succede quasi sempre quando ci si crea una qualche aspettativa, la realtà è risultata peggiore rispetto alla fantasia. Ma questo è solo il mio gusto, in realtà la regia è davvero di ottimo livello e la manciata di super star che fanno anche solo brevi apparizioni non gusta ad alzare l’asticella. Merita tutti i premi che gli sono stati assegnati, ma non possono non chiedermi se forse non sarebbe stato possibile rendere l’immagine più cruda, avvicinarla ancora di più alla realtà senza alcun timore…mah! Di sicuro non sarà l’ultimo film del genere e sono pure curiosa di veder rappresentata sul grande schermo il resto della vita di Solomon, la sua lotta contro la schiavitù, la sua tenacia nel far punire coloro che lo hanno privato della libertà, vedremo! Non mi resta che aspettare…

Perplessa per Lei…

Si avvicina la notte degli Oscar 2015, il periodo migliore per trovare in programmazione film che hanno segnato la storia e la memoria. Tra i più recenti c’è il candidato a cinque premi Oscar nel 2014, tra cui miglior film, e vincitore del premio alla miglior scenografia originale. Sto parlando di Her, toccante film scritto e diretto da Spike Jonze, interpretato da Joaquin Phoenix e dalla voce sensuale di Scarlett Johansson, doppiata per noi italiani dalla convincete Micaela Ramazzotti.

Dopo aver visto il film ho avuto qualche momento di stasi. Mi ha lasciata un po’ inquieta e pensierosa forse perché quel futuro, non meglio precisato ma decisamente imminente, in cui si svolge la vicenda è così tangibile e vicino da poter essere già domani e questo dà decisamente qualcosa su cui riflettere.

Il malinconico e tristarello Theodore Twombly (Joaquin Phoenix appunto) fa un lavoro davvero particolare: passa le sue giornate a scrivere lettere personali per conto di altre persone. Romantiche lettere d’amore, sincere parole di amicizia o di devozione tra familiari, congratulazioni per il figlio appena nato o per il nuovo traguardo raggiunto. La sua occupazione è emblematica della società che si intravede nel corso del film.

her-joaquin-phoenix-skipLe pochissime interazioni tra esseri umani sono messe in secondo piano rispetto ai molteplici scambi di esperienze con dei software appositamente creati per rendere la vita delle persone vere più organizzata e meno complicata. Basta inserirsi un apparecchio, del tutto simile a un auricolare, nell’orecchio e interagire direttamente con il proprio computer. Con pochi comandi questo legge, organizza e risponde alle mail, ti fa ascoltare la colonna sonora perfetta per il momento, ti legge le ultime notizie dal mondo.

Mentre Theodore torna a casa in metropolitana o passeggia per le strade diretto da un’amica incontra persone che non incrociano il suo sguardo nemmeno per sbaglio, tutti parlano con il loro amico di fiducia insinuato dentro l’orecchio. In questo flusso di individui che sembrano automi si intreccia la storia di un matrimonio fallito. Come una her-movie-2013-screenshot-catherine-and-theodoresequenza di istantanee che ogni tanto emergono dal ricordo si intravede la felicità che Theodore ha condiviso con una donna in carne ed ossa e mano a mano che i flash continuano si comprende come la loro spensieratezza non è destinata a durare, come il rapporto umano si sia sgretolato per lasciare dietro a sé un uomo triste e solo che, come tanti altri che lo circondano, trova conforto in quel software progettato e disegnato direttamente sulle sue esigenze e preferenze.

Samantha è la voce sensuale che esce dall’auricolare. Intrigante, divertente, spontanea, rappresenta un anima piena di possibilità, senza pregiudizi o prospettive. Lei ha già in sé tutto quello che le occorre e come se non bastasse cresce con l’esperienza proprio come ogni essere umano pensante. Quasi senza rendersene conto ci si trova immersi in una storia d’amore sui generis tra quest’omino dall’umore spesso nero e questa entità curiosa, bramosa di conoscere e sperimentare emozioni. Come sia possibile una relazione con un software è presto detto. Ci si deve calare all’interno della società che Jonze ha disegnato, dove due innamorati si affidano a uno sconosciuto per scriversi pensieri e sentimenti d’amore. Se non fosse per quelle brevi conversazioni che Theodore intrattiene con l’amica Amy (interpretata da Amy Adams) o con il receptionist Paul (breve apparizione di Chris Pratt) non ci sarebbero interazioni uomo-uomo per tutto il film.

Ecco perché alla fine ne sono rimasta perplessa, non si capisce esattamente il tempo in cui il film è ambientato ma si percepisce che non è molto lontano dai giorni nostri. Le persone si vestono proprio come noi, addirittura con uno stile tendente agli anni ’70, si spostano usando la metropolitana, vivono in appartamenti senza particolari gadget o strumenti futuristici, lavorano in uffici “normali“, solo la presenza di queste incredibili intelligenze artificiali ci rimanda ad un tempo diverso. Tuttavia, mi chiedo se davvero si tratti di un tempo diverso, se programmi come questi già non esistano, dopotutto il fatto che non si trovino nel mercato non significa che non ci siano nascosti da qualche parte in attesa del momento giusto.

Allora inevitabilmente mi sono chiesta cosa accadrebbe se le relazioni umane di fatto venissero annullate per privilegiare storie d’amore o di profonda amicizia con entità prive di fisicità? Per quanto questi software siano modellati sulle esigenze individuali, potranno davvero sostituire una persona reale?

A parte lo stato dubbioso in cui sono caduta alla fine del film, lo trovo davvero ben scritto e diretto in modo accattivante. Alcune scene si focalizzano su dettagli che potrebbero apparire irrilevanti, ma guardando lo schermo si percepisce esattamente quello che è lo stato d’animo dei protagonisti in modo che l’attenzione si focalizzi solo sulle loro voci. Una scena ricordo più di tutte, Theodore è seduto su un muretto con alle spalle un mega tumblr_n2zapfUUHJ1ru4tifo1_500schermo su cui viene proietta la discesa di un rapace sulla preda. Gli artigli sfoderati che puntano minacciosi la vittima designata e sembrano conficcarsi sulle spalle del povero Theodore. Basta guardare la scena per capire esattamente lo stato d’animo del protagonista. L’ho trovata eloquente e perfetta nella sua semplicità.

Non conoscevo il regista Spike Joanze, nome d’arte di Adam Spiegel, e questo film mi ha incuriosita, così cercando un po’ in giro ho scoperto che nel 1999 aveva diretto Essere John Malkovich. Titolo sentito e risentito non so quante volte, eppure non ho mai guardato il film. Ho cercato il trailer su youtube…dico solo che prossimamente rinnoverò la tessere del videonoleggio!

Eccovi il trailer!

Il tempismo perfetto per “Nella terra del sangue e del miele”film

Ieri sera stavo comodamente sdraiata sul divano quando, tra la noia generale, decido di guardare cosa propone Sky in prima serata. Con mia somma delusione iniziava la settima stagione di “Castle” e mia madre, che dire appassionata di tutte le serie TV di questo genere è dire poco, è andata letteralmente in brodo di giuggiole! Bene, buon per lei, io invece quello scrittore/detective non lo sopporto.

Prendo la mia copertina e mi dirigo al piano di sotto dove fortuna vuole che ci sia un altro decoder. Guardo la programmazione di Sky Cinema 1, danno “Nella terra del sangue e del miele” del 2011…

Io adoro guardare i film, li divoro praticamente, ma questo non lo avevo mai sentito! Ma…aspetta un momento! Si tratta forse dell’opera prima come regista di Angelina Jolie? Eh già, è proprio lui. In questi giorni in cui tanto si sente parlare del nuovo “Unbroken“, uscito nelle sale italiane appena qualche giorno fa, Sky decide di far vedere la sua prima creazione.

Avevo letto qualcosa in proposito ma il titolo non mi era rimasto per nulla impresso. In linea generale ricordavo solo l’ambientazione: la guerra nella ex Jugoslavia degli anni ’90. Prendo il cellulare e vado su Wikipedia, scopro che non solo la Jolie ne è la regista, ma è pure la sceneggiatrice! Brava!

Poi, come sovrappensiero, mi si affaccia nella mente un altro ricordo. Il giorno prima avevo letto alcune notizie su Twitter e c’era qualcosa relativo alla guerra nei Balcani…riprendo il cellulare. Eccola lì una notizia del ilPost: “In Croazia e Serbia non ci fu genocidio“.

“La Corte internazionale di giustizia dell’Aia (Paesi Bassi), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha respinto le accuse di genocidio che Serbia e Croazia si erano mosse a vicenda negli ultimi anni. Secondo i giudici che hanno analizzato il caso, nessuna delle due parti è stata in grado di produrre prove sufficienti per dimostrare con certezza l’esistenza di piani per compiere un genocidio, nell’ambito dei complicati e sanguinosi anni delle guerre in Jugoslavia nella prima metà degli anni Novanta.”

Ora, al di là delle opinioni personali che ognuno sicuramente si è fatto sulla questione, quello che qui intendo fare non è tanto un post di accusa o critica verso la decisione della Corte dell’Aia, e non è nemmeno un mio excursus personale sugli sviluppi di questa amara, indecente, sconvolgetene e sanguinosa vicenda europea della storia contemporanea, magari lo farò in futuro, ma non ora e non qui.

Quello di cui invece vorrei parlare è di quel film che Sky ha deciso di mandare in prima serata proprio ieri sera con un tempismo, devo dire, davvero straordinario!

3584392L’ambientazione è ormai chiara, la Jolie prende le mosse da pochi istanti prima dello scoppio del conflitto del 1992, vediamo due giovani in un locale in Bosnia. Sono belli, felici, si abbracciano, ballano e cantano insieme alla folla. Lui è Danijel un poliziotto bosniaco, lei è Ajla una pittrice mussulmana di 28 anni. Le loro razze – passatemi il termine, ma è esattamente quello che si percepisce durante il film, che sia voluto o meno dal regista – vivono in armonia, si dice. Ajla dice anche che lei è stata cresciuta senza vedere le differenze tra bosniaci, mussulmani o croati. Forse è davvero così perché sembra l’unica a non dare importanza alla diversità culturale, l’unica che rimane al di fuori dell’odio e della paura per ciò che sembra diverso. Questo almeno all’inizio…

La spensieratezza dei due ragazzi finisce troppo presto. Lo scoppio di una bomba, il fumo, il fuoco…è arrivata la guerra.

La Jolie è brava nel far vedere scene di vita comune di quegli anni: i poliziotti bosniaci che espropriano le abitazioni dei loro amici, colleghi, amanti mussulmani; le donne che vengono portate via per essere ridotte praticamente in schiavitù al servizio dei loro aguzzini; gli uomini che vengono fucilati in massa oppure vengono rinchiusi in campi di detenzione. I cecchini.

Quei due giovani si perdono, sono uno da un lato della barricata e una dall’altro, opposti ma legati, quasi due linee parallele che corrono sulla stessa distanza ma sono destinate a non incontrarsi mai.

Lei viene fatta schiava, la portano in un comando dove a capo c’è proprio lui, Danijel. Nonostante la terribile realtà circostante i due riescono a costruire un rapporto, mentendo e proteggendosi a vicenda.

Ovviamente la storia non è un idillio d’amore e non è nemmeno a lieto fine se è per quello. La protagonista qui si chiama guerra, loro due sono solo un pallido contorno.

Il film passa delle scene che mi hanno lasciato con il fiato mozzato, una in particolare. Lui entra nella stanza in cui la tiene segregata per portarle il pranzo. Ha qualcosa in mano nascosto sotto un fazzoletto, prima sorride e poi scopre il regalo: un pera verde grossa e succosa.

“Probabilmente l’ultima pera di tutta la Bosnia” le dice.

Ecco, inconsapevolmente ho visto l’entrata del supermercato dove vado di solito. Proprio all’inizio sono sistemati i banchi di frutta e verdura. Come in ogni supermercato che si rispetti ce ne sono molti e lì i colori, e qualche volta anche i profumi gradevoli, ti accolgono. Ajla si emoziona – letteralmente – davanti alla sua pera. Quella breve scena, guardando i suoi gesti mentre la morde e l’estasi dipinta sul suo viso dopo il morso, mi ha scombussolata.

Io che le pere nemmeno le guardo quando passo in mezzo a tutto quel ben di Dio a mia completa disposizione, io che lì posso prendere tutto quello che voglio basta pagarlo, noi che non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo.

Alti e bassi quindi in questo film. La trama in sé lascia un pochino a desiderare, non so se sia voluto o meno, ma le fatalità che si incontrano via via nel film sono incastrate alla perfezione, tutto funziona senza intoppi. Un pò troppo costruito forse.

La cosa che mi ha lasciata più perplessa però sono i dialoghi. Tutti i dialoghi. Privi di sostanza, di energia. Le emozioni forti non vengono dagli attori, vengono dalla scena. Non che loro non siano all’altezza (a proposito sono entrambi bosniaci, nati a Sarajevo: lei è Zana Marjarovic, lui è Goran Kosic), credo dipenda tutto dalla pochezza del discorso.

Così, un pò incerta sulla mia percezione, ho sbirciato qua e là e indovinate un pò? La Jolie il film l’ha girato in serbo! Quali siano state le sue intenzioni è abbastanza evidente, ciò che invece non aveva calcolato è stata l’accoglienza del pubblico americano. Se il suo intento – come io credo – era quello di rinfrescare la memoria all’uomo di oggi sulle atrocità e i massacri che sono stati compiuti in quelle terre dimenticate, non ha centrato il bersaglio, anzi…se possibile l’ha allontanato ancora di più.

In ogni caso ne consiglio la visione perché è sempre bene sapere cos’è accaduto a pochi km di distanza da qui.

Io sono nata nel 1987 e di questa guerra non ne ho mai saputo nulla. Ora, dopo questo film e le altre molteplici fonti in merito, ne so qualcosa in più.

Se vi va guardate “Resolution 819” di Giacomo Battiato, un dipinto che merita di essere visto.

La curiosità come guida

il Gusto di Scoprire nasce da quello che muove praticamente ogni mia decisione…la CURIOSITÀ!

La voglia di cercare qualcosa di nuovo e diverso, che mi faccia uscire dalla mia zona familiare e mi faccia scoprire una nuova passione, mi accompagna sempre, anche nelle cose più semplici. Ciò che non appartiene alla mia cultura mi incuriosisce, è fonte di ispirazione e alla fine è diventata la mia droga personale…devo cercare, devo leggere, devo vedere, devo gustare! Non ne ho mai abbastanza!

È da tempo che mi gira in testa l’dea di creare un luogo in cui poter scrivere di tutto ciò che stimola la mia fantasia e curiosità, è proprio per questo che ho creato il blog. Scriverò delle mie passioni, prime fra tutte il cinema, la cucina e i viaggi, ma non ci sono regole…via libera a tutto quello che mi ispira e strada facendo mi immergerò nel gusto di scoprire!