Riso rosso con salmone marinato all’arancia e verdure in salsa di soia

Sabato…tardo pomeriggio…

Cosa mangiamo sta sera?

Mah…andiamo al supermercato?

Ok, aspetta che vediamo se c’è qualcosa di interessante al banco del pesce…

Appoggiati pigramente sul ghiaccio ci sono degli splendidi tranci rosati che quasi urlano per chiamarti! Non c’è più alcun dubbio…sta sera si mangia salmone!

Ingredienti (per tre persone oppure due con tanta fame!):

  • Riso rosso di Camargue (io opto sempre per il buon vecchio metodo delle tazzine da caffè: una a persona, più un po’)
  • 1/2 cipolla
  • 1 carota
  • 1 zucchina
  • 2 tranci di salmone
  • 2 cucchiai di salsa di soia
  • 1/2 arancia (serve sia la buccia che il succo)
  • timo (meglio fresco, è più profumato)
  • brodo vegetale (quanto serve)
  • sale, pepe, olio d’oliva

Tempo di preparazione: 20 min + 1 h circa di cottura del riso

riso rosso con salmone e verdure alla soiaPrima di tutto dobbiamo lessare i nostri bei trancetti di salmone nell’acqua bollente (non salata). Da quando l’acqua bolle ci vogliono 3/5 min, non di più. Scolate il salmone e curatelo con attenzione, togliendo tutte le spine e la pelle. Fatelo grossolonamente a pezzettoni e mettetelo a riposare su di un piatto fondo con dell’olio, il succo di 1/2 arancia, del timo e la buccia della 1/2 arancia tagliata a pezzettini. Coprite con la pellicola e lasciate marinare in modo che il salmone assorba i profumi e i sapori.03 riso rosso con salmone e verdure alla soia

Nel frattempo dedichiamoci al riso. Scaldate l’acqua per il brodo, in questo caso non avevo niente di pronto e ho preferito non usare l’acqua di cottura del salmone, quindi ho dovuto ripiegare sul buon vecchio dado vegetale, ma se voi preferite usare l’acqua del salmone fate pure, magari salatela un pochino prima.

01 riso rosso con salmone e verdure alla soiaTritate finemente 1/2 cipolla e sporcate una padella capiente con dell’olio d’oliva. La carota e la zucchina andranno tagliate stile “fiammifero” e una volta pronte, dovrete mettere a soffriggere, a fuoco medio, insieme alla cipolla già dorata, buttandoci dentro prima la carota 02 riso rosso con salmone e verdure alla soiae dopo una decina di minuti, la zucchina. Salate e pepate a piacere, e sfumate con un paio di cucchiai di salsa di soia. Non esagerate con il sale perché già la salsa di soia è bella salata e poi contate che ci aggiungeremo il pesce, anche lui già salato e saporito.

04 riso rosso con salmone e verdure alla soiaTrascorsa una decina di minuti, quando le verdure sono ancora croccanti, buttate il riso rosso nella padella e fate amalgamare gli ingredienti per qualche minuto a fuoco basso, dopodiché coprire con il brodo e lasciate cuocere il riso. Ci vorrà circa un’ora per la completa cottura, mescolate di tanto in tanto e assaggiate, se serve aggiustate di sale e pepe.

Quando il riso sarà cotto e avrà assorbito tutto il brodo versato, aggiungete il salmone senza le bucce d’arancia, mescolate un pochino ed eventualmente rompete in parti più piccole i pezzi più grandi. Ecco fatto! Un primo goloso e molto profumato…non vi farà sfigurare! Promesso!

05 riso rosso con salmone e verdure alla soia

BUON RISO ROSSO CON SALMONE ALL’ARANCIA E VERDURE IN SALSA DI SOIA, A TUTTI!

Pollo e mazzancolle al curry e cocco

La cucina etnica è ricca di profumo e sapori intensi che nella nostra tavola spesso mancano. Ho provato diversi piatti di questo tipo e credo che tra tutti, la cucina indiana sia quella che maggiormente rispecchia l’idea di cibo profumato, dal gusto deciso e dai molteplici sapori. Le poche volte – purtroppo – che mi è capitato di mangiare in un ristorante indiano, ho sempre ammirato la maestria con cui vengono mescolate spezie diverse nello stesso piatto, come una non prevalichi mai l’altra e insieme formino un connubio perfetto di sapori. Pensavo fosse impossibile da replicare, non conoscendo questa tradizione culinaria, invece credo che con un po’ di allenamento nell’uso delle spezie e soprattutto assaggiando, sia possibile ricreare piatti etnici favolosi. Oggi ho provato una rivisitazione di un piatto unico tipico in India: pollo e gamberi al curry, accompagnato con riso basmati.

Ingredienti per 4 persone:

  • 500 gr di petto di pollo
  • 300 gr di mazzancolle fresche
  • 1 cipolla
  • 1 carota (io ho usato le carote viola, le ho viste lì e mi hanno fatto gola, ma usate tranquillamente quelle “normali”)
  • 2 coste di sedano
  • latte di cocco q.b.
  • yogurt greco (o magro) q.b.
  • curry
  • riso basmati (circa 250 gr, o comunque la dose che di solito fate per un risotto per 4 persone, io uso l’infallibile metodo delle tazzine da caffè: 4+1)
  • chiodi di garofano
  • sale
  • olio

2 pollo e mazzancolleTempo di preparazione: 1 h di marinatura del pollo + 30 min cottura + 10/15 min cottura riso

Preparate il petto di pollo tagliandolo a quadrattini e 1 pollo e mazzancolleponetelo in un piatto fondo, cospargente la carne con il latte di cocco e lasciate riposare per un’oretta. Così il pollo resterà morbido morbido e cucinandosi sprigionerà anche l’aroma del cocco.

3 pollo e mazzancolleMettete a bollire dell’acqua e quando sarà pronta immergete le mazzancolle intere, senza salare. Trascorsi 2 minuti, sgocciolate le mazzancolle ma non buttate via l’acqua di cottura, ci servirà. A questo punto dedicatevi alla cura dei pesciolini, ci servono solo le code, quindi tagliate le teste e ributtatele nella pentola in cui le avevate cucinate, togliete il carapace e mettete le code da parte.8 pollo e mazzancolle

Tritate finemente, magari con l’aiuto di un mixer, 1/2 cipolla, la carota e il sedano. In una padella con un po’ d’olio fate soffriggere il tutto. A fuoco alto fate rosolare il pollo, prima 4 pollo e mazzancoleesgocciolato dal latte di cocco, finchè tutti i lati dei cubetti non saranno bianchi, abbassate quindi al minimo e aggiungente 1 o 2 mestoli di acqua di cottura delle mazzancolle.

Dedichiamoci quindi al riso. Prendete l’altra mezza cipolla e infilzatela con alcuni chiodi 6 pollo e mazzancolledi garofano, mettetela quindi a rosolare in una padella con dell’olio. Versate nella padella il riso basmati e mescolate un poco, il riso assorbirà in parte l’olio. A questo punto cospargete con il brodo di teste di mazzancolle, aggiungete del sale fino e terminate la cottura del riso.

Nel frattempo abbondate di curry sul pollo, proprio dateci dentro senza ritegno e 7 pollo e mazzancolleaggiustate di sale, se vedete che il pollo è ancora duro, aggiungete ancora acqua di cottura. Quando il pollo è bello tenero aggiungete le mazzancolle e ancora giù di curry5 pollo e mazzancolle e un pochino di sale. Unite lo yogurt con quel che resta del latte di cocco (se ve ne resta, se no, niente paura) e versate il tutto nella padella. Sempre a fuoco lento, fate addensare il composto. Non versate lo yogurt se prima non è evaporato tutto il brodo.

Ottimo lavoro! Adesso non resta che servire il tutto bello caldo!

pollo e mazzancolleBUON POLLO E MAZZANCOLLE AL CURRY E COCCO, A TUTTI!

Il mago – di L. Grossman

Dopo aver letto questo romanzo ho capito una cosa che forse per molti è una ovvietà, ovvero che è molto più semplice scrivere la recensione di un libro che ci è piaciuto, piuttosto che di uno che non abbiamo apprezzato. Non senza difficoltà mi sono quindi ritrovata a parlarvi di questo romanzo di Lev Grossman, autore americano, di Brooklyn, nato nel 1969. Grossman è critico letterario del settimanale Time e autore del bestseller Codex (2005). Il mago è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2009 ed è stato per lungo tempo nella lista dei libri più venduti secondo il New York Times, ricevendo una straordinaria accoglienza della critica. Bene, forse io sono l’eccezione che conferma la regola.

Prima di tutto devo fare una piccola precisazione, l’edizione che ho acquistato, e su cui si basa questa recensione, è della Rizzoli (2010) nella traduzione di R. Valla. Ora, purtroppo devo dire di aver trovato moltissimi errori di stampa che hanno – in alcuni casi – spezzato il testo con evidenti conseguenze negative. Credo inoltre che la traduzione non sia delle migliori, mi sono persa più di qualche volta durante la lettura e sono duvuta tornare indietro per rileggere e cercare di interpretare. Questo, non penso sia stato l’intento dell’autore, perchè non si tratta di una cosa sistematica, quindi ho dedotto che si tratti di errori di traduzione, ma…potrei sbagliarmi.

Il mago descrive gli anni di vita di un teeneger, Quentin, annoiato e già stanco della sua vita da diciasettenne. Come capita spesso, percepisce la vita come una misera condanna, i genitori sembrano non accorgersi della sua esistenza e non si curano di lui, i suoi migliori amici, James e Julia, sono una coppia e ovviamente Quentin è innamorato di Julia, la quale, pur sapendo cosa prova il poveretto per lei, non lo caga di striscio. La vita del giovane Quentin viene stravolta dal ritrovamento del cadavere del professore presso cui doveva sostenere il colloquio per il college. Nella casa vittoriana di questo signore Quentin e James fanno un incontro particolare con un ragazza, un paramedico, un po’ sui generis. La ragazza porge a Quentin e James, due buste con su scritti i loro nomi. Quentin prende la sua, James no.

Da qui inizia una nuova vita per il nostro ragazzo annoiato, si scoprirà infatti che la sua abilità nei giochi di prestigio con carte o monete non è solo frutto di assiduo allenamento e una buona dose di fortuna, ma anche di una componente innata che alberga da sempre dentro di lui. Quentin è un mago e come tale frequenterà un college di maghi: Brakebills. Seguono pagine su pagine di descrizioni del college, delle lezioni, dei personaggi…Cinque anni condensati in una parte interminabile del libro, anche abbastanza noiosa. Ci sono solo un paio di momenti coinvolgenti, quello dell’attacco alla scuola, o meglio, alla classe di Quentin, della cd Bestia e quello in cui Quentin incontra di nuovo la sua amica Julia, per scoprire che non aveva passato il test preliminare per entrare nel college. Poi, solo descrizioni. Quentin che affronta le lezioni del primo anno e inizia a studiare incantesimi, Quentin che conosce nuove persone, come Alice, Quentin che fa a pungni con Penny, Quentin che entra a far parte del gruppo dei Fisici e stringe una forte amicizia con Eliot, Jenet e Josh, Quentin e alcuni compagni del quarto anno che vengono trasformati in oche e migrano fino all’Antartide…Troppo lungo, troppe descrizioni che si accavallano e sormontano, apparentemente prive di senso logico. Grossman ci riempie la testa di informazioni e di fatto non succede mai nulla.

Quentin e Alice si laureano. Vengono accolti dagli altri Fisici, laureati l’anno prima, Eliot, Jenet e Josh – cui si aggiunge anche un certo Richard, di cui non si sa niente – nel loro appartamento a Manhattan. Grossman dedica un’altra parte del romanzo a descrivere e descrivere cosa succede nella vita persa, e ancora una volta annoiata, di questi maghetti. Alcuni di loro sono alcolizzati, anche Quentin ci va vicino, non fanno niente di produttivo dalla mattina alla sera. Bevono, si drogano, fanno sesso. Un’altra parte del romanzo quasi inutile, anche qui non succede niente di rilevante per la trama della stroria.

Bisognerà aspettare la terza parte, a libro quasi concluso, per avere un po’ di azione e perchè succeda veramente qualcosa. Quentin, sin da quando era un bambino, è ossessionato da una serie di romanzi dedicati ad un mondo fantastico chiamato Fillory. Conosce molto bene le storie, i protagonisti, i personaggi che popolano questo mondo e le dinamiche del tutto particolari che lo animano. Scoprirà che quel mondo esiste davvero e non è solo il frutto della fantasia di un romanziere. Grazie alla scoperta di una delle persone che più detesta, Penny, Quentin riuscirà ad entrare a Fillory e forse qui otterà la rivincita della sua vita. Crede che sia questo il suo destino, solo a Fillory potrà ottenere quella felicità che per tutta la sua breve esistenza gli è stata negata o portata via, come lui stesso afferma più di una volta.

Vi ho già anticipato anche troppo del romanzo, ma dal mio punto di vista non c’è niente di più di questo. Nella copertina si cita il Washington Post: “Se sentite la mancanza di Harry Potter, questo è il libro che fa per voi”. Premesso che non ho mai letto Harry Potter e mai lo leggerò, credo che associare Il mago a una serie come quella di J.K. Rowling che in 10 anni (arco di tempo in cui sono stati pubblicati i 7 romanzi che costituiscono la serie) ha venduto circa 450 milioni di copie, è esagerato e decisamente fuori luogo. Per dirla terra terra, è una mera bugia!

Detto questo, non vorrei scoraggiarvi del tutto, qualcosa di buono c’è, ma bisogna appunto aspettare la fine per rendersene conto. Mi è venuto in mente il film The tourist, quello con Johnny Depp, un film noioso e scontato, se non fosse stato per il finale – e si può dire senza esagerare – a sopresa, dal mio punto di vista non varrebbe una pippa. Lo stesso ho pensato per Il mago, non che ci sia un finale a sopresa, attenzione, diciamo piuttosto che tutte le descrizioni delle centinaia di pagine precedenti trovano un senso. Insomma, Grossman alla fine non fa altro che unire i puntini numerati e portare alla luce l’immagine conclusiva.

Il Mago

Il mago di Lev Grossman, Rizzoli, 2010

Arancia meccanica – Il libro

Anthony Burgess è uno scrittore inglese nato nel 1917 e morto nel 1993. È considerato uno dei più grandi autori inglesi del Novecento e non mi sento nè di criticare nè commentare quest’affermazione.

Nel 1962 scrive un capolavoro che plasmerà e confonderà l’immaginario collettivo degli anni avvenire, diventando poi un cult: A Clockwork Orange. In Italia viene pubblicato per la prima volta nel 1969 con il titolo Un’arancia ad orologeria. Nel 1971 Stanley Kubrick ne farà un film che non ha bisogno di presentazioni, noto in Italia come Arancia meccanica. Burgess ha sostenuto che romanzo e film sono un caso esemplare di complementarietà tra diversi linguaggi artistici, pertanto la Einaudi, nell’edizione del 1996, ha preferito il titolo Arancia Meccanica.

Burgess viene così descritto: “critico letterario, esperto conoscitore di musica, uomo di interessi molteplici e sperimentatore di linguaggi“. Penso che per certi aspetti questa descrizione lo avvicini ad Alex, il protagonista. Sin dalla prima volta in cui ho visto il film di Kubrick ho pensato che Alex e i suoi tre “soma“, Georgie, Pete e Bamba, fossero solo dei teppistelli senza cervello dediti esclusivamente a dispensare violenza gratuita. Sono vandali, stupratori, picchiano i malcapitati per strada, si azzuffano con altre gang, rubano nei negozi e distruggono tutto quello che incontrano. Leggendo il romanzo di Burgess ho capito che dietro a questi quattro quindicenni, forse c’è di più.

I fatti sono narrati direttamente da Alex (il Vostro Umile Narratore), il quale a volte si rivolge direttamente al lettore, eliminando le distanze tra noi e lui, tra la nostra moralità e la sua idea di stare al mondo. Lui crede in ciò che fa, nella violenza e nella cattiveria che gli scorrono nelle vene. Alex pensa questo:

Ma, fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi su qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perchè il contrario? Se i martini sono buoni è perchè così gli piace, e io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo l’altra parte. In più, la cattiveria viene dall’io, dal te o dal me e da quel che siamo, e quel che siamo è stato fatto dal vecchio Zio o Dio ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i non-io non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici e le scuole non possono ammettere il male perchè non possono ammettere l’io. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli io coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, questo dico io. Ma quello che faccio lo faccio perchè mi piace farlo.

Confusionale? Vi sentite un tantino spaesati dopo essere entrati per pochi secondi nella testa di questo ragazzino? Bè, vi dirò, Alex – o meglio Burgess – usa un linguaggio inedito, fantasioso e personale, in realtà tutti i personaggi a cui si da voce parlano in modo “strano”. Leggendo le prime dieci pagine ho pensato una cosa tipo: “ma che cavolo stanno dicendo questi?!“. Capivo poco niente, il testo è pieno di sostantivi di uso comune che vengono cambiati con parole inventate di sana pianta. Poi, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a capire ogni frase senza neanche dover soffermarmi a pensare in quale ambito avesse già usato il verbo “locchiare” o in quale frase avesse inserito la parola “martini“. Questo, secondo il mio modesto parere, è STRAORDINARIO! Burgess era un genio.

Il personaggio che ha costruito e su cui è incentrato tutto il romanzo, visto che è proprio lui il narratore, è a dir poco inquietante. Non è soltanto un teppista carico di cattiveria e violenza, questo ragazzo è molto intelligente, conosce la musica, ama maestri come Beethoven e Bach, sa parlare in modo impeccabile, da vero uomo acculturato, ad un certo punto sembra interessarsi anche alle Sacre Scritture. Quello che mi inquieta è che ogni elemento o caratteristica che dovrebbe elevarlo rispetto alla condizione in cui si trova, viene travisata da Alex stesso: immagina scene di violenza inaudita sulle note della Nona, questa splendida musica diventa il veicolo per eccittarsi nell’immaginare di fare del male e nel veder scorrere il sangue; quando legge la Bibbia non si sofferma sul suo significato profondo, ma trova interessante la tortura impartita a Gesù immaginando di essere uno dei soldati che lo frustano. Insomma…il suo cervello è sicuramente deviato e credo che questo faccia ancora più paura rispetto ad una persona che crea violenza senza rendersene conto. Alex sa quello che fa…è fin troppo intelligente.

Inevitabilmente la spavalderia e gli atti criminali faranno finire Alex nei guai. Dovrà affrontare la terribile realtà del carcere a soli quindici anni. In realtà si tratta di un ragazzo di una cattiveria inconcepibile che neanche il carcere riuscirà a cambiare. Burgess ci fa assistere alla parabola di cambiamento morale che un sistema penitenziario al collasso cerca di impartire ai detenuti per correggerne il comportamento, per estirpare il male dalla loro mente e dal loro corpo. Una tortura degna del Terzo Reich che toglie alle persone la possibilità di scegliere e di discernere il bene dal male. Non insegna proprio nulla, non rieduca, semplicemente toglie qualcosa che lo Stato ritiene malvagio, inserendo la sensazione di malessere nel soggetto ogniqualvolta questi anche solo pensa a nuocere ad altri. Burgess la chiama “terapia del disgusto“. Di fatto i criminali vengono trasformati in macchine, in automi…arance meccaniche? Un’impresa destinata inevitabilmente al fallimento.

Il genio narrativo di Burgess è indiscutibile, non solo per il suo modo di narrare le vicende ma anche e soprattutto per il contenuto di questo romanzo. Alex non è mai “guarito”, come sostenevano gli ideatori delle torture subite in carcere, sebbene avesse il voltastomaco ogni volta pensasse a far del male, lui non ha mai smesso di desiderare la violenza. Il suo primo approccio verso il mondo era sempre e comunque orientato dalla cattiveria, di conseguenza non può di certo dirsi guarito. Quello che sconvolge è l’idea di poter estirpare il male dalle persone togliendo ad esse la facoltà di scelta. Magari quelle persone sono poi portate ad agire secondo il bene, ad essere generose ed altruiste, ma se non hanno la possibilità di scegliere, possono ancora definirsi “persone”?

Arancia meccanica

Arancia Meccanica, A. Burgess, Einaudi, Tascabili, 1996

Vi lascio con una curiosità: “Il titolo è la cosa più facile da spiegare. Nel 1945, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra, ho sentito un cockney ottantenne dire di qualcuno che era «sballato come un’arancia meccanica». L’espressione m’incuriosì per la stravangante presenza di linguaggio popolare e surreale. Per quasi vent’anni avrei voluto utilizzarla come titolo per qualche mia opera”. (A. Burgess, lettera inviata al Los Angeles Times, 1972).

Crostata con crema e marmellata di lamponi

Amo le torte, i dolcetti, i biscotti e qualunque cosa zuccherosa. Quando ho un po’ di tempo libero cucino qualcosa – preferibilmente dolce – perchè ho scoperto che è un perfetto antistress. Che si segua una ricetta o si inventi un piatto, non ha importanza, è liberatorio concentrarsi solo su movimenti manuali, sulle dosi, sulla bellezza della creazione e poi quando alla fine si sforna il dolce o si impiatta, è impossibile non sentirsi soddisfatti. A tutto questo aggiungo che adoro sporcarmi le mani di farina! Oggi mi è venuta voglia di pasta frolla perchè è un sacco di tempo che non la faccio, ho preso la ricetta che uso di solito e ho ridotto le dosi, in quanto eccessive. Ci sono diversi modi per fare la pasta frolla, io uso quello che tra poco vi svelerò e mi sono sempre trovata bene!

Ingredienti per la pasta frolla (dosi per una tortiera di 26/28 cm con bordo basso):

  • 300 gr di farina 00
  • 120 gr di burro freddo, appena estratto dal frigo (considerate che più aumentate la dose di burro, più friabile sarà la pasta, quindi se sbagliate qualcosa dovrete aggiustare aumentanto la dose di farina)
  • 150 gr di zucchero (più zucchero, più croccantezza)
  • 1 uovo intero + 2 tuorli
  • sale q.b.
  • scorza di mezzo limone grattuggiata (purtroppo non avevo limoni, ho quindi ripiegato sulla boccetta di aroma artificiale), c’è anche chi aggiunge i semini di vaniglia o l’aroma artificiale, se vi piace ci sta molto bene, anche se devo dire che l’aroma di limone è abbastanza forte e tende a coprire gli altri

14 crostataIngredienti per la crema pasticcera:

  • 500 ml latte fresco
  • 4 tuorli d’uovo
  • 40 gr maizena (o amido di mais, si usa come addensante e la trovate in qualsiasi supermercato nel settore delle farine o dei dolci)
  • 150 gr zucchero
  • 1 bacca di vaniglia
  • scorza di mezzo limone

Ingredienti ulteriori:

  • Marmellata di lamponi q.b. (se non vi piace potete sostituirla con la marmellata ai mirtilli rossi o ai frutti di bosco, altrimenti andate sul classico con la marmellata di fragole)
  • Scaglie di mandorle

Tempo di preparazione: 30 min + 30 min di riposo (pasta); 30/40 min di cottura

Iniziamo con il preparare la pasta frolla. Come accennavo, ci sono diversi metodi, io preferisco quello che viene chiamato “sabbiatura”, ovvero 13 crostatarendere la farina e il burro una specie di sabbia con il mixer. Estraete il burro direttamente dal frigo e tagliatelo grossolonamente a pezzi, setacciate la farina dentro al mixer, aggiungete un pizzico di sale e azionate a velocità bassa. Dovrete evitare di surriscaldare eccessivamente il burro. Il composto dovrà risultare come questo:

12 crostataA questo punto le possibilità sono due: 1) Impastare a mano: su una spianatoia versate 11 crostatail composto di farina e burro, create la classica fontanella e mettete al centro i tuorli, l’uovo intero, lo zucchero e gli aromi, impastate finchè non otterrete un panetto liscio e compatto; 2) Impastare con la planetaria usando il gancio a farfalla: versate il composto e unite uova, zucchero e aromi, azionate la planetaria a velocità 2.

10 crostataQuando il composto si stacca dalle pareti della planetaria potete estrarlo e formare un panetto compatto lavorandolo un poco con le mani. Avvolgetelo nella pellicola trasparente e mettetelo a riposare in frigo per almeno 30 minuti.

9 crostataNel frattempo dedichiamoci alla crema pasticcera. Montate i tuorli con lo zucchero con uno sbattitore elettrico finchè non otterete un composto chiaro e schiumoso. In un pentolino mettete a scaldare il latte con la scorza di limone (solo la parte gialla) e i semi della bacca di vaniglia, senza farlo bollire. Setacciate la maizena nel composto di uova e zucchero mescolando preferibilmente con una frusta fino a quando non otterrete una crema liscia e senza grumi. Versate un po’ di latte caldo nel composto e continuate a mescolare con la frusta, è importante eliminare tutti i grumi. Mettete la crema di nuovo sul fuoco (molto basso), unendola quindi al latte rimanente nel pentolino, e continuando a mescolare fatela addensare, quando avrà raggiunto la densità desiderata riponente la crema in una ciotola preferibilmente di vetro e copritela con la pellicola trasparente che dev’essere direttamente a contatto con la crema. Lasciatela raffreddare.

8 crostataTrascorsa la mezz’ora di riposo della pasta, imburrate e infarinate lo stampo che avete scelto. Infarinate anche una spianatoia e usando il mattarello tirate la pasta, io la preferisco abbastanza sottile, però potete decidere lo spessore che preferite, chiaramente dovete poi stare attenti 7 crostatain fase di cottura. Tirata la pasta prendete lo stampo e con un coltellino tracciate il contorno lasciando almeno un centimetro di lasco (in sostanza tenete conto che c’è anche il bordo). Trasferite la pasta nello stampo e fatela aderire alle pareti. Bucherellatela poi con una forchetta. A6 crostataccendete il forno a 175° in modalità ventilato e versate sulla base la crema intiepidita. Livellate con una spatola e infornate per almeno 15/20 minuti (se la pasta è più spessa dopo 15 minuti controllate la cottura ed eventualmente procedete per altri 5 minuti).5 Crostata

Finchè la prima fase di cottura viene ultimata, con la pasta restante create delle striscioline che andranno a coprire la parte superiore della torta, in modo da creare la classica trama intrecciata da crostata. In un pentolino mettete a scaldare la marmellata con un pochina d’acqua per ammorbidirla e renderla più fluida.

4 crostataTrascorso il tempo, estraete la torta, versate sopra la crema la marmellata, distribuendola bene in ogni parte e uniformemente, cospargete poi la superficie con le scagliette di mandorle e completate con le striscioline di 3 crostatapasta. Infornate nuovamente per 15 minuti o comunque fino a quando anche la pasta aggiunta da ultimo non si cuoce e assume quel bel colorito dorato.

Quando la torta si sarà raffreddata cospargete di zucchero a velo…

2 crostataBUONA CROSTATA DI CREMA E LAMPONI A TUTTI!!!

La 25°ora – Il libro

Tu cosa faresti nel tuo ultimo giorno di libertà? Quali sarebbero le tue priorità, la prima cosa che faresti, quella che sembra essere la più importante di tutte? Se la mattina seguente dovessi salire su un autobus diretto in una prigione di Stato…Se per quella manciata di ore che ancora ti separano dall’inevitabile sei consapevole che per sette anni ogni singola cosa che vedi ora non la vedrai più…Se per questo tempo illusorio macerassi l’idea che la tua donna ti ha venduto…Se…

Di una cosa sono certa, quelle sarebbero le peggiori ore della tua vita.

Montgomery Brogan ha ventisette anni e una vita anche fin troppo eccitante. Quando gira per le strade di New York nel suo cappotto di cammello con Doyle al guinzaglio, la gente lo guarda. Non perchè è famoso…no, non per questo. Di certo è un ragazzo avvenente: folti capelli scuri, naso fino, occhi di un verde disarmante. Tuttatavia il motivo per il quale Monty attira l’attenzione della gente è un altro. È uno spacciatore, tanto per dirla semplice, ha iniziato vendendo marijuana ai ragazzi bene della scuola bene che frequentava e da cui è stato buttato fuori. Ancora prima che i suoi fedeli amici prendessero il diploma, Monty possedeva già il suo bel appartamento e aveva le tasche gonfie di quattrini. Voleva continuare quella vita solo per altri sei mesi, poi avrebbe chiesto al suo amico Frank Slattery di aiutarlo a investire tutti quei soldi, insomma avrebbe smesso.

Monty è giovane, bello, intelligente, pieno di soldi e con una ragazza fantastica, Naturelle. Il problema è che alla fine ha esagerato, ha peccato di avidità e dopo aver tirato la corda decisamente troppo a lungo, è stato beccato dalla DEA. Sono arrivati una mattina presto al suo appartamento, Naturelle li ha fatti entrare. Quei tre tizi erano completamente a loro agio, quello che sembrava il capo si è accomodato sul divano, mentre gli altri due girovagavano per l’appartamento col naso all’insù come due turisti al museo. Sapevano esattamente dove cercare…Qualcuno aveva venduto Monty.

Arresto, processo, cauzione, il bar del padre come pegno, condanna: sette anni rinchiuso nella prigione di Otisville, una delle peggiori. Montgomery è un bel ragazzo, lì dentro non durerà per sette anni.

Cosa farà Monty nel suo ultimo giorno di libertà? In genere, quando un amico parte per un viaggio lungo, gli si fa una festa d’addio. Di sicuro quella data in onore di Monty sarà la festa più triste e macabra di sempre. Tutti sanno che probabilmente il bel ragazzo non uscirà da Ottisville e che, anche se ne dovesse uscire, tutto sarà diverso: non ci saranno più Monty e Naturelle, la quale sicuramente non lo aspetterà per sette anni, difficilmente ci sarà ancora il trio delle superiori, Monty, Slattery e il buon vecchio Jacob Elinsky, il professore impacciato con pensieri proibiti verso le sue studentesse diciasettenni.

La vita cambia troppo drasticamente in sette anni e se già adesso i tre amici hanno preso strade diverse, di sicuro quando Monty uscirà, le cose che avevano in comune saranno praticamente nulle.

Un romanzo che si snoda tra momenti presenti e momenti passati, come un nostalgico flash back che avvolge i protagonisti. Ognuno ricorda qualcosa di bello o qualcosa di tragico che sarebbe meglio scordare, su Monty e sulle loro vite passate. È strano sapere che il tuo migliore amico, il tuo fidanzato, tuo figlio, sparirà dalla circolazione per sette lunghi anni. Sembra quasi impossibile da credere.

David Benioff ci aiuta in questa impresa così difficile e angosciante. La 25°ora è il suo romanzo d’esordio e sarà anche lo sceneggiatore dell’omimo film – che consiglio vivamente! – interpretato da un favoloso Edward Norton e diretto da Spike Lee (2002). La cariera di Benioff come sceneggiatore è forse più produttiva di quella di scrittore (tre romanzi pubblicati in totale). All’attivo ha collaborazioni come: Troy, Il cacciatore di acquiloni e X-Man le origini – Wilverine. Per il piccolo schermo invece ha collaborato a Il Trono di Spade e C’è sempre il sole a Philadelphia.

A conti fatti gli ingredenti per un romanzo avvicente e soprattutto molto umano ci sono tutti…Buona lettura!

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La 25°ora – David Benioff (Neri Pozza Editore, Tascabili, 2001)

Parpagnacchi a colazione

La colazione è il pasto che preferisco, adoro il caffè e se fosse per me mangerei quintali di pancakes inondati da sciroppo d’acero e french-toast alla cannella, ma…non ho più vent’anni e se mangio tutta ‘sta roba ogni mattina mi viene di sicuro un accidente, quindi mi concedo piccoli peccati di gola di tanto in tanto. Ieri ho finito i cereali e non mi andava di mangiare biscotti o pane e marmellata. Avete presente quando vi alzate convinti di mangiare qualcosa e poi scoprite che è finita? Quando mi capita mi innervosisco e poi la giornata sembra decisamente troppo lunga…insomma è una tragedia!

Per evitare questa situazione anche sta mattina, nel pomeriggio ho cercato di rimediare. In poco tempo ho sfornato decide di PARPAGNACCHI! Cosa sono? Sono delizioni dolcetti friabili con un sentore di mandorle che sembrano piccole treccine grassottelle. Sono un dolce tipico usato soprattutto per la colazione, diffuso nella mia zona. Quindi, dopo la ricetta dei bigoli all’anatra ecco una nuova ricetta veneta!

Ingredienti per una dose industriale di parpagnacchi (il mio consiglio è farne tanti perchè a casa mia se li portano via o spariscono ingiottiti da un buco nero, non so, in ogni caso la regola è eccedere):

  • 1 kg di farina bianca
  • 1 bustina di lievito istantaneo per doci
  • 1 bustina di vanillina
  • 5 uova intere (+ 1 uovo per spennellare prima della cottura)
  • 200 gr di burro
  • 1/2 bicchiede d’olio d’oliva
  • un pizzico di sale
  • la scorza di mezzo limone grattugguiato
  • una manciata di mandole sgusciate
  • per guarnire: granella di zucchero, codette di cioccolato, o quello che più vi piace

Tempo di preparazione: 20/30 min + 10/15 min di cottura

1 parpagnacchiIn una planetaria mettete le 5 uova intere, il burro tagliato a pezzetti, 1/2 bicchiere d’olio, la scorza grattuggiata di mezzo limone e un pizzico di sale. Azionate a media velocità e ammalgamate bene il tutto. Se non disponete di una planetaria dovrete prima ammorbidire il burro e mescolare gli ingredienti per ottenere un composto abbastanza liscio.

Nel frattempo, in un mixer, tritate finimente una manciata di mandole. Deve avere quasi l’aspetto di una farina. Altrimenti, se 2 parpagnacchipreferite potete sotituire le mandole e anche la buccia di limone con le fialette di aromi appositi. Io personalmente li preferisco così.

3 parpagnacchiQuando avrete ottenuto un composto uniforme, setacciate nella planetaria la farina, il lievito e la vanillina. Cambiate il gancio e usate quello per impastare.

Il risultato dovrebbe essere una pasta friabile e morbida, non credo accadrà perchè di farina ce n’è già parecchia, ma se dovesse essere troppo friabile potete aggiungerne a piccole dosi siano a quando non si riduce più in briciole. Mettete l’impasto in una spianatoia infarinata e lavoratelo un pochino a mano, sino a formare una bella palla liscia.

4 parpagnacchi5 parpagnacchiDa qui potete iniziare a dividere l’impasto in blocchi per poi lavorarlo meglio.

Potete usare le mani oppure un mattarello, create dei rotolini di 20/30 cm abbastanza cicciottelli così non si romperanno. Da qui dovrete ricavare delle piccole trecce sovrapponendo un paio di volte le estremità.

6 parpagnacchi7 parpagnacchiDisponete le treccine in una leccarda da forno rivestita di carta forno. Sbattete un uovo in una ciotola e spennellate la superficie dei vostri biscotti così la guarnizione attaccherà e in cottura il biscotto assumerà quel bel colore dorato che solo una spennellata d’uovo può dare.

Diciamo che la tradizione vuole come guarnizione la granella di zucchero, ma metteteci sopra quello che vi pare: codette colorate, gocce di cioccolato, sfoglie di mandorle…come preferite!

Infornate a forno già caldo in modalità ventilata a 180° per 15 minuti. Vi consiglio di9 parpagnacchi controllare dopo i primi 10 minuti perchè essendo molti biscotti dovrete dividerli almeno in due ripiani del forno, quindi è possibile che quelli sotto si cuociano più lentamente. Basterà invertire le leccarde dopo 10 o 15 minuti. Controllate la cottura con uno stuzzicadenti: se risulterà asciutto dopo aver infilzato un biscotto vuol dire che sono pronti.

8 parpagnacchiBUONI PARPAGNACCHI A TUTTI!

L’elenco telefonico di Atlantide

Tullio Avoledo è nato nel 1957 in provincia di Pordenone, si è laureato in giurisprudenza e lavora nell’ufficio legale di una banca a Pordenone.

Giulio Rovedo divide la sua vita tra la Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave, o meglio nota come CCCPT, e il condominio denominato il Nobile a Pista Prima, nel nord-est. Il dott. Rovedo è il resposabile dell’ufficio legale della CCCPT.

Notate qualche somiglianza tra i personaggi? Si? Bene, il primo è l’autore, il secondo è il protagonista del romanzo L’elenco telefonico di Atlantide, pubblicato nel 2003. Quando i libri imitano la vita…

Giulio è sposato con Natalie e ha un bambino, Oliver. Si sono trasferiti qualche anno fa nella casa della suocera perchè al condominio Nobile era impossibile vivere con un bambino piccolo. Soprattutto a causa delle continue scenette moleste trasmesse ad ogni ora dall’inquilino del piano di sopra. Un certo Architetto Fabrici, che architetto non è. Di sicuro però è un alcolizzato e una persona di dubbia moralità, disonesta e maleducata. Si dice che ognuno vive la sua personale storia interiore, che ognuno cerca di affrontare la propria sofferenza e le proprie difficoltà, si dice anche che non si dovrebbe mai giudicare una persona solo per i suoi modi perchè non si sa mai quale battaglia interiore stia attraversando in quel momento. Giulio, senza volerlo, avrà modo di capire qual’è la battaglia che Fabrici sta combattendo ormai da anni.

Il lavoro all’ufficio legale della CCCPT è sempre lo stesso, Giulio ormai è una sorta di automa che nuota tranquillamente nell’oceano di carte, fax e telefonate con richieste di consulenze legali delle più disparate sorti. Si destreggia anche piuttosto bene nel suo lavoro. Poi c’è da dire che alla CCCPT è l’unico impiegato dell’ufficio legale, quindi o lui…o lui. I problemi arrivano quando un grosso gruppo bancario, Bancalleanza, intende acquisire la più modesta CCCPT. Proprio da qui inziano le disavventure di Giulio, o meglio le sue sfighe.

La trama intreccia la vita lavorativa e personale di Giulio in modo quasi inscindibile, alcune persone che entrano nella sua vita a causa della fusione, come Cecilia Mazzi – altrimenti nota come la rovina del matrimonio – saranno al centro dell’evoluzione della sua vita personale. Un altro incontro avrà dei risvolti sconcertanti nella storia. Durante il viaggio di ritorno in treno da Milano, dove si trova una delle sedi di Bancalleanza, Giulio conosce un personaggio particolare, una specie di professore. Si chiama Libonati ed è veneziano. Questo strano tizio gli racconta delle storie ancora più strane, soprattutto con riferimento ad un giocattolino che Giulio aveva comprato alla stazione per Oliever. La riproduzione di un dio egizio, un certo Apophis, che dovrebbe essere un demonio, una divinità caotica e cattiva. Eppure, come spesso accade, anche lui ha una doppia faccia. Non è uno stinco di santo, ma nemmeno la cosa peggiore che ti può capitare.

Mentre il matrimonio di Giulio va a rotoli e Natalie lo caccia di casa, Giulio sta anche per perdere il lavoro. Un hacker ha creato il sito della CCCPT buttandolo un pochino sul porno e ha messo all’asta il dominio (siamo nel 2000), decide di ricattare la banca e questi a chi passano la patata bollente? A Giulio! Le cose scivolano sempre più in basso e qualcuno all’interno della banca vuole liberarsi di lui, soprattutto perchè non è esattamente un personaggio facile con cui trattare. In più ci si mette il suo amico Franco che una sera a cena gli sgancia la bomba atomica: è malato di AIDS. Insomma, peggio di così cosa può succedere?

Eh…il fondo è difficile da raggiungere.  Quel professore che ha incontrato sul treno, quel Libonati, diventa un personaggio chiave in una sorta di devizione mistica. Si dice che Bancalleanza non sia solo una banca, si dice che sia controllata da un gruppo di persone potenti che nascondono dietro opere di bene, come la costruzione di musei o finanziamenti di ricerche, scopi tutt’altro che benefici. Si presume che siano alla ricerca di qualcosa che potrà conferire loro un potere assoluto, quella che dai libri di storia e soprattutto dalla Bibbia, conosciamo come Arca dell’Alleanza.

Il fatto è che probabilmente Libonati e altri personaggi eccentrici hanno capito dove si trova e Giulio è inesorabilmente legato sia a questo luogo che a coloro che la cercano.

A tutto questo aggiungiamo l’immenso scetticismo di cui il nostro protagonista è vestito e la teorizzata esistenza di mondi paralleli cui è possibile accedere, il risultato finale è che – come dice lo stesso Giulio – mancano solo gli UFO! La cosa non è esattamente facile da mandare giù, ma a volte, anche le cose più assure e inverosimili sono quelle più semplici.

Questo romanzo è assolutamente geniale! Il protagonista, Giulio, è eccentrico, a volte antipatico e un tantino stronzo, in più di un’occasione mi è stato proprio sulle palle, ma nel complesso è favoloso. Perchè è una persona. Una persona vera, con pregi e difetti, con dubbi morali e con i piedi per terra. Credo che più di qualcuno si possa tranquillamente identificare con lui. Penso sia difficile costruire e dare vita ad un personaggio come questo, Avoledo c’è riuscito alla grande.

C’è poi un aspetto del romanzo che ho davvero adorato. I dialoghi. Sono incredibili, non ti lasciano respiro, uno scambio di battute intelligenti e sensate, molto serrati e sempre coerenti. Facili da seguire e veloci. Ci vuole talento. I colloqui telefonici, ad esempio, sono davvero esilaranti e chi ha davvero a che fare con uffici legali, banche, ecc. si riconoscerà esattamente nella situazione. Volete un esempio?

Per prima cosa, in ossequio alla volontà del DG, Giulio contatta l’ufficio legale di Bancalleanza, un’incombenza in testa alla sua personale top ten delle cose spiacevoli.
– Bancalleanza? Parlo con l’ufficio legale?
– Sì.
– Qui è l’ufficio legale della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave.
– Di cosa?
– Della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave. Siamo una società del gruppo.
– Sì, ma chi vuole?
– Cerco l’avvocato, aspetti, l’ho scritto da qualche parte. Ecco: l’avvocato Basso.
– Giuseppe Basso?
– Credo di sì. C’è una G. Forse sta per Giuseppe.
– Ma Giuseppe Basso non è avvocato.
– Forse ne avete un altro, di Basso.
– No, c’è solo lui. Ma non è qui. È al legale.
– Scusi, ma non sto parlando col legale?
– Sì, ma col legale organizzazione.
– Mi sta dicendo che c’è più di un ufficio legale?
– Certo. Basso è al legale legale.
– Scusi, allora potrebbe passarmi questo ufficio legale legale.
– Vedo di provare. Se dovesse cadere la linea, si prenda nota del numero che le do. Per gentilezza, mi ripete il nome della sua banca?
– Cassa di….
La linea è caduta.

Insomma…andate in biblioteca, libreria o su qualunque negozio online e compratelo! Lo adorerete…

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L’elenco telefonico di Atlantide, Tullio Avoledo, Einaudi Tascabili, Milano, 2003

La GENTE DA SAGRA – parte 3: Oktoberfest Monaco

Torna la serie GENTE DA SAGRA per portarvi dalla MADRE delle sagre mondiali! Signori e signore, Meine Damen und Herren, benvenuti all’Oktoberfest, l’unico, originale e inimitabile! Benvenuti a Monaco!

È come entrare nel più grande ed entusiasmante parco giochi per adulti che esista sulla faccia della Terra. C’è fracasso, musica, odori molesti, birra che scorre in fiumi dorati che si mescola al profumo di brezel appena sfornati dalle dimensioni eccessivamente esagerate, wurstel di tutte le grandezze e dai colori più disparati, arancioni, bianchi, verdini, olezzi di dubbia provenienza anche se qualcuno potrebbe definirli umani, gente, gente, gente ovunque. È l’apoteosi del divertimento! Non manca niente, c’è pure un lunapark se qualche scellarato vuole portarci i bambini o ancora peggio vuole fare un giro sulla ruota panoramica completamente sbronzo.3.1 OktoberfestEntriamo in una delle più antiche feste popolari d’Europa, pensate che il primo Oktoberfest risale al 12 ottobre 1810 ed era una festa di nozze! Piacerebbe pure a me un ricevimento così! Diciamo però che difficilmente me lo potrei permettere, invece il Principe ereditario Ludwing (poi Re Ludwing I) se lo poteva permettere eccome! Tutti i11.1 Oktoberfest cittadini di Monaco vennero invitati ad unirsi ai festeggiamenti della futura coppia reale, che si tennero nei campi davanti alla porta della città. Immaginate che marasma di gente ci dev’essere stato. Da allora l’Oktoberfest divenne un appuntamento annuale non solo per i cittadini della Baviera ma per tutto il mondo, ci sono stati solo 24 casi in cui non si tenne questa prodigiosa festa, a causa di guerre o epidemie. Direi dei motivi più che validi.

1.1 OktoberfestI capannoni che custodiscono il nettare degli Dei aprono alle 9.00, vi dico solo che noi siamo arrivati tipo alle 9.10 di un venerdì mattina ed era già pieno! Amando (e sottolineo amando) l’HB, la birra per eccellenza di Monaco e non solo, dal mio punto di vista, ci siamo accomodati nel biergarten. Fortunatamente abbiamo beccato una giornata favolosa, con un sole splendente e un’arietta fresca al punto giusto. In pochi minuti anche le zone esterne si sono riempite e verso le 13/14 del pomeriggio, degli omoni tutti vestiti di nero e parecchio minacciosi, hanno piazzato il classico nastro bianco/rosso all’entrata e arrivederci mondo! Si poteva entrare solo se qualcuno usciva.5.1 Oktoberfest

Ci sono 14 grandi capannoni dove potrete soddisfare la vostra sete incontrollata. Qui però vi porgo un problema, si perchè le tende sono – chiaramente – una diversa dall’altra, non solo per la birra che viene servita, ma anche per il cibo, la musica e l’atmosfera all’interno. Portate pazienza un attimino e mi spiegherò meglio. Quello che sto cercando di dirvi è che è estremamente importante scegliere prima dove si vorrebbe andare perchè una volta seduti, difficilmente si riuscirà ad entrare da qualche altra parte. Bene, allora i 14 capannoni tracondano delle birre ammesse all’Oktoberfest. Perchè ammesse? Perchè 6.1 Oktoberfestnon è che una birra qualsiasi può essere venduta in questo luogo mistico, eh no! Solo la birra che corrisponde alle caratteristiche prescritte nell’editto della Purezza emanato nel 1516 dal duca di Baviera Clemente IV (il Reinheitsgebot). Elemento obbligatorio: la birra venduta all’Oktoberfest deve essere prodotta entro i confini della città di Monaco. Ci sono sei birre che rispecchiano le caratteristiche richieste:

  1. Angustiner-Bräu
  2. Hacker-Pschorr-Bräu
  3. Löwenbräu
  4. Paulaner-Bräu7.1 Oktoberfest
  5. Spatenbräu
  6. Staatliches Hofbräu-München

Ne conoscete qualcuna? Voglio darvi qualche dritta su alcune delle 14 grandi tende, così da darvi un’idea, se volete saperne di più potete consultare il sito internet ufficiale, traducibile anche in inglese (oktoberfest.de), oppure acquistare una specie di guida di sopravvivenza veramente utile e fatta bene (Guida all’Oktoberfest – Come sopravvivere alla festa più pazza del mondo, di Alessandro Fico, Morelli Editore, 2014, 17.90€).

9.1 OktoberfestPartiamo dall’unica che ho visto io, in cui ho vissuto il mio Oktoberfest dalle 9.10 di mattina alle 16 di pomeriggio, momento in cui il mio fegato ha chiesto pietà accartocciandosi su se stesso all’alba dell’ottava birra da litro: Hofbräu Festzelt. Qui chiaramente si beve la superba e unica HB e siamo nella seconda più grande tenda (la prima è Winzerer Fähndl dove si serve Paulaner), con circa 9.992 posti a sedere ed è l’unica tenda con una zona in cui è possibile stare in piedi – ed essere comunque serviti! Per alcuni la tenda migliore però è l’Angustiner-Bräu (8.500 posti a sedere), l’unico padiglione a tenere la birra nelle tradizionali botti di legno. Assidue frequentatrici di questa tenda sono le famiglie, quindi troverete anche i più piccolini e di conseguenza un ambiente più rilassato e meno caotico, con meno cori e meno sfide di skull. All’Ochesenbraterei (7.600 posti a sedere) si serve come specialità culinaria il bue, ovvio, visto che è stata fondata da un 10.1 Okyoberfestmacellaio, e si beve Spaten. Infine due paroline sulla tenda che serve anche vino, la Weinzelt, sia mai che andate con qualcuno a cui non piace la birra (stendiamo un velo pietoso).

Oltre alle grandi tende ci sono 21 piccole tende, particolarmente attente alla qualità del cibo, anche e soprattutto perchè i posti a sedere sono meno rispetto a quelle grandi e quindi si tende a riservare una maggiore attenzione.

Bene, detto questo ci sono alcune REGOLE da cui non si può prescindere se si vuole provare l’ebrezza di questa festa stratosferica e unica al mondo:

  1. Arrivate ai padiglioni di buon’ora, anzi, ancora meglio: PRENOTATE IL TAVOLO. Considerate che dovrete mettervi all’opera almeno l’anno prima, quindi ormai fatelo per il 2016
  2. Si collega alla prima: BEVE SOLO CHI È SEDUTO! Se vi addormentate sul tavolo un signore non molto collaborativo o una signorina ancor meno dolce vi accompagneranno fuori dal padiglione. Le tavole verrano riempite sino all’orlo quindi vi troverete seduti con gente sempre diversa mano a mano che si danno il cambio
  3. SCEGLIERE IN ANTICIPO IL PADIGLIONE in cui volete trascorre la vostra incredibile avventura alcolica. Altra regola che si collega a quelle precedenti
  4. Un boccale di birra l’anno scorso costava 9.90€, inutile dire che non abbiamo mai visto uno straccio di resto! Quest’anno probabilmente l’avranno portata a 10€. Comunque, SIATE GENTILI CON LE CAMERIERE e loro saranno gentili con voi, altrimenti vi faranno passare le pene dell’inferno!
  5. Se volete rubare un bicchiere, FATELO DA FURBI altrimenti ve lo fanno pagare e ci fate pure una figura di cacca!

Dovrebbe essere tutto…Gli ingredienti per passare una giornata (o più, se ne avete il fisico) all’insegna della birra d’eccelenza, del buon cibo e del divertimento assoluto, ci sono tutti. Sarà un’esperienza incredibile tra la follia e la comicità, penso che solo all’Oktoberfest si possano osservare tipologie esotiche e del tutto fuori dal comune di esseri umani. Quando tornerete a casa vi sembrerà di essere stati in una dimensione parallela! Giuro!

PROSIT!!!

Pesto al basilico e pinoli

Non è che adesso sono diventata una patita dei pesti, diciamo più che altro che vale la regola della menta: c’è una piantagione di basilico nell’orto e in qualche modo si dovrà pur usare, no? Avrei voluto usare come titolo “Pesto alla genovese”, purtroppo però sono circondata da persone che non amano il formaggio (povera me!) quindi, mancando un ingrediente fondamentale, non posso proprio chiamare questo pesto “genovese”. Speriamo sia ugualmente goloso e gustoso, magari il pecorino e il parmigiano ce li aggiungiamo in fase si cottura! 😉

Ingredienti:

  • foglie di basilico fresco (sarebbe l’ideale quello genovese, non il tipo che ha un retrogusto di menta), sui 50/60 gr
  • 1 spicchio d’aglio
  • sale grosso q.b. (poco)
  • 40 gr pinoli
  • olio extravergine d’oliva q.b., ma diciamo sui 100 ml
  • pepe
  • ovviamente se potete (beati voi!) formaggio pecorino e parmigiano grattuggiati

Tempo di preparazione: 20 min

4 basilicoIniziamo subito ponendo un problema: il pesto va pestato, sin qua tutti d’accordo. Quindi se avete mortaio e pestello andate di gomito. Io non li ho, devo per forza ripiegare sul buon vecchio mixer e qua si pone un altro problema: le foglie di basilico tendono ad ossidarsi a contatto con l’aria e la velocità delle lame, che va a scaldare il composto, non rende le cose migliori. Ho letto un piccolo trucchetto che si accompagna al lavorare le foglie molto molto in fretta: mettete per una notte le lame del mixer in frezeer e poi dateci dentro!

3 basilicoLavate e asciugate bene le foglie di basilico, cercando di non spezzarle e accartocciarle. Mettetele nel mixer (o nel mortaio) insieme a una piccola manciata di sale grosso, l’aglio a pezzetti, il pepe e i pinoli. Azionate la macchina infernale a velocità minima e a scatti (accendi – fruuu – spegni. accendi – fruu – spegni). Quando avrete ottenuto un buon trito aggiungete l’olio (prima dell’olio mettete i formaggi se li usate). Azionate di nuovo il mixer, se il composto si spalma sulle pareti della ciotola, chiaramente usate un cucchiaio e rimescolate il tutto. Il pesto deve uscire cremoso e bello denso, l’olio monterà, stile maionese, rendendo il tutto una crema.

Il pesto si può conservare in frigo per un paio di giorni, stando attenti a coprire bene il tutto d’olio. Io ho creato delle monoporzioni da congelare (come per il pesto alla menta), perchè mi sembra più semplice così…

1 basilicoBUON (QUASI) PESTO ALLA GENOVESE A TUTTI!