Big Eyes – Tim Burton è tornato! Alleluia!

Tim Burton torna ad essere Tim Burton dopo sette anni. “Sette anni?!” direte voi..eh si, perchè secondo il mio modesto parere, dopo Sweeney Todd (2007) ci sono stati alcuni passi falsi. Prendimo ad esempio Alice in Wonderland, siamo nel 2010, non è di certo stata la sua creazione migliore e purtroppo si è vista la mano invisibile del colosso produttore che frenava l’arte del buon vecchio Tim, e sinceramete è stato un vero peccato perchè il Paese delle Meraviglie è il mondo perfetto per le creature che siamo abituati a trovare nei suoi film. Poche parole anche per Dark Shadows (2012)…o forse mi aspettavo troppo. Comunque, sono tanto felice di poter finalmente dire che questo film mi è piaciuto tanto e che Tim Burton c’è davvero…lo si vede dappertutto!

MTI3NDM4NTM0NzA4NTk5MjYy

Tratto da una storia vera di tradimento e debolezza, un’artista che ha fatto scalpore e storia dell’arte alla fine degli anni ’50. Tutto inzia proprio nel ’58, che guardacaso è l’anno in cui è nato Tim Burton! Che guardacaso negli anni ’90 commissionò proprio a quest’artista un ritratto! Quante coincidenze… Insomma, la signora nella foto, l’artista di Big eyes è Margaret D.H. Keane, nata a Nashville nel 1927 e tutt’ora viva e vegeta, si dice che dipinga ancora, tutti i giorni!

Margaret (Amy Adams) sposò Walter Keane (Christoph Waltz), un big-eyes-uk-poster-finalpresunto artista statunitense che, effettivamente, l’aiutò a vendere i suoi quadri. Le opere più famose sono i bambini con occhi enormi dall’aria sempre triste, ritratti su sfondi minimali o inesistenti che richiamano in ogni caso la desolazione nei loro sguardi. Walter si è sempre detto il padre di questi ritratti, Margaret per i compratori e fans era inesistente. Fece 5682ed56bab1130e8b9c795ccfdc4c00scalpore quando decise di citarlo in giudizio per calumnia, era la parola di Walter contro quella di Margaret, si perchè lei aveva sempre mantenuto il segreto e sfornato quadri su quadri per Walter. Il giudice decise di far dipingere in aula i due ex coniugi per capire, senza ombra di dubbio, chi mentiva. Dopo un processo lampo – almeno per noi italiani – in sole tre settimane la giuria si pronunciò, concedendo a Margaret un risarcimento di 4 milioni di dollari. I Keane sono ora i quadri solo ed esclusivamente di Margaret.

Walter dopotutto era un imprenditore che operava nel momento migliore per il consumismo, la sua idea gli permise non solo di far conoscere i trovatelli dagli occhi enormi in tutto il mondo, ma anche di fare una barca di soldi. I quadri costavano troppo per la gente comune? Nessun  problema. Vendeva le stampe dei quadri per qualche centesimo, così tutti potevano avere la copia del loro Keane preferito appeso in salotto. E visto che questa idea spopolava, pensò anche di fare cartoline di quei poster, così i capolavori di Margaret si potevano pure spedire ai parenti per natale. Quegli occhi enormi poi vennero stampati su tazze, piatti, cianfrusaglie varie…l’arte del consumismo. La scena in cui Margaret fa la spesa al supermercato e prende dallo scaffale la zuppa Campbell di Andy mi è sembrata quasi evocativa.

920x920

Margaret e Walter Keane

La trama è intrigante, il fatto che sia vera poi la rende ancora più appetibile. Ma come dicevo all’inizio, Tim nel film c’è per davvero. C’è nella scelta di affidare la colonna sonora a Danny Elfam (già scelto per La sposa cadavere, Nightmare before Christmas, La fabbrica di cioccolato). C’è nella scena inziale del quartiere in cui vivevano Margaret e sua figlia prima di scappare dal primo matrimonio: case e macchine di color pastello, una strada di cemento serpeggiante che scorre verso l’alto e verdi giardini curati alla perfezione. Vi dice niente? E poi c’è sicuramente in questi occhi enormi che quasi escono dalle orbite, non saranno una sua creazione ma sono la sua riproduzione.

Insomma…da vedere! Assolutamente da vedere! E voto 10 per Christop Waltz: piccolo spocchioso racconta palle.

tumblr_inline_nhtghvuFso1r871l6

Bentornato Tim! È bello rivederti!

Annunci

Perplessa per Lei…

Si avvicina la notte degli Oscar 2015, il periodo migliore per trovare in programmazione film che hanno segnato la storia e la memoria. Tra i più recenti c’è il candidato a cinque premi Oscar nel 2014, tra cui miglior film, e vincitore del premio alla miglior scenografia originale. Sto parlando di Her, toccante film scritto e diretto da Spike Jonze, interpretato da Joaquin Phoenix e dalla voce sensuale di Scarlett Johansson, doppiata per noi italiani dalla convincete Micaela Ramazzotti.

Dopo aver visto il film ho avuto qualche momento di stasi. Mi ha lasciata un po’ inquieta e pensierosa forse perché quel futuro, non meglio precisato ma decisamente imminente, in cui si svolge la vicenda è così tangibile e vicino da poter essere già domani e questo dà decisamente qualcosa su cui riflettere.

Il malinconico e tristarello Theodore Twombly (Joaquin Phoenix appunto) fa un lavoro davvero particolare: passa le sue giornate a scrivere lettere personali per conto di altre persone. Romantiche lettere d’amore, sincere parole di amicizia o di devozione tra familiari, congratulazioni per il figlio appena nato o per il nuovo traguardo raggiunto. La sua occupazione è emblematica della società che si intravede nel corso del film.

her-joaquin-phoenix-skipLe pochissime interazioni tra esseri umani sono messe in secondo piano rispetto ai molteplici scambi di esperienze con dei software appositamente creati per rendere la vita delle persone vere più organizzata e meno complicata. Basta inserirsi un apparecchio, del tutto simile a un auricolare, nell’orecchio e interagire direttamente con il proprio computer. Con pochi comandi questo legge, organizza e risponde alle mail, ti fa ascoltare la colonna sonora perfetta per il momento, ti legge le ultime notizie dal mondo.

Mentre Theodore torna a casa in metropolitana o passeggia per le strade diretto da un’amica incontra persone che non incrociano il suo sguardo nemmeno per sbaglio, tutti parlano con il loro amico di fiducia insinuato dentro l’orecchio. In questo flusso di individui che sembrano automi si intreccia la storia di un matrimonio fallito. Come una her-movie-2013-screenshot-catherine-and-theodoresequenza di istantanee che ogni tanto emergono dal ricordo si intravede la felicità che Theodore ha condiviso con una donna in carne ed ossa e mano a mano che i flash continuano si comprende come la loro spensieratezza non è destinata a durare, come il rapporto umano si sia sgretolato per lasciare dietro a sé un uomo triste e solo che, come tanti altri che lo circondano, trova conforto in quel software progettato e disegnato direttamente sulle sue esigenze e preferenze.

Samantha è la voce sensuale che esce dall’auricolare. Intrigante, divertente, spontanea, rappresenta un anima piena di possibilità, senza pregiudizi o prospettive. Lei ha già in sé tutto quello che le occorre e come se non bastasse cresce con l’esperienza proprio come ogni essere umano pensante. Quasi senza rendersene conto ci si trova immersi in una storia d’amore sui generis tra quest’omino dall’umore spesso nero e questa entità curiosa, bramosa di conoscere e sperimentare emozioni. Come sia possibile una relazione con un software è presto detto. Ci si deve calare all’interno della società che Jonze ha disegnato, dove due innamorati si affidano a uno sconosciuto per scriversi pensieri e sentimenti d’amore. Se non fosse per quelle brevi conversazioni che Theodore intrattiene con l’amica Amy (interpretata da Amy Adams) o con il receptionist Paul (breve apparizione di Chris Pratt) non ci sarebbero interazioni uomo-uomo per tutto il film.

Ecco perché alla fine ne sono rimasta perplessa, non si capisce esattamente il tempo in cui il film è ambientato ma si percepisce che non è molto lontano dai giorni nostri. Le persone si vestono proprio come noi, addirittura con uno stile tendente agli anni ’70, si spostano usando la metropolitana, vivono in appartamenti senza particolari gadget o strumenti futuristici, lavorano in uffici “normali“, solo la presenza di queste incredibili intelligenze artificiali ci rimanda ad un tempo diverso. Tuttavia, mi chiedo se davvero si tratti di un tempo diverso, se programmi come questi già non esistano, dopotutto il fatto che non si trovino nel mercato non significa che non ci siano nascosti da qualche parte in attesa del momento giusto.

Allora inevitabilmente mi sono chiesta cosa accadrebbe se le relazioni umane di fatto venissero annullate per privilegiare storie d’amore o di profonda amicizia con entità prive di fisicità? Per quanto questi software siano modellati sulle esigenze individuali, potranno davvero sostituire una persona reale?

A parte lo stato dubbioso in cui sono caduta alla fine del film, lo trovo davvero ben scritto e diretto in modo accattivante. Alcune scene si focalizzano su dettagli che potrebbero apparire irrilevanti, ma guardando lo schermo si percepisce esattamente quello che è lo stato d’animo dei protagonisti in modo che l’attenzione si focalizzi solo sulle loro voci. Una scena ricordo più di tutte, Theodore è seduto su un muretto con alle spalle un mega tumblr_n2zapfUUHJ1ru4tifo1_500schermo su cui viene proietta la discesa di un rapace sulla preda. Gli artigli sfoderati che puntano minacciosi la vittima designata e sembrano conficcarsi sulle spalle del povero Theodore. Basta guardare la scena per capire esattamente lo stato d’animo del protagonista. L’ho trovata eloquente e perfetta nella sua semplicità.

Non conoscevo il regista Spike Joanze, nome d’arte di Adam Spiegel, e questo film mi ha incuriosita, così cercando un po’ in giro ho scoperto che nel 1999 aveva diretto Essere John Malkovich. Titolo sentito e risentito non so quante volte, eppure non ho mai guardato il film. Ho cercato il trailer su youtube…dico solo che prossimamente rinnoverò la tessere del videonoleggio!

Eccovi il trailer!