Arancia meccanica – Il libro

Anthony Burgess è uno scrittore inglese nato nel 1917 e morto nel 1993. È considerato uno dei più grandi autori inglesi del Novecento e non mi sento nè di criticare nè commentare quest’affermazione.

Nel 1962 scrive un capolavoro che plasmerà e confonderà l’immaginario collettivo degli anni avvenire, diventando poi un cult: A Clockwork Orange. In Italia viene pubblicato per la prima volta nel 1969 con il titolo Un’arancia ad orologeria. Nel 1971 Stanley Kubrick ne farà un film che non ha bisogno di presentazioni, noto in Italia come Arancia meccanica. Burgess ha sostenuto che romanzo e film sono un caso esemplare di complementarietà tra diversi linguaggi artistici, pertanto la Einaudi, nell’edizione del 1996, ha preferito il titolo Arancia Meccanica.

Burgess viene così descritto: “critico letterario, esperto conoscitore di musica, uomo di interessi molteplici e sperimentatore di linguaggi“. Penso che per certi aspetti questa descrizione lo avvicini ad Alex, il protagonista. Sin dalla prima volta in cui ho visto il film di Kubrick ho pensato che Alex e i suoi tre “soma“, Georgie, Pete e Bamba, fossero solo dei teppistelli senza cervello dediti esclusivamente a dispensare violenza gratuita. Sono vandali, stupratori, picchiano i malcapitati per strada, si azzuffano con altre gang, rubano nei negozi e distruggono tutto quello che incontrano. Leggendo il romanzo di Burgess ho capito che dietro a questi quattro quindicenni, forse c’è di più.

I fatti sono narrati direttamente da Alex (il Vostro Umile Narratore), il quale a volte si rivolge direttamente al lettore, eliminando le distanze tra noi e lui, tra la nostra moralità e la sua idea di stare al mondo. Lui crede in ciò che fa, nella violenza e nella cattiveria che gli scorrono nelle vene. Alex pensa questo:

Ma, fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi su qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perchè il contrario? Se i martini sono buoni è perchè così gli piace, e io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo l’altra parte. In più, la cattiveria viene dall’io, dal te o dal me e da quel che siamo, e quel che siamo è stato fatto dal vecchio Zio o Dio ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i non-io non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici e le scuole non possono ammettere il male perchè non possono ammettere l’io. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli io coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, questo dico io. Ma quello che faccio lo faccio perchè mi piace farlo.

Confusionale? Vi sentite un tantino spaesati dopo essere entrati per pochi secondi nella testa di questo ragazzino? Bè, vi dirò, Alex – o meglio Burgess – usa un linguaggio inedito, fantasioso e personale, in realtà tutti i personaggi a cui si da voce parlano in modo “strano”. Leggendo le prime dieci pagine ho pensato una cosa tipo: “ma che cavolo stanno dicendo questi?!“. Capivo poco niente, il testo è pieno di sostantivi di uso comune che vengono cambiati con parole inventate di sana pianta. Poi, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a capire ogni frase senza neanche dover soffermarmi a pensare in quale ambito avesse già usato il verbo “locchiare” o in quale frase avesse inserito la parola “martini“. Questo, secondo il mio modesto parere, è STRAORDINARIO! Burgess era un genio.

Il personaggio che ha costruito e su cui è incentrato tutto il romanzo, visto che è proprio lui il narratore, è a dir poco inquietante. Non è soltanto un teppista carico di cattiveria e violenza, questo ragazzo è molto intelligente, conosce la musica, ama maestri come Beethoven e Bach, sa parlare in modo impeccabile, da vero uomo acculturato, ad un certo punto sembra interessarsi anche alle Sacre Scritture. Quello che mi inquieta è che ogni elemento o caratteristica che dovrebbe elevarlo rispetto alla condizione in cui si trova, viene travisata da Alex stesso: immagina scene di violenza inaudita sulle note della Nona, questa splendida musica diventa il veicolo per eccittarsi nell’immaginare di fare del male e nel veder scorrere il sangue; quando legge la Bibbia non si sofferma sul suo significato profondo, ma trova interessante la tortura impartita a Gesù immaginando di essere uno dei soldati che lo frustano. Insomma…il suo cervello è sicuramente deviato e credo che questo faccia ancora più paura rispetto ad una persona che crea violenza senza rendersene conto. Alex sa quello che fa…è fin troppo intelligente.

Inevitabilmente la spavalderia e gli atti criminali faranno finire Alex nei guai. Dovrà affrontare la terribile realtà del carcere a soli quindici anni. In realtà si tratta di un ragazzo di una cattiveria inconcepibile che neanche il carcere riuscirà a cambiare. Burgess ci fa assistere alla parabola di cambiamento morale che un sistema penitenziario al collasso cerca di impartire ai detenuti per correggerne il comportamento, per estirpare il male dalla loro mente e dal loro corpo. Una tortura degna del Terzo Reich che toglie alle persone la possibilità di scegliere e di discernere il bene dal male. Non insegna proprio nulla, non rieduca, semplicemente toglie qualcosa che lo Stato ritiene malvagio, inserendo la sensazione di malessere nel soggetto ogniqualvolta questi anche solo pensa a nuocere ad altri. Burgess la chiama “terapia del disgusto“. Di fatto i criminali vengono trasformati in macchine, in automi…arance meccaniche? Un’impresa destinata inevitabilmente al fallimento.

Il genio narrativo di Burgess è indiscutibile, non solo per il suo modo di narrare le vicende ma anche e soprattutto per il contenuto di questo romanzo. Alex non è mai “guarito”, come sostenevano gli ideatori delle torture subite in carcere, sebbene avesse il voltastomaco ogni volta pensasse a far del male, lui non ha mai smesso di desiderare la violenza. Il suo primo approccio verso il mondo era sempre e comunque orientato dalla cattiveria, di conseguenza non può di certo dirsi guarito. Quello che sconvolge è l’idea di poter estirpare il male dalle persone togliendo ad esse la facoltà di scelta. Magari quelle persone sono poi portate ad agire secondo il bene, ad essere generose ed altruiste, ma se non hanno la possibilità di scegliere, possono ancora definirsi “persone”?

Arancia meccanica

Arancia Meccanica, A. Burgess, Einaudi, Tascabili, 1996

Vi lascio con una curiosità: “Il titolo è la cosa più facile da spiegare. Nel 1945, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra, ho sentito un cockney ottantenne dire di qualcuno che era «sballato come un’arancia meccanica». L’espressione m’incuriosì per la stravangante presenza di linguaggio popolare e surreale. Per quasi vent’anni avrei voluto utilizzarla come titolo per qualche mia opera”. (A. Burgess, lettera inviata al Los Angeles Times, 1972).

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L’elenco telefonico di Atlantide

Tullio Avoledo è nato nel 1957 in provincia di Pordenone, si è laureato in giurisprudenza e lavora nell’ufficio legale di una banca a Pordenone.

Giulio Rovedo divide la sua vita tra la Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave, o meglio nota come CCCPT, e il condominio denominato il Nobile a Pista Prima, nel nord-est. Il dott. Rovedo è il resposabile dell’ufficio legale della CCCPT.

Notate qualche somiglianza tra i personaggi? Si? Bene, il primo è l’autore, il secondo è il protagonista del romanzo L’elenco telefonico di Atlantide, pubblicato nel 2003. Quando i libri imitano la vita…

Giulio è sposato con Natalie e ha un bambino, Oliver. Si sono trasferiti qualche anno fa nella casa della suocera perchè al condominio Nobile era impossibile vivere con un bambino piccolo. Soprattutto a causa delle continue scenette moleste trasmesse ad ogni ora dall’inquilino del piano di sopra. Un certo Architetto Fabrici, che architetto non è. Di sicuro però è un alcolizzato e una persona di dubbia moralità, disonesta e maleducata. Si dice che ognuno vive la sua personale storia interiore, che ognuno cerca di affrontare la propria sofferenza e le proprie difficoltà, si dice anche che non si dovrebbe mai giudicare una persona solo per i suoi modi perchè non si sa mai quale battaglia interiore stia attraversando in quel momento. Giulio, senza volerlo, avrà modo di capire qual’è la battaglia che Fabrici sta combattendo ormai da anni.

Il lavoro all’ufficio legale della CCCPT è sempre lo stesso, Giulio ormai è una sorta di automa che nuota tranquillamente nell’oceano di carte, fax e telefonate con richieste di consulenze legali delle più disparate sorti. Si destreggia anche piuttosto bene nel suo lavoro. Poi c’è da dire che alla CCCPT è l’unico impiegato dell’ufficio legale, quindi o lui…o lui. I problemi arrivano quando un grosso gruppo bancario, Bancalleanza, intende acquisire la più modesta CCCPT. Proprio da qui inziano le disavventure di Giulio, o meglio le sue sfighe.

La trama intreccia la vita lavorativa e personale di Giulio in modo quasi inscindibile, alcune persone che entrano nella sua vita a causa della fusione, come Cecilia Mazzi – altrimenti nota come la rovina del matrimonio – saranno al centro dell’evoluzione della sua vita personale. Un altro incontro avrà dei risvolti sconcertanti nella storia. Durante il viaggio di ritorno in treno da Milano, dove si trova una delle sedi di Bancalleanza, Giulio conosce un personaggio particolare, una specie di professore. Si chiama Libonati ed è veneziano. Questo strano tizio gli racconta delle storie ancora più strane, soprattutto con riferimento ad un giocattolino che Giulio aveva comprato alla stazione per Oliever. La riproduzione di un dio egizio, un certo Apophis, che dovrebbe essere un demonio, una divinità caotica e cattiva. Eppure, come spesso accade, anche lui ha una doppia faccia. Non è uno stinco di santo, ma nemmeno la cosa peggiore che ti può capitare.

Mentre il matrimonio di Giulio va a rotoli e Natalie lo caccia di casa, Giulio sta anche per perdere il lavoro. Un hacker ha creato il sito della CCCPT buttandolo un pochino sul porno e ha messo all’asta il dominio (siamo nel 2000), decide di ricattare la banca e questi a chi passano la patata bollente? A Giulio! Le cose scivolano sempre più in basso e qualcuno all’interno della banca vuole liberarsi di lui, soprattutto perchè non è esattamente un personaggio facile con cui trattare. In più ci si mette il suo amico Franco che una sera a cena gli sgancia la bomba atomica: è malato di AIDS. Insomma, peggio di così cosa può succedere?

Eh…il fondo è difficile da raggiungere.  Quel professore che ha incontrato sul treno, quel Libonati, diventa un personaggio chiave in una sorta di devizione mistica. Si dice che Bancalleanza non sia solo una banca, si dice che sia controllata da un gruppo di persone potenti che nascondono dietro opere di bene, come la costruzione di musei o finanziamenti di ricerche, scopi tutt’altro che benefici. Si presume che siano alla ricerca di qualcosa che potrà conferire loro un potere assoluto, quella che dai libri di storia e soprattutto dalla Bibbia, conosciamo come Arca dell’Alleanza.

Il fatto è che probabilmente Libonati e altri personaggi eccentrici hanno capito dove si trova e Giulio è inesorabilmente legato sia a questo luogo che a coloro che la cercano.

A tutto questo aggiungiamo l’immenso scetticismo di cui il nostro protagonista è vestito e la teorizzata esistenza di mondi paralleli cui è possibile accedere, il risultato finale è che – come dice lo stesso Giulio – mancano solo gli UFO! La cosa non è esattamente facile da mandare giù, ma a volte, anche le cose più assure e inverosimili sono quelle più semplici.

Questo romanzo è assolutamente geniale! Il protagonista, Giulio, è eccentrico, a volte antipatico e un tantino stronzo, in più di un’occasione mi è stato proprio sulle palle, ma nel complesso è favoloso. Perchè è una persona. Una persona vera, con pregi e difetti, con dubbi morali e con i piedi per terra. Credo che più di qualcuno si possa tranquillamente identificare con lui. Penso sia difficile costruire e dare vita ad un personaggio come questo, Avoledo c’è riuscito alla grande.

C’è poi un aspetto del romanzo che ho davvero adorato. I dialoghi. Sono incredibili, non ti lasciano respiro, uno scambio di battute intelligenti e sensate, molto serrati e sempre coerenti. Facili da seguire e veloci. Ci vuole talento. I colloqui telefonici, ad esempio, sono davvero esilaranti e chi ha davvero a che fare con uffici legali, banche, ecc. si riconoscerà esattamente nella situazione. Volete un esempio?

Per prima cosa, in ossequio alla volontà del DG, Giulio contatta l’ufficio legale di Bancalleanza, un’incombenza in testa alla sua personale top ten delle cose spiacevoli.
– Bancalleanza? Parlo con l’ufficio legale?
– Sì.
– Qui è l’ufficio legale della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave.
– Di cosa?
– Della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave. Siamo una società del gruppo.
– Sì, ma chi vuole?
– Cerco l’avvocato, aspetti, l’ho scritto da qualche parte. Ecco: l’avvocato Basso.
– Giuseppe Basso?
– Credo di sì. C’è una G. Forse sta per Giuseppe.
– Ma Giuseppe Basso non è avvocato.
– Forse ne avete un altro, di Basso.
– No, c’è solo lui. Ma non è qui. È al legale.
– Scusi, ma non sto parlando col legale?
– Sì, ma col legale organizzazione.
– Mi sta dicendo che c’è più di un ufficio legale?
– Certo. Basso è al legale legale.
– Scusi, allora potrebbe passarmi questo ufficio legale legale.
– Vedo di provare. Se dovesse cadere la linea, si prenda nota del numero che le do. Per gentilezza, mi ripete il nome della sua banca?
– Cassa di….
La linea è caduta.

Insomma…andate in biblioteca, libreria o su qualunque negozio online e compratelo! Lo adorerete…

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L’elenco telefonico di Atlantide, Tullio Avoledo, Einaudi Tascabili, Milano, 2003

Il processo

La prima volta che ho incontrato Franz Kafka ero al liceo. Ho sempre ritenuto che obbligare studenti poco interessati a leggere decine di libri durante le vacanza estive sia una vera stupidaggine. Qualcosa di assolutamente controproducente. Nella maggior parte dei casi quei libri non vengono nemmeno comprati e l’odiata “scheda del libro” o “analisi del libro” viene deliberatamente scopiazzata qua e là da internet. Tralascio volutamente i casi di “ah si, lo conosco! Ho visto il film!”. Ecco perchè apprezzavo il metodo usato dalla mia professoressa di lettere: una lista contenente una trentina di titoli di cui solo tre o forse quattro erano obbligatori, per il resto ci dava la possibilità di scegliere a nostro piacimento tra gli altri da lei selezionati. In questo modo poteva ottenere un duplice scopo, da un lato farci leggere almeno qualche classico, dall’altro farci leggere. Punto.

Tra i titoli proposti quell’estate, oltre all’obbligatorio I pilastri della Terra di Ken Follett, c’era la Metamorfosi di Kafka. Inutile dire che ho adorato questo racconto, tanto da farlo diventare il filo conduttore della mia tesina di fine liceo. Incuriosita da questo scrittore eccentrico e cupo, avevo acquistato un altro suo capolavoro: Il Processo. L’ho letto e mi è piaciuto. Una volta terminato l’ho riposto nella mensola accanto agli altri classici che d’obbligo o meno hanno accompagnato quei cinque anni di studio.

Qualche settimana fa, non so esattamente per quale motivo, l’ho ripreso in mano. L’ho voltato e ho letto la sinossi. La mia mente vagava nelle stanze della memoria alla riceca di qualche particolare, di qualche scena letta, un’immagine dei protagonisti…niente. Buio totale. Una puntina di amaro rammarico si è insinuata sulla lingua: com’è possibile non ricordare quasi nulla di un libro che è stato apprezzato e letto per puro piacere? Mi sono seduta e l’ho ricominciato, desiderosa di ricordare cosa c’era in lui di così particolare…

Il romanzo viene pubblicato per la prima volta nel 1925 ed è dunque postumo. La versione che ho scelto è la traduzione di Primo Levi (Einaudi, 1983). Lui stesso parla dell’opera con queste parole

Si viaggia per meandri bui, per vie tortuose che non conducono mai dove ti aspetteresti

Kafka non ha finito il romanzo, o meglio, una fine c’è, è una parte centrale a mancare. Un giorno l’impiegato di banca, un noto procuratore, Joseph K. si sveglia nella sua stanzetta in affitto credendo sia un giorno qualunque. Due uomini lo stanno attendendo nella stanza affianco. Gli comunicano senza tanto sentimento che è in arresto. Per cosa? Loro non lo sanno, loro fanno ciò che gli viene ordinato. Devono solo comunicargli che è in arresto. E adesso cosa succede? K. va in prigione? Macchè…può andare al lavoro. Quando sarà il momento verrà convocato per l’interrogatorio dal giudice, nella sua vita non cambierà un granchè. Solo che, a differenza di prima, K. è in arresto.

Come può una notizia del genere non cambiare niente nella vita di un uomo? Semplice, non può. La sua vita cambia, eccome. Il grosso problema è che K. non sa qual’è la sua colpa, ci pensa, ma non trova nessuna risposta. Nel suo più profondo intimo questo lo convice di essere innocente e che il processo costruito contro di lui è essenzialmente un errore. Il suo malandato avvocato non sembra avere dubbi, o forse non è interessato alla colpevolezza o innocenza del suo cliente. Quello che vediamo è un ambiete corrotto e stanco, come un animale ferito che si trascina per andare a morire da qualche parte. Lento. Sarà l’incertezza della sua situazione o forse l’immobilità dell’ambiete del tribunale a far cedere le convizioni di K.

Kafka descrive un sistema processuale assurdo, incostante, pieno di incongruenze. La scena dell’uscere che lancia gli avvocati giù per le scale del tribunale dipinge tutto questo. Ti viene quasi da ridere nel pensare a questi ometti che rotolano giù come pupazzi schiantandosi contro i loro colleghi che aspettano in fondo alla scala. Il tutto è abbastanza ridicolo e inverosimile, ma Kafka non manca mai di ricordare che esiste un altro tipo di processo, esiste un altro tipo di tribunale. Il problema è che K. è stato accusato da questo tribunale ed è in questo processo che deve dimostrare di essere innocente.

Levi diceva che «la lettura del Processo, libro saturo di infelicità e di poesia, lascia mutati: più tristi e più consapevoli di prima». Forse. Quello che vedo io è la condizione di un uomo che viene, o meglio, si sente tormentato da una presenza fissa e immutabile. Una presenza che l’opprime e lo schiaccia sino a farlo crollare. Che sia davvero una metafora della società in cui viveva Kafka?

Il Processo