Big Eyes – Tim Burton è tornato! Alleluia!

Tim Burton torna ad essere Tim Burton dopo sette anni. “Sette anni?!” direte voi..eh si, perchè secondo il mio modesto parere, dopo Sweeney Todd (2007) ci sono stati alcuni passi falsi. Prendimo ad esempio Alice in Wonderland, siamo nel 2010, non è di certo stata la sua creazione migliore e purtroppo si è vista la mano invisibile del colosso produttore che frenava l’arte del buon vecchio Tim, e sinceramete è stato un vero peccato perchè il Paese delle Meraviglie è il mondo perfetto per le creature che siamo abituati a trovare nei suoi film. Poche parole anche per Dark Shadows (2012)…o forse mi aspettavo troppo. Comunque, sono tanto felice di poter finalmente dire che questo film mi è piaciuto tanto e che Tim Burton c’è davvero…lo si vede dappertutto!

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Tratto da una storia vera di tradimento e debolezza, un’artista che ha fatto scalpore e storia dell’arte alla fine degli anni ’50. Tutto inzia proprio nel ’58, che guardacaso è l’anno in cui è nato Tim Burton! Che guardacaso negli anni ’90 commissionò proprio a quest’artista un ritratto! Quante coincidenze… Insomma, la signora nella foto, l’artista di Big eyes è Margaret D.H. Keane, nata a Nashville nel 1927 e tutt’ora viva e vegeta, si dice che dipinga ancora, tutti i giorni!

Margaret (Amy Adams) sposò Walter Keane (Christoph Waltz), un big-eyes-uk-poster-finalpresunto artista statunitense che, effettivamente, l’aiutò a vendere i suoi quadri. Le opere più famose sono i bambini con occhi enormi dall’aria sempre triste, ritratti su sfondi minimali o inesistenti che richiamano in ogni caso la desolazione nei loro sguardi. Walter si è sempre detto il padre di questi ritratti, Margaret per i compratori e fans era inesistente. Fece 5682ed56bab1130e8b9c795ccfdc4c00scalpore quando decise di citarlo in giudizio per calumnia, era la parola di Walter contro quella di Margaret, si perchè lei aveva sempre mantenuto il segreto e sfornato quadri su quadri per Walter. Il giudice decise di far dipingere in aula i due ex coniugi per capire, senza ombra di dubbio, chi mentiva. Dopo un processo lampo – almeno per noi italiani – in sole tre settimane la giuria si pronunciò, concedendo a Margaret un risarcimento di 4 milioni di dollari. I Keane sono ora i quadri solo ed esclusivamente di Margaret.

Walter dopotutto era un imprenditore che operava nel momento migliore per il consumismo, la sua idea gli permise non solo di far conoscere i trovatelli dagli occhi enormi in tutto il mondo, ma anche di fare una barca di soldi. I quadri costavano troppo per la gente comune? Nessun  problema. Vendeva le stampe dei quadri per qualche centesimo, così tutti potevano avere la copia del loro Keane preferito appeso in salotto. E visto che questa idea spopolava, pensò anche di fare cartoline di quei poster, così i capolavori di Margaret si potevano pure spedire ai parenti per natale. Quegli occhi enormi poi vennero stampati su tazze, piatti, cianfrusaglie varie…l’arte del consumismo. La scena in cui Margaret fa la spesa al supermercato e prende dallo scaffale la zuppa Campbell di Andy mi è sembrata quasi evocativa.

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Margaret e Walter Keane

La trama è intrigante, il fatto che sia vera poi la rende ancora più appetibile. Ma come dicevo all’inizio, Tim nel film c’è per davvero. C’è nella scelta di affidare la colonna sonora a Danny Elfam (già scelto per La sposa cadavere, Nightmare before Christmas, La fabbrica di cioccolato). C’è nella scena inziale del quartiere in cui vivevano Margaret e sua figlia prima di scappare dal primo matrimonio: case e macchine di color pastello, una strada di cemento serpeggiante che scorre verso l’alto e verdi giardini curati alla perfezione. Vi dice niente? E poi c’è sicuramente in questi occhi enormi che quasi escono dalle orbite, non saranno una sua creazione ma sono la sua riproduzione.

Insomma…da vedere! Assolutamente da vedere! E voto 10 per Christop Waltz: piccolo spocchioso racconta palle.

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Bentornato Tim! È bello rivederti!

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Snowpiercer

Snowpiercer, uno dei film più costosi mai prodotti dalla Corea del Sud (con l’aiutino degli USA e della Francia, intendiamoci). Uscito in Italia nel febbraio 2014, alla direzione di un cast fenomenale c’è il regista sudcoreano Bong Joon-ho, già noto per l’horror The Host (2006).

Nel 2031 l’umanità è sull’orlo dell’estinzione: qualche genio scientifico aveva pensato ad un metodo assolutamente innovativo per combattere il surriscaldamento globale e il Buco dell’ozono, ovvero dispergere nell’atmosfera un agente chimico che avrebbe contribuito a ridurre le temperature. Risultato: hanno congelato tutto. Soltanto un pugno di individui è riuscito a salvarsi, grazie all’intuizione di un magnate dei trasporti, Mr. Wilford (Ed Harris). Negli anni Mr. Wilford aveva costruito una linea ferroviaria attraverso il pianeta, il treno creato allo scopo di accogliere e salvare le persone a seguito del disatro climatico, impiegava 365 giorni per percorrere l’intera linea. I sopravvissuti avevano acquistato i biglietti, chiaramente trattandosi di un treno, divisi tra prima e seconda classe e da circa sedici anni viaggiano intorno al pianeta sul treno Snowpiercer. L’unico modo per sopravvivere è rimanere all’interno del treno, il quale a sua volta non deve mai fermarsi.

Trattandosi di un treno, siamo all’interno di un ambiente ristretto e limitato. Le persone occupano ogni suo centimetro. La prima classe ha tutto ciò che l’immaginario collettivo e benestante images1può desiderare: il vagone ristorante, il vagone da cocktail, la discoteca, la sauna, la piscina, la serra, in uno addirittura c’è un giapponese che serve suschi fresco, una cosa che capita una o due volte l’anno, il vagone per la scuola in cui ci sono si e no una decina di alunni, ecc. La seconda classe è invece un porcile. Persone stipate le une sulle altre in spazi angusti, sporchi, al limite della sopravvivenza animale. Magiano una schifezza nera densa e lucida, dovrebbero essere delle barrette proteiche, in realtà sono fatte macinando scarafaggi o insetti simili. La prima classe ha iniziato a creare questa porcheria dopo che la seconda classe ha iniziato a mangiarsi a vicenda, partendo dai bambini perchè hanno la carne più tenera. Qui Curtis (Chris snowpiercer-1rlfwxeo2-1280Evans), Edgar (Jamie Bell), Tanya (Octavia Spencer), Gillian (John Hurt) ed altri, escogitano una rivoluzione. Alla base c’è una semplice idea: chi controlla il treno, controlla il mondo.

Dovranno servirsi dell’aiuto di un personaggio un po’ stravagante e tossicomane, colui che ha ideato il sistema di chiusura delle porte. Si snowpiercer-cast-phototrova in prigione, il primo passo sarà liberarlo. È Namgoong Minsu (Song Kang-oh). Anche sua figlia, minorenne e sempre fatta come una pera, Yona (Go Ah-sung), aiuterà il gruppo rivoluzionario.

La vera star del film però è Tilda Swinton che interpreta un ministro di questo folle governo post-apocaticco: il ministro Mason. Questa attrice è una trasformista, un camaleonte talentuso nell’universo hollywoodiano. In Snowpiercer ha dato prova di sè creando un personaggio ambiguo, cattivo, viscido. È semplicemente splendida, anche imagesse decisamente imbruttita dal trucco. Voto 10 e lode per Tilda, incredibile. Il film vale la pena già solo per vederla all’opera.

In ogni caso è una pellicola interessante, ben strutturata, a metà strada tra la comicità della situazione sull’orlo dell’incredibile e quella fastidiosa sensazione che si prova davanti al probabile. A pensarci bene non è una realtà così impossibile, in risposta ad un problema reale gli scienziati hanno dato una risposta plausibile. Magari invece di rifugirci su un treno in costante movimento, potremmo finire in città sotterranee o dentro delle grotte. Chi lo sa… Una cosa è certa, non è poi una possibilità così folle.

Chi è Ant-man?

Alzi la mano chi non ha, nel favoloso universo Marvel, un supereroe preferito! Spero non ci siamo delle mani alzate. Davvero, è impossibile non amarne almeno uno. Il mio, per esempio, non è esattamente un supereroe…Super è super, niente da dire, è sull’eroe che ogni tanto ho dei dubbi. Diciamo solo che a volte non si capisce bene da che parte sta. È Loki, lo adoro. Il Dio dell’inganno nella mitologia scandinava o nordica.Ant-man Questa però è un’altra storia…C’è invece un eroe che forse è poco conosciuto, almeno fino a qualche tempo fa quando si è sparsa la voce dell’imminente film in uscita su di lui: ANT-MAN!

È una delle prime creazioni di Stan Lee e Jack Kirby. Fa il suo ingresso nell’universo della Marvel Comics nel lontano 1962 sul fumetto Tales of Astonishing. Quest’estate Peyton Reed (noto regista di commedie come Yes man e Ti odio, ti lascio, ti…) l’ha portato sul grande schermo facendolo così conoscere al mondo intero e non solo agli appassionati di fumetti.

imagesCi sono varie generazioni di Ant-Man. Il primo, il creatore, è il dottor Henry “Hank” Pym, che ovviamente troviamo anche nel film ed è qui impersonato dal maestro Michael Douglas. Il dottor Pym era uno scienziato, chimico e biologo, aveva inventato quelle che poi vennero conosciute con il nome di “Particelle Pym”: molecole in grado di ridurre le dimensioni di materiale biologico, compresi gli esseri umani, alle dimensioni di una formica. Per non far cadere la formula delle Particelle nelle mani del KGB, il dottor Pym indossa la speciale tuta che contraddistingue Ant-Man e gli permette di rimpicciolire e di tornare alle dimensioni normali. Con il rinforzo di un esercito di formiche, che riesce a controllare attraverso un altro apposito congegno di sua invenzione, Pym combatte i nemici del KGB e scongiura il rischio che la formula cada nelle mani sbagliate. Da qui inizia a combattere il crimine con la sua speciale tuta e l’elemetto. Nella crociata contro la criminalità sarà aiutato da sua moglie, Janet Van Dyne, che diventerà poi Wasp.

Hank però ha un altro ruolo fondamentale nell’universo Marvel. È uno dei fondatori degli Avengers, insieme ad Iron-Man, Hulk, Capitan America e Wasp. Esatto. Questo scienziato che si riduce alle dimensioni di un insetto è un Avengers.

Il secondo Ant-Man è Scott Lang, il protagonista del film uscito qualche giorno fa. Sul grande schermo la tuta viene indossata da Paul Rudd, un’altra nota faccia della commedia americana. La storia di Scott è abbastanza travagliata e dal film tutto questo non traspare, anzi, viene descritto come una sorta di Robin Hood dei giorni nostri che interferisce nel sistema della grande impresa in cui era impiegato, sospettata di rubare ingenti quantità di denaro agli ignari clienti. Scott trasferirisce i fondi rubati ai legittimi proprietari e viene arrestato, dovendo poi scontare 3 anni in carcere. 1436342671_ant_man_art_a_lLa Marvel l’aveva invece inquadrato diversamente. Ex ingegnere elettronico, con una figlioletta malata al cuore. Lo stipendio che percepiva non gli permetteva di sostenere la famiglia così si diede ai furti. Dopo aver scontato qualche anno in prigione, dove comunque continuò a studiare elettronica, Scott trova impiego alle Stark Industries. Le condizioni di salute della piccola Cassie però peggiorano e Scott decide di introdursi nell’abitazione di Pym e rubare la tuta di Ant-Man. Qualunque, sia tra le due, la storia che preferite, in ogni caso Scott Lang è Ant-Man II.

Ce ne sarebbe un terzo, Eric O’Grady (apparso per la prima volta nel 2006). Era un semplice agente dello S.H.I.L.D. adibito alla sorveglianza di un laboratorio in cui operava Henry Pym. Magari potete immaginare cosa succede dopo.

antman-paul-rudd-jpgQuesto in linea generale il quadro di una delle prime creazioni di Stan Lee. E il film? Bè, il film è divertente, e non poteva essere altrimenti visto e considerato il protagonista. Paul Rudd esce da commedie di successo come 2 Young 4 Me o A cena con un cretino. Il suo genere è decisamente quello del “far sorridere” e anche con Ant-Men va alla grande, soprattutto grazie alla sua espressività ironica.

Dall’altra parte c’è una colonna portante come Michael Douglas che non ha bisogno di31232120,34094431,highRes,01K+11_71-86783220_ori tante presentazioni. Serio e spassoso all’occorrenza, il personaggio di Pym non è molto stabile, di conseguenza anche Douglas ha alti e bassi che ne scandiscono la recitazione. Ha una presenza scenica che tende ad oscurare gli altri, ma che ci vogliamo fare? Non possiamo mica fargliene una colpa.

327158-antman-villainL’antagonista è Corey Stoll, alias Darren Cross o Yellowjacket. Scienziato, “cresciuto” professionalmente dallo stesso Pym, che riesce a ricreare le Particelle Pym e a costruire una tuta ispirata al calabrone. La sua intenzione è BF-05991_R.JPGvendere il prototipo all’Hydra, ma Hank non intende permetterglielo. Insieme a sua figlia, Hope Van Dyne (Evangeline Lilly), e Scott farà di tutto per evitare questo possibile disastro. Stoll come villain non mi è sembrato tanto credibile: tra l’ossessione per le Particelle, il senso di abbandono che prova nei confronti del suo mentore e una evidente istabilità mentale, poteva essere più convincente. Le basi per un ottimo cattivo c’erano tutte.

La pellicola è spensierata e leggera, ci sono diverse scene esilaranti (alcune si possono vedere anche nel trailer, tipo quella del trenino giocattolo!) e la trama di base è semplice ma ben strutturata. Come in molti altri film targati Marvel gli effetti speciali semplicemente “spaccano”! Pensandoci su forse era meglio averlo visto in 3D! Alla fine della proiezione mi sono trovata a rivalutare il ruolo delle formiche nell’universo, saranno anche piccole, ma ragazzi…fanno delle cose incredibili! Super consigliato agli appassionati Marvel e non solo!

Un consiglio: quando il film finisce e iniziano i titoli di coda, restate seduti, ci sarà una piccola sorpresa. E quando anche questa piccola sorpresa sarà terminata e vi state per alzare, restare ancora seduti. Ci sarà una seconda piccola sorpresa! IO ADORO LA MARVEL!

JUNO

Suo padre, Mac MacGuff (interpretato da J.K. Simmons) era fissato con la mitologia e pensò bene di chiamare sua figlia come la bellissima e terribile moglie di Giove, ovvero Giunone, cioè Juno (una strepitosa Ellen Page). Questa ragazza è la protagonista di una favolosa commedia diretta da Jason Reitman, presentata in anteprima al Festival Internazionale di Roma nel 2007 dove ha vinto il premio Marco Aurelio al miglio film. Alla notte degli Oscar del 2008 ha poi ricevuto ben 4 nomitations vincendo per la migliore sceneggiatura originale (di Diablo Cody).

Juno è un’adolescente schietta, spiritosa e intelligente. 215px-Junoposter2007Ama il rock, The Runaways e il 1977. A 16 anni, lei e il suo amico Paulie Bleeker (Michael Cera) diventano “sessualmente attivi” (ad educazione sessuale le insegnano di dire così). Juno è davvero unica nel suo genere, quella che alcuni genitori definirebbero una ragazza strana, in realtà è decisamente sopra la media e lo si capisce da come decide di affrontare la gravidanza che consegue al suo stato di “sessualmente attiva”.

Insieme all’amica Leah (Olivia Thirlby) consultano una rivista in cui aspiranti genitori si presentano a ragazze e donne incinte che per un motivo o per l’altro non possono tenere il loro bambino, gli annunci li trovate tra quelli che regalano gattini e pappagalli e quelli che vendono attrezzattura sportiva. C’è una coppietta lì in mezzo molto carina, giovane, sembrano innamorati, sono Vanessa Loring (Jennifer Garner) e Mark Loring (Jason Bateman). Non possono avere figli, ci provano da così tanto tempo, ma qualcosa non va. Vanessa vuole tanto diventare mamma, forse è un pochino apprensiva ma Juno non gliene fa imagesuna colpa, anzi, la trova perfetta per crescere il suo “fagiolo”.

È deciso, Vanessa e Mark saranno genitori. Prima però bisogna portare avanti la gravidanza e per una liceale non è la cosa più semplice. Nei corridoi della scuola tutti la fissano, parlano di lei e della sua pancia. Per fortuna Juno non è una ragazza qualunque e, diciamolo, se ne sbatte di quello che dicono i suoi compagni. In realtà è più arrabbiata con Bleeker che si porterà una tizia che puzza di minestra al ballo di fine anno…

Paulie: Be’, ho ancora le tue mutandine…
Juno: E io la tua verginità.
Paulie: Perché non chiudi quella bocca?
Juno: Che c’è, ti vergogni che l’abbiamo fatto?
Paulie: No, io…
Juno: Perché almeno tu non devi portare la prova sotto il maglione. Sembro un pianeta!

2 imagesCon coraggio e sfrontatezza la giovane Juno continua la sua vita e le cose sembrano andare alla grande fin quando non scopre che tra Vanessa e Mark non sono esattamente rose e fiori. Proverà a capire cosa fare perchè il suo “fagiolo” dovrà pure andare da qualche parte, no? Non è una sprovveduta questa sedicenne, ha già deciso chi è la persona giusta per crescere il bambino…

Mac MacGuff: Dove sei stata?

Juno: Fuori, ad occuparmi di cose ben oltre il mio livello di maturità.

Una commedia simpatica e divertente, i dialoghi sono spassosi e la stessa Juno contribuisce a creare un’atmosfera irriverente, Ellen Page è stata davvero brava e per la sua interpretazione ha ricevuto una nomination agli Oscar come miglior attrice protagonista diventando così la quarta più giovane star nominata per questo premio. Complimenti ad Ellen!

Guardatelo, ne vale assolutamente la pena!

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Quel che sapeva Maisie

C’è una dolce bambina di nome Maisie (Onata Aprile), è piccolina con i capelli castani e due enormi occhi azzurri. Avrà si è no sei anni, va a scuola, gioca con i compagni e con l’adorata baby-sitter Margo (Joanna Vanderham).

C’è una madre, Susanna (Julianne Moore), una rockstar disorganizzata, distratta ed egoista. Pensa prima a sé stessa che al bene della bambina, anche se lei è convinta del contrario. Non è di certo il ritratto della madre perfetta, ma non cerca nemmeno di andarci vicino tant’è presa dal suo lavoro e dagli eccessi.

C’è un padre, Beale (Steve Coogan), assente. Sembra simpatico, tratta bene Maisie le poche volte che si vede per casa, ma non è altro che un ometto d’affari invischiato nel lavoro e nella carriera.

downloadNoi accompagniamo Maisie nelle sue giornate, tra l’andare a scuola in taxi con mamma, aspettare che qualcuno ci venga a prendere finite le lezioni, uno dei due, chi si ricorda per primo. Torniamo a casa da Margo che ci fa giocare, ci aiuta a fare i compiti e ci prepara la cena. Cerca di distrarci dai continui litigi di mamma e papà che urlano uno contro l’altra al piano di sopra. Andiamo a letto. Spesso ci svegliamo perché la mamma porta a casa degli amici, bevono, fumano, cantano. Lei ci vuole bene, questo lo sappiamo, ma non riesce a comportarsi da adulta. Poi papà se ne va di casa e noi passiamo dalla scuola al tribunale, da casa di mamma a quella di papà. Loro litigano e noi siamo la “merce di scambio”, vediamo tutto e capiamo tutto. Papà adesso vive con Margo, subito la cosa ci lascia perplessi ma siamo felici che ci sia qualcuno in tutto questo folle circo che pensa a noi. Visto che papà si è risposato anche mamma si risposa, con Lincoln (Alexander Skarsgård). Lui è buono e dolce, ci tiene compagnia e si prende cura di noi quando la mamma sparisce per un po’. Anche Margo si prende cura di noi quando papà è in viaggio. Per fortuna abbiamo qualcuno.

Il divorzio è una realtà fin troppo comune, spesso i bambini vengono letteralmente sballottati da una parte all’altra nella speranza di trovare per loro la migliore sistemazione. Altrettanto spesso i genitori litigano proprio sulla pelle dei loro bambini causando in loro dolore e sensi di colpa, quando di colpe proprio non  ne hanno. Maisie è una di questi bambini, non siamo in grado di sapere cosa pensa anche se il film ci mostra il suo punto di vista, forse è proprio voluta questa incertezza. Ha solo sei anni, non è così piccola da non capire cosa sta succedendo alla sua famiglia, ma non è nemmeno così grande da razionalizzare la cosa. Fa quello che le viene detto, anche affidandosi alle mani di un estraneo come Lincoln, che per fortuna si rivela essere una brava persona. È una bambina anche fin troppo brava a dire la verità, la si vede piangere solo una volta e in silenzio, una sola lacrima, quasi non volesse disturbare.

La trama è molto triste proprio perché è fin troppo reale, sin dall’inizio lo spettatore si fa una precisa idea di come andranno le cose e spera che la piccolina alla fine stia bene, che non debba soffrire più di quanto non stia giù facendo per colpa di genitori che, come dice Lincoln, non se la meritano.

Appassionante e coinvolgente, un film indipendente con un buon cast a partire dalla piccola Onata Aprile. Dal mio punto di vista non è invece stata una delle migliori interpretazioni di Julianne Moore. L’ex vichingo di True Blood, Alexander Skarsgård, si comporta molto bene nel suo ruolo, impersonando il timido ed impacciato, ma altrettanto dolce, barista Lincoln.

Ve lo consiglio perché cercare di vedere le cose dal punto di vista dei bambini può aiutare ad aprire gli occhi su ciò che a volte sono costretti ad affrontare. Si potrebbe pensare che forse non capiscono, non si rendono conto dei problemi che affliggono i genitori, io sono fermamente convinta del contrario. Per quanto piccoli e ingenui, i bambini sanno esattamente cosa sta succedendo, probabilmente nella visione semplice e incorrotta che hanno del mondo lo sanno anche meglio degli adulti.

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The interview

Il 25 dicembre 2014 nelle sale americane sarebbe dovuto uscire The Interview, commedia a sfondo politico diretta da Evan Golberg e Seth Rogen, interpretata da quest’ultimo e da uno spassoso e irriverente James Franco. Accadde però che alcune persone si innervosirono scoprendo la trama del film e un gruppo di hackers addirittura violò i sistemi informatici della casa produttrice, la Sony Pictures Entertainment. Di fronte a questi inconvenienti, la Sony decise di non lanciare il film nella data prestabilita. Le cose sono po’ più complicate di quello che può apparire a prima vista, in realtà al di sotto di questa pellicola si aggira una datata diatriba tra due Stati, o meglio tra uno Stato e il mondo intero.

Anche la rivista online http://www.wired.it/ si è posta la stessa domanda su cui si fonda tutto il film: Cosa succederebbe se un giornalista occidentale si mettesse in testa di intervistare Kim Jong-un? (per vedere l’articolo http://www.wired.it/attualita/politica/2015/02/17/impossibile-intervista-kim-jong-un/) Intervistare chi?! Kim Jong-un, il supremo leader della Corea del Nord, quello Stato che praticamente si è chiuso al di fuori del mondo, isolato materialmente tra i suoi confini e sostanzialmente nella dittatura imposta da un uomo che pretende di essere al di sopra di tutto. È il più giovane capo di Stato al mondo e non siamo nemmeno certi di quando sia nato perché al di fuori della Corea del Nord si sa davvero poco di lui. Potrebbe essere nato nel 1983 o nel 1984, di certo è che sale al potere alla morte del padre avvenuta il 27 dicembre 2011.

Di recente (maggio di quest’anno) è stata diffusa una notizia tanto raccapricciante quanto curiosa, il Ministro della difesa nordcoreano, Hyon Yong chol, accusato di “sleatà e mancanza di rispetto” è stato giustiziato da un plotone di esecuzione utilizzando “armi pesanti” , ovvero armi antiaereo. Cosa aveva fatto quest’uomo per meritarsi una simile pena? Ce lo riferisce un funzionario dell’agenzia di intelligence sudcoreana, il Ministro si era appisolato durante una parata militare e non avrebbe eseguito alla lettera gli ordini impartitegli dal capo, Kim Jong-un. Questo è solo uno dei tanti crimini assurdi e ingiustificati commessi dal leader nordcoreano, la rivista http://www.panorama.it/ ha individuato i 9 peggiori: http://www.panorama.it/news/esteri/corea-nord-crimini-peggiori-dittatore/

Con l’attacco alla Sony Pictures il noto gruppo di hacker nordcoreani, chiamato GOP, è riuscito ad ottenere una serie di informazioni riservate su alcuni dipendenti della casa produttrice, tra i quali figurano attori come George Clooney e Leonardo Di Caprio e soprattutto, misero le mani su alcune pellicole non ancora distribuite dalla Sony. Usarono tutte queste informazioni per ricattare il colosso della produzione e impedirgli di diffondere The Interview. Voi cosa avreste fatto?

Il film esce in anteprima a Los Angeles ai primi di dicembre, seguono minacce terroristiche da parte del GOP: gli obiettivi erano i cinema in cui sarebbe dovuto andare in scena The Interview. James Franco e Seth Rogen, probabilmente spaventati da queste minacce, cancellarono tutte le apparizioni in programma per i lanci del film. Alla fine la produzione ne cancellò definitivamente la distribuzione, “è un problema di sicurezza nazionale” si diceva. È la fine? No! Anche il Presidente Obama interviene per dire la sua. Certo, “gli Stati Uniti reagiranno in maniera adeguata alle minacce pervenute dal GOP”, ma la Sony ha sbagliato, “non avrebbe dovuto cedere” alle pretese di un gruppo di terroristi. C’è da dire che il governo della Corea del Nord ha sempre negato un qualsiasi collegamento con il gruppo di hacker ed è quindi impossibile dire se sia stato o meno il mandante dell’attacco informatico e, conseguentemente, delle minacce di stampo terroristico. Alla vigilia di Natale, Sony annuncia che il film verrà proiettato in 200 sale indipendenti sparse negli USA. The Interview arriverà in Italia direttamente in DVD il 25 marzo 2015.

Un gran casino per una commedia, non vi sembra? Bè, a dire il vero il leader nordcoreano non ci fa una gran figura! Una splendida figura la fa invece James Franco che recita la parte del presentatore televisivo specializzato in gossip a dir poco assurdi, in piccolezze da star e notizie di dubbia fondatezza e moralità. Non perde mai il filo conduttore della sua interpretazione, è un perfetto adolescente trentenne che usa un linguaggio e una gestualità scurrili, per usare un termine accettabile. Ha un’espressività esilarante e viene spalleggiato da un Seth Rogen decisamente sopra le righe.

Passate una serata senza pretese e pensieri e godetevi una commedia americana che a tratti può sembrare un po’ eccessiva, alla fine capirete perché ha fatto tanto rumore!

Trascendence

Adoro Johnny Depp in tutte le sue forme. Davvero! Non tanto per film più recenti, che sicuramente l’hanno rilanciato nel firmamento delle star hollywoodiane secondo l’opinione pubblica, come Alice in Wonderland (tra l’altro, non una delle sue migliori performance a mio parere), The tourist (se non fosse stato per il finale lo definirei addirittura noioso) o la saga dei Pirati dei Caraibi (qui devo dire che mi è piaciuto parecchio, almeno per i primi due film poi si sa, trita e ritrita..). Adoro il Johnny di Edward Scissorhands, di Secret Window, di Fear and Loathing in Las Vegas, di Sleepy Hollow, di… Ok, non posso citarli tutti altrimenti questo post si trasforma in un elenco e invece la mia intenzione è di tutt’altro genere.
Tristemente ho avuto modo di notare che negli ultimi anni il camaleontico attore americano non ha proprio avuto fortuna, basti pensare a pellicole come The Lone RangerDark Shadows, che di sicuro non sono tra i suoi lavori migliori, così quando ho deciso di guardare Trascendence (pur avendone sentito parlare piuttosto male), mi sono liberata dai pregiudizi e sin dall’inizio gli ho dato tutta la mia fiducia.
La prima cosa interessante è guardare un pochino più da vicino il regista: Walter C. Pfister, meglio conosciuto come Wally Pfister. Nasce direttore di fotografia, ha collaborato spesso con Christopher Nolan, curando la fotografia di tutti i suoi film a partire dal 2000 con Memento. Nel 2011 vince l’ambito Oscar alla migliore fotografia Johnny-with-Transcendence-Cast-Premiere-LA-10-04-2014-johnny-depp-36939146-1840-976per Inception, sempre di Nolan, non dobbiamo però scordare che negli anni precedenti aveva ottenuto ben quattro nomination per la medesima categoria. Una brillante carriera la sua dunque, ad un certo punto però Wally Pfister decide di cambiare rotta e dedicarsi alla regia. Nasce così Trascendence, il suo primo lavoro dietro la macchina da presa e per non essere da meno rispetto ai colleghi si circonda di professionisti di indiscussa esperienza e fama, a partire proprio dal nostro Johnny Depp, che qui riveste i panni del protagonista, il Dott. Will Caster. Dividono con lui lo schermo altri artisti di importanza mondiale, da Paul Bettany al grande Morgan Freeman.
Qualora Trascendence non stuzzicasse la curiosità già solo per le grandi stelle che vi prendono parte, una breve lettura della trama può di certo aiutare a completare il quadro. L’argomento che  Pfister decide di rappresentare non può lasciare indifferenti. Stiamo parlando di intelligenza artificiale, di futuro, di perfette macchine intelligenti e consenzienti, capaci di ponderare le emozioni e i sentimenti al fine di prendere decisioni sensate, alla pari di un qualsiasi essere umano. Anzi no, non alla pari, lo possono fare addirittura meglio di un qualunque essere umano perché le loro conoscenze sono pressoché illimitate. Provate a pensare…una macchina capace di accedere a qualunque tipo di informazione semplicemente attraverso internet, in poche frazioni di secondo riesce ad elaborare contemporaneamente milioni di dati e già solo sulla base di questo potrebbe prendere la decisione migliore o più idonea in quel preciso contesto. Ma resterebbe pur sempre una macchina, mancherebbe sempre qualcosa per far accettare completamente le sue scelte alla collettività. Proviamo allora ad immaginare che all’interno di quel procedimento di elaborazione di dati si inserisca una intelligenza che abbia coscienza di sé, che sia in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che invece non lo è, ciò che è lecito da ciò che è illecito. Immaginiamo che in un futuro prossimo una creatura come questa venga presentata alla comunità internazionale da esperti di indubbia competenza, dall’alto di un palco scenico. Quale sarebbe la vostra reazione? Paura? Eccitazione?
Il Dottor Will Caster è il maggior esperto in materia di intelligenza artificiale, lui e sua moglie, la dottoressa Evelyn (Rebecca Hall), hanno grandi progetti e grandi idee che però non suscitano un consenso generalizzato. Il futuro spaventa, tanto più se non si riesce a comprendere chiaramente come ci si sta arrivando e cosa si sta creando, le novità tecnologiche si potrebbero percepire alla stregua di minacce più che come ausili. Un gruppo di terroristi contrari, o forse spaventati dal progresso tecnologico prendono di mira Will e vari altri ricercatori e dottori esperti in materia. Ciò che accadrà dopo non intendo svelarvelo, vi dirò solo che la sfiducia nell’intelligenza artificiale e la paura di un progresso tecnologico fondamentalmente privo di freni etici non sono argomenti da sottovalutare.
Ho riposto bene la mia incondizionata fiducia iniziale? Sulla trama di base decisamente si, molto interessante e attuale, ma per come il film si sviluppa…decisamente no! E quanto a Johnny? Caro il mio talentuoso e sexy attore, ho preso la mia decisione, ti ricorderò sempre così…
Chocolat29

Chocolat (2000)

Suite Francese, un’incredibile storia d’amore o …

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Francia era vista come una delle potenze militari meglio equipaggiate e più numerose d’Europa, tuttavia nel 1940 si arrese al nemico tedesco aprendo le porte alla sua invasione tutt’altro che pacifica.

Suite Francese è il film diretto da Saul Dibb, uscito nei cinema italiani qualche giorno fa, tratto dall’omonimo romanzo di Irène Némirovsky. La storia della sua pubblicazione ha dell’incredibile quasi quanto gli eventi in essa narrati. L’autrice venne deportata ad Auschwitz come ebrea nel 1942, nei pochi mesi precedenti al suo arresto compose i primi due romanzi di quello che doveva diventare un “poema sinfonico” formato da cinque atti. Morì di tifo rinchiusa nel campo di concentramento solo un mese più tardi. Irène aveva due figlie, Denise la maggiore ed Èlisabeth, vennero affidate alla cura di un’amica francese per evitare la loro persecuzione. A loro i genitori consegnarono una vecchia valigia contenente alcuni documenti. Denise non aprì quella valigia per anni, fino a che un giorno decise di sbirciarci dentro e trovò un manoscritto, riconobbe la calligrafia della madre e si rese conto di avere tra le mani un grande progetto, un’opera incredibile dove la madre descriveva il grande esodo dei parigini verso le campagne del 1940 e l’invasione del nemico, un progetto purtroppo rimasto incompiuto.

Suite Francese venne pubblicato solo nel 2004, circa sessant’anni dopo la morte della sua autrice. La Francia accolse l’opera con un favore e un entusiasmo dilagante e diffuso ovunque, così Irène Némirovsky, scrittrice pressoché dimenticata, riconquistò il suo posto tra i romanzieri francesi del ‘900. La sua fama varcò i confini francesi a dimostrazione del sentimento comune che lega un continente di fronte ad un orrore che coinvolge tutti, ignorando completamente le barriere fisiche e temporali che vi si frappongono perché non esiste ostacolo o barriera che possa impedire a storie come questa di conquistare il loro spazio. È stato tradotto in 38 lingue e nel 2008 aveva venduto due milioni e mezzo di copie, di certo dopo l’adattamento cinematografico questo numero è destinato ad aumentare.

Come sempre prima di guardare il film dò un’occhiata al trailer. Premetto che non sono una grande fan delle storie d’amore strappalacrime, per questo quando ad un certo punto appare la frase: “la più grande storia d’amore mai raccontata”, ho arricciato un po’ il naso, ad ogni modo il film l’ho visto e non sono certa che si tratti davvero di una storia d’amore nel senso comune del termine..

Si narra dell’incontenibile passione che travolge una donna francese di buona famiglia, moglie giovane e ingenua di un soldato arruolato per la guerra e disperso chissà dove a combattere per la sua nazione. È Lucile Angellier (interpretata da Michelle Williams), vive in campagna nella bella casa del marito con la suocera (ruolo coperto magistralmente dall’inglese Kristin Scott Thomas) e una domestica. Durante l’occupazione del maggio del 1940 centinaia di parigini scapparono dalla capitale per riversarsi nelle campagne in cerca di rifugio, ma non furono gli unici a invadere la periferia. Camionette, motociclette, auto colme di soldati, ufficiali, tenenti arrivarono con prepotenza per stanziarsi sul territorio, con il risultato che gli abitanti furono costretti a cedere alcune delle loro stanze per ospitare questi indesiderati.

Non ho potuto fare a meno di chiedermi come mi sarei comportata in quella situazione, cosa avrei fatto se un uomo, soldato semplice o tenente, si fosse stabilito in casa mia e fossi stata costretta a dividere con lui il cibo, così scarso in tempo di guerra. Cosa avrei mai potuto dirgli? Come lo avrei guardato sapendo che molto probabilmente aveva ucciso e torturato la mia gente? Mi piace pensare che sarei stata forte e risoluta. Mi hanno imposto una presenza fissa e decisamente indesiderata in casa, perfetto, ma questo non significa che sia anche costretta ad essere ospitale ed educata come se quell’uomo fosse un qualunque gentiluomo di passaggio.

Questo è più o meno ciò che all’inizio fanno anche le due donne cui viene imposta la presenza in casa del tenente Bruno Von Falk (interpretato dall’attore belga, per me pressoché sconosciuto, Matthias Schoenaerts). Un militare sui generis, sin dall’inizio infatti appare a disagio dentro l’uniforme, più interessato al pianoforte che alle faccende militari. Racconta che prima della guerra era un compositore e in effetti tutto il film è coccolato dalla melodia che lui stesso crea…Suite francese appunto.

Storia d’amore? Forse si, entro certi limiti però. Quest’uomo e questa donna sono nemici sulla carta, ma riescono ad andare al di là di quello che dovrebbero essere per le rispettive società: uno, conquistatore forte, arrogante e pericoloso; l’altra, vittima arrabbiata e offesa, desiderosa di vendicarsi e far valere comunque i propri diritti. Dovrebbe essere più o meno così, ma non lo è. Non rimangono ancorati alle rispettive maschere, sembra quasi di assistere a una guerra interiore dove entrambi sono dibattuti tra l’essere se stessi e semplicemente abbandonarsi al desiderio e al sentimento provato per un uomo o una donna a prescindere dalla nazionalità di ciascuno, e l’essere parte di una società che nel bene o nel male impone di avere un certo comportamento reciproco, per non essere giudicati traditori o deboli.

Non so se alla fin fine la possiamo chiamare storia d’amore, quello che è certo è la sensazione rimasta alla sua conclusione, una tristezza amara di una situazione reale dove difficilmente c’è un modo giusto di comportarsi. Lo consiglio? Assolutamente si.

Steve McQueen – l’Oscar – 12 anni schiavo

Probabilmente attirerò ire e disaccordi, nonostante questo rischio mi affido al buon vecchio diritto costituzionale che garantisce la libertà di opinione e scrivo la mia recensione su 12 anni schiavo.

Steve McQueen nel 2013 dirige il vincitore del premio Oscar 2014 per il miglior film. Ma non è tutto, perché nella notte delle stelle è proprio questo lungometraggio a fare incetta di downloadnomination: miglior attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, premio che l’attrice keniota naturalizzata messicana, si è poi aggiudicata meritatamente; miglior sceneggiatura non originale a John Ridley, altra statuetta conquistata e con questa fanno tre; miglior regista; miglior attore protagonista; miglior attore non protagonista; miglior montaggio; miglior scenografia e migliori costumi. Insomma su 24 premi da assegnare, 12 anni schiavo ha lottato per aggiudicarsi ben 9 statuette! Dire che è stato uno spettacolo apprezzato dalla critica è un eufemismo.

La vicenda è tratta, come tutti sanno, da un’incredibile storia di vita vera, vissuta nel corso di un’epoca che fa ancora rabbrividire al solo pensiero dell’ingiustizia e malvagità che la denota. Uno scorcio di America che si vorrebbe dimenticare ma che rimane ben aggrappato alla coscienza di ciascuno, perché orrori come questo non restano ancorati alla terra in cui si sono vissuti, non si fermano al di là dell’oceano, arrivano ovunque ed è bene ricordarli, così che servano da monito per tutte le generazioni.

Nel 1853 un certo Solomon Northup pubblica un libro di memorie intitolato appunto “12 anni schiavo”. Quest’uomo, nato nel 1808, è lo sfortunato protagonista di una serie Copertina12AnniSchiavo-SafaràEditoredi situazioni che sembra impossibile poter racchiudere in una sola vita. Suo padre, uomo nero di nome Mintus Northup, era schiavo di una famiglia benestante di Rhode Island, la famiglia Northup appunto. Al tempo gli schiavi prendevano il cognome dalla famiglia che servivano. Quanto Mintus morì, Solomon venne reso un uomo libero per volontà dei suoi proprietari e poté rimanere nell’ex fattoria di suo padre, crescendo come uomo libero (continuo a ripeterlo perché è un concetto non scontato), leggendo, studiando il violino, creandosi una cultura generale che fece di lui un ottimo musicista e un uomo colto. Dopo essersi sposato nel 1829 e aver generato due figli, Solomon e la sua famiglia si trasferirono a Saratoga Srings (New York). La storia narra di un uomo che tenta in ogni modo di elevare il suo rango sociale per garantire a sé e alla sua famiglia una vita degna e adeguata. Si dà da fare prestandosi ai più svariati lavori: allevatore, commerciante, cuoco, violinista. Probabilmente è proprio questa sua necessità di affermazione che lo spingerà in una trappola che gli segnerà per sempre l’esistenza.

Il film di Steve McQueen non prende le mosse da così lontano, anzi, ci troviamo già nel 1841 quando l’ingenuo Solomon viene accalappiato con un’esca dorata e scintillante, e con la promessa di un lavoro redditizio viene portato a Washington DC. Quel lavoro come violinista per una coppia di artisti però non lo svolgerà mai perché Solomon sarà una delle innumerevoli vittime di rapimenti. Quando si risveglierà, probabilmente dopo essere stato drogato da coloro che gli avevano promesso un futuro invitante, non è più Solomon Northup uomo libero, sposato con due figlie e residente a Satatoga Springs, New York, è Platt, uno schiavo, e come tale viene portato nello stato della Louisiana per essere venduto al miglior offerente. Questa diventerà la sua terra per i successivi 12 anni, passerà di padrone in padrone, senza la possibilità di dichiarare a voce alta la verità su sé stesso, costretto a celare il fatto di saper leggere e scrivere, pena violente frustate ed altre torture disumane. Dovrà annullare la sua personalità, obbedire a testa bassa e sopravvivere,

Sto sopravvivendo, non mi farò prendere dalla disperazione. Mi manterrò in salute finché non verrà l’occasione di riprendermi la mia libertà!” (Solomon Northup)

Ci viene mostrata la natura disumana dei padroni schiavisti del sud, anche se non tutti sono uomini così spregevoli come quelli che si nascondono dietro un passo estrapolato dalle Scritture per giustificare la loro malvagità e ignoranza. In alcune frasi dette da uno di essi, il terribile Edwin Epps (interpretato da Michael Fassbender), si comprende perfettamente perché tutta questa storia fosse sbagliata e assurda:

Un uomo fa quel che più gli piace con ciò che gli appartiene“, frase che Epps rivolge allo stesso Solomon riferendosi alla schiava Patsey.

La storia tragica e incredibile di Solomon vuole che dopo tutti quegli anni di silenzio riesca finalmente a contattare la moglie e informarla della sua situazione. Nel film sarà un certo Samuel Bass (breve ma intensa apparizione di Brad Pitt, qui anche nella veste di produttore) a permettere a Solomon di contattare i suoi cari. Dalle memorie sappiamo che la moglie di Solomon, che lo aveva dato per morto, dopo aver ricevuto la notizia sconvolgente dal rapimento e schiavizzazione del marito, contatta un avvocato (Henry Northup, si proprio di quei Northup) il quale scova una legge dello stato di New York del 1840 che gli permette di recarsi subito in Louisiana e liberare immediatamente quell’uomo libero schiavizzato. Solomon Northup sarà liberato nel 1853, stesso anno di pubblicazione del libro di memorie.

US_Slave_Free_1789-1861

Raffigurazione della diffusione dello schiavismo negli Stati Uniti (1789-1861)

Solomon però non si limiterà a far pubblicare un libro per denunciare i soprusi che lui e altre migliaia di persone hanno e stavano subendo, diventerà un attivista, sostenitore dell’abolizione della schiavitùnamibia-schiavi-herero e sembra che abbia anche contribuito alla liberazione di diverse persone private della libertà. Denuncerà i suoi rapitori ma allora nello Stato di New York vigeva una legge che impediva ad un uomo di colore di testimoniare contro un uomo bianco. Queste persone rimarranno impunite.

La forza e l’intensità del tema trattato sono innegabili, il film ci mostra verosimili scorci di violenza inaudita, di indifferenza e di odio ingiustificati. Ma se mi chiedete se il film rispecchia davvero questi sentimenti, bé la mia risposta nella più totale sincerità è “non ne sono sicura”.

Forse in parte è colpa mia, ho sentito così tanto parlare, e parlar bene di questo film, ho letto recensioni e commenti, tutti lusinghieri e positivi, senza tener conto che in pratica 12 anni schiavo è stato incoronato film dell’anno passato, che mi sono fatta un’idea personale di come avrebbe dovuto essere. Alla fine, come succede quasi sempre quando ci si crea una qualche aspettativa, la realtà è risultata peggiore rispetto alla fantasia. Ma questo è solo il mio gusto, in realtà la regia è davvero di ottimo livello e la manciata di super star che fanno anche solo brevi apparizioni non gusta ad alzare l’asticella. Merita tutti i premi che gli sono stati assegnati, ma non possono non chiedermi se forse non sarebbe stato possibile rendere l’immagine più cruda, avvicinarla ancora di più alla realtà senza alcun timore…mah! Di sicuro non sarà l’ultimo film del genere e sono pure curiosa di veder rappresentata sul grande schermo il resto della vita di Solomon, la sua lotta contro la schiavitù, la sua tenacia nel far punire coloro che lo hanno privato della libertà, vedremo! Non mi resta che aspettare…

Perplessa per Lei…

Si avvicina la notte degli Oscar 2015, il periodo migliore per trovare in programmazione film che hanno segnato la storia e la memoria. Tra i più recenti c’è il candidato a cinque premi Oscar nel 2014, tra cui miglior film, e vincitore del premio alla miglior scenografia originale. Sto parlando di Her, toccante film scritto e diretto da Spike Jonze, interpretato da Joaquin Phoenix e dalla voce sensuale di Scarlett Johansson, doppiata per noi italiani dalla convincete Micaela Ramazzotti.

Dopo aver visto il film ho avuto qualche momento di stasi. Mi ha lasciata un po’ inquieta e pensierosa forse perché quel futuro, non meglio precisato ma decisamente imminente, in cui si svolge la vicenda è così tangibile e vicino da poter essere già domani e questo dà decisamente qualcosa su cui riflettere.

Il malinconico e tristarello Theodore Twombly (Joaquin Phoenix appunto) fa un lavoro davvero particolare: passa le sue giornate a scrivere lettere personali per conto di altre persone. Romantiche lettere d’amore, sincere parole di amicizia o di devozione tra familiari, congratulazioni per il figlio appena nato o per il nuovo traguardo raggiunto. La sua occupazione è emblematica della società che si intravede nel corso del film.

her-joaquin-phoenix-skipLe pochissime interazioni tra esseri umani sono messe in secondo piano rispetto ai molteplici scambi di esperienze con dei software appositamente creati per rendere la vita delle persone vere più organizzata e meno complicata. Basta inserirsi un apparecchio, del tutto simile a un auricolare, nell’orecchio e interagire direttamente con il proprio computer. Con pochi comandi questo legge, organizza e risponde alle mail, ti fa ascoltare la colonna sonora perfetta per il momento, ti legge le ultime notizie dal mondo.

Mentre Theodore torna a casa in metropolitana o passeggia per le strade diretto da un’amica incontra persone che non incrociano il suo sguardo nemmeno per sbaglio, tutti parlano con il loro amico di fiducia insinuato dentro l’orecchio. In questo flusso di individui che sembrano automi si intreccia la storia di un matrimonio fallito. Come una her-movie-2013-screenshot-catherine-and-theodoresequenza di istantanee che ogni tanto emergono dal ricordo si intravede la felicità che Theodore ha condiviso con una donna in carne ed ossa e mano a mano che i flash continuano si comprende come la loro spensieratezza non è destinata a durare, come il rapporto umano si sia sgretolato per lasciare dietro a sé un uomo triste e solo che, come tanti altri che lo circondano, trova conforto in quel software progettato e disegnato direttamente sulle sue esigenze e preferenze.

Samantha è la voce sensuale che esce dall’auricolare. Intrigante, divertente, spontanea, rappresenta un anima piena di possibilità, senza pregiudizi o prospettive. Lei ha già in sé tutto quello che le occorre e come se non bastasse cresce con l’esperienza proprio come ogni essere umano pensante. Quasi senza rendersene conto ci si trova immersi in una storia d’amore sui generis tra quest’omino dall’umore spesso nero e questa entità curiosa, bramosa di conoscere e sperimentare emozioni. Come sia possibile una relazione con un software è presto detto. Ci si deve calare all’interno della società che Jonze ha disegnato, dove due innamorati si affidano a uno sconosciuto per scriversi pensieri e sentimenti d’amore. Se non fosse per quelle brevi conversazioni che Theodore intrattiene con l’amica Amy (interpretata da Amy Adams) o con il receptionist Paul (breve apparizione di Chris Pratt) non ci sarebbero interazioni uomo-uomo per tutto il film.

Ecco perché alla fine ne sono rimasta perplessa, non si capisce esattamente il tempo in cui il film è ambientato ma si percepisce che non è molto lontano dai giorni nostri. Le persone si vestono proprio come noi, addirittura con uno stile tendente agli anni ’70, si spostano usando la metropolitana, vivono in appartamenti senza particolari gadget o strumenti futuristici, lavorano in uffici “normali“, solo la presenza di queste incredibili intelligenze artificiali ci rimanda ad un tempo diverso. Tuttavia, mi chiedo se davvero si tratti di un tempo diverso, se programmi come questi già non esistano, dopotutto il fatto che non si trovino nel mercato non significa che non ci siano nascosti da qualche parte in attesa del momento giusto.

Allora inevitabilmente mi sono chiesta cosa accadrebbe se le relazioni umane di fatto venissero annullate per privilegiare storie d’amore o di profonda amicizia con entità prive di fisicità? Per quanto questi software siano modellati sulle esigenze individuali, potranno davvero sostituire una persona reale?

A parte lo stato dubbioso in cui sono caduta alla fine del film, lo trovo davvero ben scritto e diretto in modo accattivante. Alcune scene si focalizzano su dettagli che potrebbero apparire irrilevanti, ma guardando lo schermo si percepisce esattamente quello che è lo stato d’animo dei protagonisti in modo che l’attenzione si focalizzi solo sulle loro voci. Una scena ricordo più di tutte, Theodore è seduto su un muretto con alle spalle un mega tumblr_n2zapfUUHJ1ru4tifo1_500schermo su cui viene proietta la discesa di un rapace sulla preda. Gli artigli sfoderati che puntano minacciosi la vittima designata e sembrano conficcarsi sulle spalle del povero Theodore. Basta guardare la scena per capire esattamente lo stato d’animo del protagonista. L’ho trovata eloquente e perfetta nella sua semplicità.

Non conoscevo il regista Spike Joanze, nome d’arte di Adam Spiegel, e questo film mi ha incuriosita, così cercando un po’ in giro ho scoperto che nel 1999 aveva diretto Essere John Malkovich. Titolo sentito e risentito non so quante volte, eppure non ho mai guardato il film. Ho cercato il trailer su youtube…dico solo che prossimamente rinnoverò la tessere del videonoleggio!

Eccovi il trailer!