A Song of Ice and Fire – Un ciclo durato un anno

Faceva caldo. Quel caldo così umido che ti appiccica la T-shirt alla pelle, che ti fa rimpiangere il gelo degli inizi di Gennaio e che in generale ti fa odiare tutti quelli che vivono su alla Barriera o da quelle parti.

Era Luglio 2016. Al tempo potevo ancora concedermi senza troppi sensi di colpa qualche ora per leggere in tranquillità, nel bel mezzo del pomeriggio… che bei tempi! Fu così che iniziai, un po’ titubante, la famosa saga A Song of Ice and Fire, quell’epopea di cinque volumi talmente spessi da poterli usare come mattoni, scritta in un tempo in(de)finito da George R. R. Martin, un omone dal viso simpatico, gli occhialini troppo piccoli per il suo faccione da luna piena e tanta tanta barba.

Probabilmente, così com’è successo a tanti, la saga mi ha incuriosita perché al tempo ero ancora una cliente Sky e non c’era granché da guardare. Credo fosse la terza stagione. Dopo le prime tre puntate, in cui non ci ho capito assolutamente nulla, ho iniziato a collegare i puntini: Cersei era la sorella gemella di Jaime e tra i due c’era qualcosa di non proprio socialmente accettabile, Jon Snow non era il figlio di Catelyn (ecco perché quella donnina a volte si comportava così da stro..), Tyrion era.. bé, un fuoriclasse indipendentemente da tutte le parentele.

La serie era carina, la storia abbastanza coinvolgente, i libri Mondadori piuttosto economici nonostante la mole e quindi li ho comprati tutti. C’è voluto un anno prima di riuscire a portare a termine l’impresa, pur nella consapevolezza che la vera impresa (non la mia, quella di R. R. Martin) non era ancora arrivata alla fine. Non è bello scoprire di aver passato ben 12 mesi insieme a dei personaggi per non essere arrivati da nessuna parte, insomma… Chi diavolo è il padre di Jon Snow? Perché Bran si è fuso con un albero in un posto sperduto del Nord? Daenerys torna o non torna a prendersi ‘sto trono? E Cersei… Cersei, Cersei, Cersei… si riprenderà dall’umiliazione? Per non parlare poi di tutti gli altri, ero anche un pochino in pensiero per Aryami ha trasformato una bimbetta in un’assassina professionista a sangue freddo!

Ancora più assurdo è stato poi scoprire che la Serie TV sarebbe andata avanti oltre (e senza) i libri di R. R. Martin, ma come? Abusando probabilmente della nota espressione “liberamente tratto da..”. E cosa dovrei fare io adesso? Guardare le nuove stagioni e dimenticare per sempre il volume che Martin sta scrivendo da tipo.. quanto? Sei anni? Perché è impossibile non pensare che la serie sarà un’anticipazione del libro, oppure che il libro sarà una copia della serie. Questa cosa mi ha così confuso che alla fine non solo non ho più guardato la serie, ma non ho nemmeno letto le decine di articoli che escono al mese sulla nuova stagione!

Questo articolo era nato con l’idea di raccontarvi come ho passato 12 mesi insieme a Jon e company e perché avevo dato loro una fiducia tale da terminare la saga pur sapendo che non sarebbe finita lì, ma scrivendo si è trasformato in qualcos’altro. Non sono una veggente ma ho come l’impressione che il buon vecchio Martin non porterà mai a termine la sua grande impresa e noi fans de Il trono di spade crederemo ciecamente agli sceneggiatori della Serie TV e penseremo “eh sì, è proprio così che George l’avrebbe fatta finire”.

Voi che dite?

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“La cucina degli ingredienti magici” di Jeal McHenry

Molto spesso si dice o si sente la tipica frase “un libro non si giudica dalla copertina”, ed è vero, quasi sempre almeno. Qualche mese fa, mi è capitato di rovistare in un noto sito internet per l’acquisto di libri online, tra pagine e pagine di libri elencati uno sotto l’altro, ordinati per data di pubblicazione o per ordine di rilevanza (cosa sia ‘sta “rilevanza” poi, io non l’ho mai capito!). Ad un certo punto mi si pianta davanti una copertina che subito ha catturato la mia attenzione, non so dirvi esattamente perchè…Forse perchè sono un’amante delle favole e credo fermamente nell’esistenza della magia in questo nostro povero mondo, o forse perchè hanno scritto il titolo in giallo e ci hanno aggiunto delle cosine luccicanti. Mah! In ogni caso, ci ho cliccato sopra e sono andata a leggermi la sinossi.

Ed ecco qui il primo significato della frase di cui sopra: “un libro non si giudica dalla copertina”. La cucina degli ingredienti magici, non è come si potrebbe pensare di primo acchito, un ricettario creativo, un po’ esuberante ed eccentrico da sperimentare tra i fornelli. Non è nemmeno la storia di una persona fissata con la cucina che realizza il suo sogno di fare della sua passione il suo lavoro. No, è la storia di una ragazza di ventisei anni che in una sola notte perde entrambi i genitori a causa di uno stupido incidente e trova la sua unica consolazione nel cucinare le ricette di famiglia, tramandate dalle nonne, dalla madre e anche dal padre. Una storia del tutto diversa da ciò che poteva sembrare.

L’idea mi è sembrata accattivante, non frivola e scontata, perciò ho comprato il romanzo. Già dopo le prime pagine ho capito che quella frase, sempre la stessa, quella sopra, per questo libro scava un livello ulteriore, va ancora più a fondo. Visto che comunque la sinossi è stampata sulla copertina – sul retro, d’accordo, ma pur sempre sulla copertina – credo la possiamo applicare un’altra volta. La cucina degli ingredienti magici è sì la storia raccontata da Ginny, ragazza di ventisei anni che ha perso i genitori in un assurdo incidente e che trova la forza per non affondare nel cucinare le ricette di famiglia, ma Ginny non è una ragazza come tante. La gente l’ha sempre definita “strana”, “pazza”, “stramba”. In lei vedono qualcosa che non comprendono e che di conseguenza li spaventa. Ha sempre vissuto con i suoi genitori e non ha amici al dì fuori della sorella Amanda. Amanda…lei è normale. Ecco, è proprio questa semplice parola che tutti usano anche incosciamente per descrivere le cose della propria vita, che Ginny si sforza di capire. Perchè tutti le hanno sempre detto che lei non lo è, normale. Ma poi normale, cosa vuol dire?

Avete mai sentito parlare della sindrome di Asperger? Io no. Ho dovuto cercare su internet e per farvi capire, anche solo a grandi linee, di cosa sto parlando, vi riporto i primi paragrafi della pagina di Wikipedia:

La sindrome di Asperger, è considerata un disturbo pervasivo dello sviluppo, imparentata con l’autismo e comunemente considerata una forma dello spettro autistico “ad alto funzionamento”. Il termine fu coniato dalla psichiatra inglese Lorna Wing in una rivista medica del 1981 […]. Gli individui portatori di questa sindrome, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi molto ristretti. Diversamente dall’autismo, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo. Alcuni sintomi di questa sindrome sono correlati ad altri disturbi, come ad esempio il disturbo non verbale dell’apprendimento, la fobia sociale o il disturbo schizoide di personalità. La Sindrome di Asperger non è diagnosticata solo per le proprie caratteristiche, ma anche per una vasta gamma di condizioni di comorbilità (disturbi non dovuti alla sindrome), come depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo.

Non vi sembra che una persona con questi sintomi, possa essere definita strana, pazza, anormale, dalla gente? Siate sinceri…Non conosco – o almeno credo – persone affette da questa sindrome, ma ho conosciuto Ginny e vi assicuro che se vorrete conoscerla anche voi, capirete che la parola “normale” è solo una parola a cui si è deciso di dare un’importanza esagerata, definitiva, tombale. Ma così non è.

Andate a conoscere Ginny e il suo modo, ne rimarrete piacevolmente affascinati. E ricordatevi (io, ora lo farò di certo) che un libro non si giudica dalla copertina.

La cucina degli ingredienti magici - J. McHenry

“La cucina degli ingredienti magici”, J. McHenry – TEA Editore, 2013

Portami a casa – J. Tropper

«Una famigia popolata da personaggi vividi e familiari, raccontata con grande intelligenza e dialoghi al vetriolo» – The New York Times

Ci sono molteplici eventi che posso sconvolgere la vita di un uomo, Judd Foxman nel giro di poche settimane ne prova diversi sulla sua pelle, in una escalation che a tratti ha davvero dell’assurdo.

Quando il padre muore a Judd arriva la notizia che il suo ultimo desiderio era vedere la famiglia unita ad osservare la Shiv’à, il periodo di lutto nella religione ebraica per il quale i parenti di primo grado del defunto, subito dopo la sepoltura, si riuniscono nella casa di famiglia per sette giorni e lì ricevono amici, parenti e perfetti sconosciuti che passano in processione portando cibo, parole di conforto e frasi di circostanza.

Judd e i suoi fratelli – Wendy, Paul e Philip – di malavoglia si avviano verso casa Foxman. Quell’immensa casa che suo padre aveva costruito alla fine di una strada di sola andata, una casa ormai troppo grande per la madre ora sola, che diventa decisamente troppo stretta e claustrofobica quando si ritrovano tutti a dividere la stessa stanza, le stesse mura e lo stesso tetto. Tutte le famiglie lì costipate insieme, con i vecchi problemi e quelli nuovi, un sormontarsi di emozioni che riempiono la casa fino all’orlo…il rischio di implodere è inevitabile.

Wendy, con suo marito Barry sempre al telefono per “concludere un affare importante”, che non partecipa alle conversazioni se non parlando di clienti cinesi e specifiche di prodotti, i loro bambini scalmanati e la piccola Serena che non fa altro che piangere. Paul, il più grande dei fratelli Foxman, gonfio di risentimento verso il fratello Judd, con il modo di fare burbero e incazzato di chi si è assunto tutta la responsabilità e porta il mondo sulle spalle, con la moglie Alice che vorrebbe tanto restare incinta ma qualcosa non funziona, ad ogni modo questo di certo non la scoraggia dal fare sesso in ogni momento utile. Philip, il fratello minore, quello bello, quello che ha sempre un sacco di donne a disposizione, quello che viene sempre tirato fuori dai casini e sembra avere la parola “irresponsabile” stampata sulla maglietta come la lettera scarlatta, che si presenta con la sua ex terapista quarantenne Tracy, la donna sbagliata ma sicuramente la migliore che abbia mai avuto. Hillary, madre eccentrica con un seno rifatto decisamente eccessivo, le gonne troppo corte e i tacchi troppo alti, la sua eterna amica Linda e il figlio Horry, anche lui con il suo baglio di complessità e problemi irrisolti.

E Judd. Lui aveva una bellissima moglie, Jen, un buon lavoro alla radio e sembrava avere anche qualche amico. Le cose però cambiano in fretta e una sola situazione fa girare tutto al contrario…Torni a casa un po’ prima del solito dal lavoro il giorno del compleanno di tua moglie con una torta favolosa. Lei dovrebbe essere a casa ma non la trovi, sali le scale fino alla vostra camera da letto e ti accorgi subito, fin dal corridoio, che c’è qualcosa fuori posto. Quando trovi la tua bellissima moglie a letto con il tuo capo, la vita ti sembra un film neanche tanto divertente e stai lì sulla soglia a fissare il culo del tuo capo che si muove ritmicamente sopra tua moglie tenendo ancora la torta in mano piena di candeline accese. Forse Judd, dopo tutto, non aveva tante alternative…

Portami a casa è un perfetto ritratto di come ragiona la testa di un uomo la cui vita sta andando a rotoli, perchè non basta il tradimento e la morte del padre, deve sempre succedere qualcos’altro, di peggiore o migliore, dipende da come lo guardi e da quado lo guardi. E non serve pensare che una settimana rinchiuso dentro cosa con la tua famiglia passa in fretta, perchè sette giorni sono troppo lunghi e il peso che Judd si porta dietro lo accompagna in ogni istante.

Un romanzo divertente e realistico che si snoda nei meandri della mente di Judd, con alti e bassi emozionali, dialoghi stringati tra fratelli che fanno sorridere perchè ti riconosci pienamente e situazioni che un po’ alla volta trovano il loro punto d’arrivo.

ore 7.43

Non c’è nulla di più pateticamente ottimista dell’erezione mattutina. Sono depresso, disoccupato, non amato, confinato in un seminterrato e in lutto, eppure eccola lì, ogni mattina puntuale come un orologio, che si alza a salutare la giornata, facendo capolino dalla mia patta, presuntuosa e palesemente inutile. E ogni mattina mi ritrovo ad affrontare lo stesso dilemma: masturbarmi oppure orinare. È l’unico momento della giornata in cui sento di avere delle alternative.

Una cosa è certa: le persone che sono arrivate a casa Foxman dopo la sepoltura del padre non sono le stesse che ripartono sette giorni dopo alla volta della normalità.

AdobePhotoshopExpress_2dc35d05de94475bac9b32387fa9afdf 1Ve lo consiglio..vi piacerà un sacco! Anche perchè ne hanno fatto un film…

Il mago – di L. Grossman

Dopo aver letto questo romanzo ho capito una cosa che forse per molti è una ovvietà, ovvero che è molto più semplice scrivere la recensione di un libro che ci è piaciuto, piuttosto che di uno che non abbiamo apprezzato. Non senza difficoltà mi sono quindi ritrovata a parlarvi di questo romanzo di Lev Grossman, autore americano, di Brooklyn, nato nel 1969. Grossman è critico letterario del settimanale Time e autore del bestseller Codex (2005). Il mago è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2009 ed è stato per lungo tempo nella lista dei libri più venduti secondo il New York Times, ricevendo una straordinaria accoglienza della critica. Bene, forse io sono l’eccezione che conferma la regola.

Prima di tutto devo fare una piccola precisazione, l’edizione che ho acquistato, e su cui si basa questa recensione, è della Rizzoli (2010) nella traduzione di R. Valla. Ora, purtroppo devo dire di aver trovato moltissimi errori di stampa che hanno – in alcuni casi – spezzato il testo con evidenti conseguenze negative. Credo inoltre che la traduzione non sia delle migliori, mi sono persa più di qualche volta durante la lettura e sono duvuta tornare indietro per rileggere e cercare di interpretare. Questo, non penso sia stato l’intento dell’autore, perchè non si tratta di una cosa sistematica, quindi ho dedotto che si tratti di errori di traduzione, ma…potrei sbagliarmi.

Il mago descrive gli anni di vita di un teeneger, Quentin, annoiato e già stanco della sua vita da diciasettenne. Come capita spesso, percepisce la vita come una misera condanna, i genitori sembrano non accorgersi della sua esistenza e non si curano di lui, i suoi migliori amici, James e Julia, sono una coppia e ovviamente Quentin è innamorato di Julia, la quale, pur sapendo cosa prova il poveretto per lei, non lo caga di striscio. La vita del giovane Quentin viene stravolta dal ritrovamento del cadavere del professore presso cui doveva sostenere il colloquio per il college. Nella casa vittoriana di questo signore Quentin e James fanno un incontro particolare con un ragazza, un paramedico, un po’ sui generis. La ragazza porge a Quentin e James, due buste con su scritti i loro nomi. Quentin prende la sua, James no.

Da qui inizia una nuova vita per il nostro ragazzo annoiato, si scoprirà infatti che la sua abilità nei giochi di prestigio con carte o monete non è solo frutto di assiduo allenamento e una buona dose di fortuna, ma anche di una componente innata che alberga da sempre dentro di lui. Quentin è un mago e come tale frequenterà un college di maghi: Brakebills. Seguono pagine su pagine di descrizioni del college, delle lezioni, dei personaggi…Cinque anni condensati in una parte interminabile del libro, anche abbastanza noiosa. Ci sono solo un paio di momenti coinvolgenti, quello dell’attacco alla scuola, o meglio, alla classe di Quentin, della cd Bestia e quello in cui Quentin incontra di nuovo la sua amica Julia, per scoprire che non aveva passato il test preliminare per entrare nel college. Poi, solo descrizioni. Quentin che affronta le lezioni del primo anno e inizia a studiare incantesimi, Quentin che conosce nuove persone, come Alice, Quentin che fa a pungni con Penny, Quentin che entra a far parte del gruppo dei Fisici e stringe una forte amicizia con Eliot, Jenet e Josh, Quentin e alcuni compagni del quarto anno che vengono trasformati in oche e migrano fino all’Antartide…Troppo lungo, troppe descrizioni che si accavallano e sormontano, apparentemente prive di senso logico. Grossman ci riempie la testa di informazioni e di fatto non succede mai nulla.

Quentin e Alice si laureano. Vengono accolti dagli altri Fisici, laureati l’anno prima, Eliot, Jenet e Josh – cui si aggiunge anche un certo Richard, di cui non si sa niente – nel loro appartamento a Manhattan. Grossman dedica un’altra parte del romanzo a descrivere e descrivere cosa succede nella vita persa, e ancora una volta annoiata, di questi maghetti. Alcuni di loro sono alcolizzati, anche Quentin ci va vicino, non fanno niente di produttivo dalla mattina alla sera. Bevono, si drogano, fanno sesso. Un’altra parte del romanzo quasi inutile, anche qui non succede niente di rilevante per la trama della stroria.

Bisognerà aspettare la terza parte, a libro quasi concluso, per avere un po’ di azione e perchè succeda veramente qualcosa. Quentin, sin da quando era un bambino, è ossessionato da una serie di romanzi dedicati ad un mondo fantastico chiamato Fillory. Conosce molto bene le storie, i protagonisti, i personaggi che popolano questo mondo e le dinamiche del tutto particolari che lo animano. Scoprirà che quel mondo esiste davvero e non è solo il frutto della fantasia di un romanziere. Grazie alla scoperta di una delle persone che più detesta, Penny, Quentin riuscirà ad entrare a Fillory e forse qui otterà la rivincita della sua vita. Crede che sia questo il suo destino, solo a Fillory potrà ottenere quella felicità che per tutta la sua breve esistenza gli è stata negata o portata via, come lui stesso afferma più di una volta.

Vi ho già anticipato anche troppo del romanzo, ma dal mio punto di vista non c’è niente di più di questo. Nella copertina si cita il Washington Post: “Se sentite la mancanza di Harry Potter, questo è il libro che fa per voi”. Premesso che non ho mai letto Harry Potter e mai lo leggerò, credo che associare Il mago a una serie come quella di J.K. Rowling che in 10 anni (arco di tempo in cui sono stati pubblicati i 7 romanzi che costituiscono la serie) ha venduto circa 450 milioni di copie, è esagerato e decisamente fuori luogo. Per dirla terra terra, è una mera bugia!

Detto questo, non vorrei scoraggiarvi del tutto, qualcosa di buono c’è, ma bisogna appunto aspettare la fine per rendersene conto. Mi è venuto in mente il film The tourist, quello con Johnny Depp, un film noioso e scontato, se non fosse stato per il finale – e si può dire senza esagerare – a sopresa, dal mio punto di vista non varrebbe una pippa. Lo stesso ho pensato per Il mago, non che ci sia un finale a sopresa, attenzione, diciamo piuttosto che tutte le descrizioni delle centinaia di pagine precedenti trovano un senso. Insomma, Grossman alla fine non fa altro che unire i puntini numerati e portare alla luce l’immagine conclusiva.

Il Mago

Il mago di Lev Grossman, Rizzoli, 2010

Arancia meccanica – Il libro

Anthony Burgess è uno scrittore inglese nato nel 1917 e morto nel 1993. È considerato uno dei più grandi autori inglesi del Novecento e non mi sento nè di criticare nè commentare quest’affermazione.

Nel 1962 scrive un capolavoro che plasmerà e confonderà l’immaginario collettivo degli anni avvenire, diventando poi un cult: A Clockwork Orange. In Italia viene pubblicato per la prima volta nel 1969 con il titolo Un’arancia ad orologeria. Nel 1971 Stanley Kubrick ne farà un film che non ha bisogno di presentazioni, noto in Italia come Arancia meccanica. Burgess ha sostenuto che romanzo e film sono un caso esemplare di complementarietà tra diversi linguaggi artistici, pertanto la Einaudi, nell’edizione del 1996, ha preferito il titolo Arancia Meccanica.

Burgess viene così descritto: “critico letterario, esperto conoscitore di musica, uomo di interessi molteplici e sperimentatore di linguaggi“. Penso che per certi aspetti questa descrizione lo avvicini ad Alex, il protagonista. Sin dalla prima volta in cui ho visto il film di Kubrick ho pensato che Alex e i suoi tre “soma“, Georgie, Pete e Bamba, fossero solo dei teppistelli senza cervello dediti esclusivamente a dispensare violenza gratuita. Sono vandali, stupratori, picchiano i malcapitati per strada, si azzuffano con altre gang, rubano nei negozi e distruggono tutto quello che incontrano. Leggendo il romanzo di Burgess ho capito che dietro a questi quattro quindicenni, forse c’è di più.

I fatti sono narrati direttamente da Alex (il Vostro Umile Narratore), il quale a volte si rivolge direttamente al lettore, eliminando le distanze tra noi e lui, tra la nostra moralità e la sua idea di stare al mondo. Lui crede in ciò che fa, nella violenza e nella cattiveria che gli scorrono nelle vene. Alex pensa questo:

Ma, fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi su qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perchè il contrario? Se i martini sono buoni è perchè così gli piace, e io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo l’altra parte. In più, la cattiveria viene dall’io, dal te o dal me e da quel che siamo, e quel che siamo è stato fatto dal vecchio Zio o Dio ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i non-io non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici e le scuole non possono ammettere il male perchè non possono ammettere l’io. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli io coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, questo dico io. Ma quello che faccio lo faccio perchè mi piace farlo.

Confusionale? Vi sentite un tantino spaesati dopo essere entrati per pochi secondi nella testa di questo ragazzino? Bè, vi dirò, Alex – o meglio Burgess – usa un linguaggio inedito, fantasioso e personale, in realtà tutti i personaggi a cui si da voce parlano in modo “strano”. Leggendo le prime dieci pagine ho pensato una cosa tipo: “ma che cavolo stanno dicendo questi?!“. Capivo poco niente, il testo è pieno di sostantivi di uso comune che vengono cambiati con parole inventate di sana pianta. Poi, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a capire ogni frase senza neanche dover soffermarmi a pensare in quale ambito avesse già usato il verbo “locchiare” o in quale frase avesse inserito la parola “martini“. Questo, secondo il mio modesto parere, è STRAORDINARIO! Burgess era un genio.

Il personaggio che ha costruito e su cui è incentrato tutto il romanzo, visto che è proprio lui il narratore, è a dir poco inquietante. Non è soltanto un teppista carico di cattiveria e violenza, questo ragazzo è molto intelligente, conosce la musica, ama maestri come Beethoven e Bach, sa parlare in modo impeccabile, da vero uomo acculturato, ad un certo punto sembra interessarsi anche alle Sacre Scritture. Quello che mi inquieta è che ogni elemento o caratteristica che dovrebbe elevarlo rispetto alla condizione in cui si trova, viene travisata da Alex stesso: immagina scene di violenza inaudita sulle note della Nona, questa splendida musica diventa il veicolo per eccittarsi nell’immaginare di fare del male e nel veder scorrere il sangue; quando legge la Bibbia non si sofferma sul suo significato profondo, ma trova interessante la tortura impartita a Gesù immaginando di essere uno dei soldati che lo frustano. Insomma…il suo cervello è sicuramente deviato e credo che questo faccia ancora più paura rispetto ad una persona che crea violenza senza rendersene conto. Alex sa quello che fa…è fin troppo intelligente.

Inevitabilmente la spavalderia e gli atti criminali faranno finire Alex nei guai. Dovrà affrontare la terribile realtà del carcere a soli quindici anni. In realtà si tratta di un ragazzo di una cattiveria inconcepibile che neanche il carcere riuscirà a cambiare. Burgess ci fa assistere alla parabola di cambiamento morale che un sistema penitenziario al collasso cerca di impartire ai detenuti per correggerne il comportamento, per estirpare il male dalla loro mente e dal loro corpo. Una tortura degna del Terzo Reich che toglie alle persone la possibilità di scegliere e di discernere il bene dal male. Non insegna proprio nulla, non rieduca, semplicemente toglie qualcosa che lo Stato ritiene malvagio, inserendo la sensazione di malessere nel soggetto ogniqualvolta questi anche solo pensa a nuocere ad altri. Burgess la chiama “terapia del disgusto“. Di fatto i criminali vengono trasformati in macchine, in automi…arance meccaniche? Un’impresa destinata inevitabilmente al fallimento.

Il genio narrativo di Burgess è indiscutibile, non solo per il suo modo di narrare le vicende ma anche e soprattutto per il contenuto di questo romanzo. Alex non è mai “guarito”, come sostenevano gli ideatori delle torture subite in carcere, sebbene avesse il voltastomaco ogni volta pensasse a far del male, lui non ha mai smesso di desiderare la violenza. Il suo primo approccio verso il mondo era sempre e comunque orientato dalla cattiveria, di conseguenza non può di certo dirsi guarito. Quello che sconvolge è l’idea di poter estirpare il male dalle persone togliendo ad esse la facoltà di scelta. Magari quelle persone sono poi portate ad agire secondo il bene, ad essere generose ed altruiste, ma se non hanno la possibilità di scegliere, possono ancora definirsi “persone”?

Arancia meccanica

Arancia Meccanica, A. Burgess, Einaudi, Tascabili, 1996

Vi lascio con una curiosità: “Il titolo è la cosa più facile da spiegare. Nel 1945, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra, ho sentito un cockney ottantenne dire di qualcuno che era «sballato come un’arancia meccanica». L’espressione m’incuriosì per la stravangante presenza di linguaggio popolare e surreale. Per quasi vent’anni avrei voluto utilizzarla come titolo per qualche mia opera”. (A. Burgess, lettera inviata al Los Angeles Times, 1972).

La 25°ora – Il libro

Tu cosa faresti nel tuo ultimo giorno di libertà? Quali sarebbero le tue priorità, la prima cosa che faresti, quella che sembra essere la più importante di tutte? Se la mattina seguente dovessi salire su un autobus diretto in una prigione di Stato…Se per quella manciata di ore che ancora ti separano dall’inevitabile sei consapevole che per sette anni ogni singola cosa che vedi ora non la vedrai più…Se per questo tempo illusorio macerassi l’idea che la tua donna ti ha venduto…Se…

Di una cosa sono certa, quelle sarebbero le peggiori ore della tua vita.

Montgomery Brogan ha ventisette anni e una vita anche fin troppo eccitante. Quando gira per le strade di New York nel suo cappotto di cammello con Doyle al guinzaglio, la gente lo guarda. Non perchè è famoso…no, non per questo. Di certo è un ragazzo avvenente: folti capelli scuri, naso fino, occhi di un verde disarmante. Tuttatavia il motivo per il quale Monty attira l’attenzione della gente è un altro. È uno spacciatore, tanto per dirla semplice, ha iniziato vendendo marijuana ai ragazzi bene della scuola bene che frequentava e da cui è stato buttato fuori. Ancora prima che i suoi fedeli amici prendessero il diploma, Monty possedeva già il suo bel appartamento e aveva le tasche gonfie di quattrini. Voleva continuare quella vita solo per altri sei mesi, poi avrebbe chiesto al suo amico Frank Slattery di aiutarlo a investire tutti quei soldi, insomma avrebbe smesso.

Monty è giovane, bello, intelligente, pieno di soldi e con una ragazza fantastica, Naturelle. Il problema è che alla fine ha esagerato, ha peccato di avidità e dopo aver tirato la corda decisamente troppo a lungo, è stato beccato dalla DEA. Sono arrivati una mattina presto al suo appartamento, Naturelle li ha fatti entrare. Quei tre tizi erano completamente a loro agio, quello che sembrava il capo si è accomodato sul divano, mentre gli altri due girovagavano per l’appartamento col naso all’insù come due turisti al museo. Sapevano esattamente dove cercare…Qualcuno aveva venduto Monty.

Arresto, processo, cauzione, il bar del padre come pegno, condanna: sette anni rinchiuso nella prigione di Otisville, una delle peggiori. Montgomery è un bel ragazzo, lì dentro non durerà per sette anni.

Cosa farà Monty nel suo ultimo giorno di libertà? In genere, quando un amico parte per un viaggio lungo, gli si fa una festa d’addio. Di sicuro quella data in onore di Monty sarà la festa più triste e macabra di sempre. Tutti sanno che probabilmente il bel ragazzo non uscirà da Ottisville e che, anche se ne dovesse uscire, tutto sarà diverso: non ci saranno più Monty e Naturelle, la quale sicuramente non lo aspetterà per sette anni, difficilmente ci sarà ancora il trio delle superiori, Monty, Slattery e il buon vecchio Jacob Elinsky, il professore impacciato con pensieri proibiti verso le sue studentesse diciasettenni.

La vita cambia troppo drasticamente in sette anni e se già adesso i tre amici hanno preso strade diverse, di sicuro quando Monty uscirà, le cose che avevano in comune saranno praticamente nulle.

Un romanzo che si snoda tra momenti presenti e momenti passati, come un nostalgico flash back che avvolge i protagonisti. Ognuno ricorda qualcosa di bello o qualcosa di tragico che sarebbe meglio scordare, su Monty e sulle loro vite passate. È strano sapere che il tuo migliore amico, il tuo fidanzato, tuo figlio, sparirà dalla circolazione per sette lunghi anni. Sembra quasi impossibile da credere.

David Benioff ci aiuta in questa impresa così difficile e angosciante. La 25°ora è il suo romanzo d’esordio e sarà anche lo sceneggiatore dell’omimo film – che consiglio vivamente! – interpretato da un favoloso Edward Norton e diretto da Spike Lee (2002). La cariera di Benioff come sceneggiatore è forse più produttiva di quella di scrittore (tre romanzi pubblicati in totale). All’attivo ha collaborazioni come: Troy, Il cacciatore di acquiloni e X-Man le origini – Wilverine. Per il piccolo schermo invece ha collaborato a Il Trono di Spade e C’è sempre il sole a Philadelphia.

A conti fatti gli ingredenti per un romanzo avvicente e soprattutto molto umano ci sono tutti…Buona lettura!

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La 25°ora – David Benioff (Neri Pozza Editore, Tascabili, 2001)

L’elenco telefonico di Atlantide

Tullio Avoledo è nato nel 1957 in provincia di Pordenone, si è laureato in giurisprudenza e lavora nell’ufficio legale di una banca a Pordenone.

Giulio Rovedo divide la sua vita tra la Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave, o meglio nota come CCCPT, e il condominio denominato il Nobile a Pista Prima, nel nord-est. Il dott. Rovedo è il resposabile dell’ufficio legale della CCCPT.

Notate qualche somiglianza tra i personaggi? Si? Bene, il primo è l’autore, il secondo è il protagonista del romanzo L’elenco telefonico di Atlantide, pubblicato nel 2003. Quando i libri imitano la vita…

Giulio è sposato con Natalie e ha un bambino, Oliver. Si sono trasferiti qualche anno fa nella casa della suocera perchè al condominio Nobile era impossibile vivere con un bambino piccolo. Soprattutto a causa delle continue scenette moleste trasmesse ad ogni ora dall’inquilino del piano di sopra. Un certo Architetto Fabrici, che architetto non è. Di sicuro però è un alcolizzato e una persona di dubbia moralità, disonesta e maleducata. Si dice che ognuno vive la sua personale storia interiore, che ognuno cerca di affrontare la propria sofferenza e le proprie difficoltà, si dice anche che non si dovrebbe mai giudicare una persona solo per i suoi modi perchè non si sa mai quale battaglia interiore stia attraversando in quel momento. Giulio, senza volerlo, avrà modo di capire qual’è la battaglia che Fabrici sta combattendo ormai da anni.

Il lavoro all’ufficio legale della CCCPT è sempre lo stesso, Giulio ormai è una sorta di automa che nuota tranquillamente nell’oceano di carte, fax e telefonate con richieste di consulenze legali delle più disparate sorti. Si destreggia anche piuttosto bene nel suo lavoro. Poi c’è da dire che alla CCCPT è l’unico impiegato dell’ufficio legale, quindi o lui…o lui. I problemi arrivano quando un grosso gruppo bancario, Bancalleanza, intende acquisire la più modesta CCCPT. Proprio da qui inziano le disavventure di Giulio, o meglio le sue sfighe.

La trama intreccia la vita lavorativa e personale di Giulio in modo quasi inscindibile, alcune persone che entrano nella sua vita a causa della fusione, come Cecilia Mazzi – altrimenti nota come la rovina del matrimonio – saranno al centro dell’evoluzione della sua vita personale. Un altro incontro avrà dei risvolti sconcertanti nella storia. Durante il viaggio di ritorno in treno da Milano, dove si trova una delle sedi di Bancalleanza, Giulio conosce un personaggio particolare, una specie di professore. Si chiama Libonati ed è veneziano. Questo strano tizio gli racconta delle storie ancora più strane, soprattutto con riferimento ad un giocattolino che Giulio aveva comprato alla stazione per Oliever. La riproduzione di un dio egizio, un certo Apophis, che dovrebbe essere un demonio, una divinità caotica e cattiva. Eppure, come spesso accade, anche lui ha una doppia faccia. Non è uno stinco di santo, ma nemmeno la cosa peggiore che ti può capitare.

Mentre il matrimonio di Giulio va a rotoli e Natalie lo caccia di casa, Giulio sta anche per perdere il lavoro. Un hacker ha creato il sito della CCCPT buttandolo un pochino sul porno e ha messo all’asta il dominio (siamo nel 2000), decide di ricattare la banca e questi a chi passano la patata bollente? A Giulio! Le cose scivolano sempre più in basso e qualcuno all’interno della banca vuole liberarsi di lui, soprattutto perchè non è esattamente un personaggio facile con cui trattare. In più ci si mette il suo amico Franco che una sera a cena gli sgancia la bomba atomica: è malato di AIDS. Insomma, peggio di così cosa può succedere?

Eh…il fondo è difficile da raggiungere.  Quel professore che ha incontrato sul treno, quel Libonati, diventa un personaggio chiave in una sorta di devizione mistica. Si dice che Bancalleanza non sia solo una banca, si dice che sia controllata da un gruppo di persone potenti che nascondono dietro opere di bene, come la costruzione di musei o finanziamenti di ricerche, scopi tutt’altro che benefici. Si presume che siano alla ricerca di qualcosa che potrà conferire loro un potere assoluto, quella che dai libri di storia e soprattutto dalla Bibbia, conosciamo come Arca dell’Alleanza.

Il fatto è che probabilmente Libonati e altri personaggi eccentrici hanno capito dove si trova e Giulio è inesorabilmente legato sia a questo luogo che a coloro che la cercano.

A tutto questo aggiungiamo l’immenso scetticismo di cui il nostro protagonista è vestito e la teorizzata esistenza di mondi paralleli cui è possibile accedere, il risultato finale è che – come dice lo stesso Giulio – mancano solo gli UFO! La cosa non è esattamente facile da mandare giù, ma a volte, anche le cose più assure e inverosimili sono quelle più semplici.

Questo romanzo è assolutamente geniale! Il protagonista, Giulio, è eccentrico, a volte antipatico e un tantino stronzo, in più di un’occasione mi è stato proprio sulle palle, ma nel complesso è favoloso. Perchè è una persona. Una persona vera, con pregi e difetti, con dubbi morali e con i piedi per terra. Credo che più di qualcuno si possa tranquillamente identificare con lui. Penso sia difficile costruire e dare vita ad un personaggio come questo, Avoledo c’è riuscito alla grande.

C’è poi un aspetto del romanzo che ho davvero adorato. I dialoghi. Sono incredibili, non ti lasciano respiro, uno scambio di battute intelligenti e sensate, molto serrati e sempre coerenti. Facili da seguire e veloci. Ci vuole talento. I colloqui telefonici, ad esempio, sono davvero esilaranti e chi ha davvero a che fare con uffici legali, banche, ecc. si riconoscerà esattamente nella situazione. Volete un esempio?

Per prima cosa, in ossequio alla volontà del DG, Giulio contatta l’ufficio legale di Bancalleanza, un’incombenza in testa alla sua personale top ten delle cose spiacevoli.
– Bancalleanza? Parlo con l’ufficio legale?
– Sì.
– Qui è l’ufficio legale della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave.
– Di cosa?
– Della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave. Siamo una società del gruppo.
– Sì, ma chi vuole?
– Cerco l’avvocato, aspetti, l’ho scritto da qualche parte. Ecco: l’avvocato Basso.
– Giuseppe Basso?
– Credo di sì. C’è una G. Forse sta per Giuseppe.
– Ma Giuseppe Basso non è avvocato.
– Forse ne avete un altro, di Basso.
– No, c’è solo lui. Ma non è qui. È al legale.
– Scusi, ma non sto parlando col legale?
– Sì, ma col legale organizzazione.
– Mi sta dicendo che c’è più di un ufficio legale?
– Certo. Basso è al legale legale.
– Scusi, allora potrebbe passarmi questo ufficio legale legale.
– Vedo di provare. Se dovesse cadere la linea, si prenda nota del numero che le do. Per gentilezza, mi ripete il nome della sua banca?
– Cassa di….
La linea è caduta.

Insomma…andate in biblioteca, libreria o su qualunque negozio online e compratelo! Lo adorerete…

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L’elenco telefonico di Atlantide, Tullio Avoledo, Einaudi Tascabili, Milano, 2003

The Divergent Saga – I Libri

Nel 2014 Divergent, il primo capitolo della saga di successo creata da Veronica Roth, entra nella top ten dei libri per ragazzi più venduti. Tutto inizia nel 2011 quando viene pubblicato negli Stati Uniti, in Italia arriva un pochino dopo,  nel 2012 nell’edizione di De Agostini. La saga viene, da alcuni, fatta rientrare nel genere di fantascienza distopica. Cosa significa distopia? Vi dò la definizione presa direttamente dal dizionario:

Utopia al contrario; situazione, condizione futura presentata e descritta come negativa, sgradevole e non auspicabile in alcun modo

Questa parola anticipa molto della storia, anche troppo. Siamo a Chicago, in un anno non meglio precisato. Le persone vivono suddivise in gruppi chiamati Fazioni, ognuna con caratteristiche peculiari, adibita a svolgere compiti specifici e prestabiliti.

Ci sono gli Abneganti, la loro caratteristica principale è l’essere altruisti, dediti al prossimo. Non accettano niente di superfluo e rifiutano qualsiasi forma di individualismo. Sono posti a capo del governo della città proprio perchè non c_Divergent_articolo2desiderano il potere, nell’ottica generale dovrebbe essere proprio questa loro caratteristica a garantire la miglire e più equa gestione della società. Si vestono di grigio, sono anonimi, gli uomini hanno i capelli tagliati corti tutti della stessa misura, le donne se li raccolgono in sobri chignon. Si guardano allo specchio il meno possibile perchè questo costiuirebbe una forma di vanità e narcisismo, qualcosa che gli Abneganti non possono accettare. Il loro simbolo sono delle mani che si intrecciano, sorreggendosi a vicenda. A questa Fazione appartiene Beatrice, la protagonista della saga.

I Candidi. Sono gli onesti, quelli che non accettano la falsità e l’inganno. Dicono sempre Tumblr_lyjq7pBlbH1rorhaao1_500la verità, che nella maggior parte dei casi è solo la loro versione di quella che credono essere l’unica verità. Sin da piccoli viene insegnato loro a non avere segreti, a dire semplicemente tutto quello che gli passa per la testa, senza filtri, senza pensare di poter sbagliare. Si vestono solo di bianco e nero, la loro caratteristica viene usata nella politica, dove sembra meglio essere sinceri e aperti, e nelle questioni legali. Il loro simbolo (ovviamente) è una bilancia. Cristina, colei che diventerà la migliore amica di Beatrice, proviene da questa Fazione.

I Pacifici sono la Fazione che rifiuta la violenza, le armi, la guerra, qualunque forma di c_Divergent_articolo13ostilità reciproca. Sono persone buone, semplici, si accontentano della vita tranquilla degli agricoltori. Con il loro lavoro nei capi al di fuori della recinzione che delimita la città, danno sostentamento a tutta la popolazione. Credono nell’amicizia e nell’amore reciproco per superare qualsiasi contrasto. Si vestono con colori sgargianti, sorpattutto di rosso e giallo. Sono liberi, suonano il banjo, cantano e ballano pieni di vita e serenità. Il loro simbolo è un rigoglioso albero.

Gli Eruditi sono i più colti, come ne suggerisce il nome. Dovrebbero essere anche i più intelligenti, ma è difficile relegare una caratterista come l’intelligenza a una ristretta cerchia di persone. Diciamo che loro credono nella formazione e nello studio come c_Divergent_articolo11fondamento per una classe politica e di governo giusta e preparata. Il loro simbolo è un occhio azzurro, dovrebbe rappresentare la ricerca e la conoscenza. Il loro compito è custodire tutte le conoscenze, e in quale luogo è possibile svolgerlo al meglio se non nelle biblioteche? Detengono un potere immenso, il sapere è un potere così grande da riempirli fino all’orlo, da farli scoppiare di egocentrismo e arroganza. Sono dottori, insegnanti, a volte scienziati, sono i responsabili della conservazione di tutti i documenti della città. I loro vestiti sono di colore blu.

Gli Intrepidi sono la Fazione adibita alla protezione della città. Sono forti, coraggiosi, c_Divergent_articolo12intrepidi, appunto. Sanno sparare con precisione, imparano le tecniche della lotta corpo a corpo, sono violenti, irruenti. Bevono, gridano, la loro pelle è una tela colma di tatuaggi, i loro visi sono disseminati di piercing. Si vestono di nero e il loro simbolo è una fiamma ardente. Per loro il più grande problema della società è la codardia, per questo sono sconsiderati e folli nella maggior parte delle loro azioni. Da questa Fazione proviene Quattro, un altro dei protagonisti.

Il motto della società in cui vivono Beatrice, Quattro, Cristina e tutti gli altri è: la Fazione prima del sangue. Ai ragazzi viene chiesto di scegliere la Fazione a cui appartenere per il resto della loro vita a quella che viene chiamata Cerimonia della Scelta. È proprio questo il primo evento fondamentale della saga Divergent. La Fazione prima del sangue, scegliere l’inclinazione personale invece della famiglia, della vita a cui si è abituati. Beatrice scelgie, ma non gli Abneganti, sceglie gli Intrepidi. Cristina sceglie, non i Candidi, ma divergentgli Intrepidi. Caleb, il fratello di Beatrice sceglie, non gli Abneganti, ma gli Eruditi. Inizia il loro viaggio nella nuova Fazione, con l’addestramento e le prove da affrontare per superare la difficile Iniziazione. Se falliscono saranno costretti a vivere per sempre ai margini della società come reietti, saranno per sempre degli Esclusi.

La vita nelle nuove Fazioni sarà difficile per tutti, le persone sono crideli e malvagie. Come Erik, uno dei capi degli Intrepidi, o come Jeanine Metthews la leader degli Eruditi, convinta che gli Abneganti abbiamo dei segreti, decisa a ribaltare il governo e ad assumerne il potere. Jeanine è ossessionata da coloro che non si conformano ad una sola Fazione, che portano dentro i segni delle caratteristiche diverse e peculiari di ogni Fazioni. I Divergenti. Crede che siano una minaccia per il sistema delle Fazioni e, di conseguenza, per tutto ciò in cui lei crede. Vuole eliminarli tutti. Quando Beatrice entra negli Intrepidi sceglie un nome nuovo: Tris. Si innamora del suo insegnate durante l’addestramento: Quattro, chiamato così perchè ha solo 4 paure da affrontare nello scenario delle paure cui si sottopongono gli Intrepidi.

A causa di un potente siero, Jeanine blocca tutti gli Intrepidi dentro quella che a loro sembra una simulazione, non diversa da quelle che sono abituati ad affrontare per allenarsi. Il suo scopo è sterminare gli Abneganti. Il siero però non funziona sui Divergenti. Tris e Quattro in qualche modo riescono a ribellarsi, devono fermare Jeanine…

InsurgentUna battaglia dopo l’altra, una scelta dopo l’altra porteranno Tris e Quattro ad affronatare altre ostilità. Si può vincere un tiranno, riconquistare una parvenza di tranquillità, ma siamo esseri umani. Inclini a commettere ciclicamente gli stessi sbagli. Alle porte della tranquilla residenza dei Pacifici, in cui si sono rifiugiati, l’aria inizia a farsi irrequieta. Altre persone premono per imporsi nella costruzione sociale di Chicago ormai al collasso. Le Fazioni sono state smantellate, i leader sono dispersi o morti. Ma qualcuno che ha sempre vissuto al margine di questa società rivendica la posizione che gli spetta di diritto. Gli Esclusi, guidati da Evelyn.

Allleanze improbabili vengono strette dai protagonisti, Tris si troverà ancora una volta a fare i conti con le sue perdite, il suo dolore e la sua divergenza. Una scomoda verità preme per venire a galla e Tris è decisa ad aprire gli occhi alla sua gente, anche usando le maniere forti se necessario…

AllegiantLa verità cambia tutto. Scoprire di aver vissuto una vita pianificata da altri è devastante. Scoprire di essere solo una minuscola parte di una entità gigantesca è terrificante. Chicago è solo una piccola città, non è il centro dell’universo. Fuori dalla recinzione, oltre i campi dei Pacifici c’è molto altro. Ci sono persone che aspettano i Divergenti, ne hanno bisogno. In un mondo devastato dalle guerre e dagli esperimenti genetici, scienziati al servizio del governo americano hanno creato degli esperimenti per cercare di riportare il DNA umano alla purezza originaria. Chicago è l’esperimento meglio riuscito fino ad ora.

Tris, Quattro, Cristina, Cara, Caleb e Peter escono. Vanno incontro ai loro “creatori” per sapere perchè…qual’è il senso di tutto. Ma anche qui, come in città, le persone sono persone. I segreti e la brama di potere sono ovunque. Anche in questo luogo, nel Dipartimento, saranno costretti a lottare, a sanguinare, ad uccidere, per affermare se stessi. Per gridare al mondo che è la libertà quello che conta.

Distopia…esattamente la parola che cercavo. La visione della Roth spaventa perchè risulta probabile. Ha costruito un tela densa di personaggi, di segreti e colpi di scena. Dev’essere stato difficile far quadrare tutto alla perfezione, il risultato finale però è molto buono. Una trilogia avvincente, che emoziona. Ogni personaggio spicca per qualità e difetti, ci sono molte perdite ma anche conquiste fondamentali che fanno crescere tutti i protagonisti. C’è una cosa che però non ho apprezzato: Allegiant. Tutto il libro in realtà. Il fatto che sia a due voci: Tris e Tobias (alias Quattro). Il suo finale, che ovviamente non svelo. Per come la vedo io il libro è finito con il capitolo 50, ce ne sono molti altri dopo. Non avevo più voglia di finirlo perchè non mi interessava più la storia, non volevo sapere che fine avrebbero fatto tutti. Questa mi sembra una cosa terribile per un libro e credo non serva aggiungere altro.

Trainspotting – IL LIBRO

Grazie a Dio esiste Irvine Welsh!

Trainspotting è il suo primo romanzo, era il lontano 1993, da allora ha collezionato un successo dopo l’altro. Di sicuro è stato un debutto allucinante! Anni fa ho visto l’omonimo film girato da Danny Boyle e non riuscivo a capire…ero abbastanza confusa e credo di aver deciso, alla fine, che non mi era piaciuto per niente. Oggi posso ammettere con me stessa di aver commesso un grosso, enorme, ed ingenuo errore! Quindi, dopo aver finito il libro, prenderò il DVD che si trova nella stanza accanto, mi metterò comoda sul divano con il gatto e lo rivedrò consapevole di essere davanti a qualcosa di irripetibile.

Welsh è scozzese e Trainspotting è giustamente ambientato nella capitale della Scozia. Quella che abbiamo davanti agli occhi è l’Edimburgo di fine anni ottana. Una città che, come molte altre, si divide in più parti: c’è la vita agiata e relativamente tranquilla del centro e dei quartieri alti, poi ci sono i sobborghi come Leith, dove vive il gruppo di tossicodipendenti protagonista di queste pagine. Un capitolo alla volta entriamo nella mente bruciata e allucinata di persone che, al tempo, non erano nemmeno trentenni, in alcuni casi nemmeno venticinquenni. Le loro vite consumate dall’eroina, dalle anfetamine, dall’alcol e da qualunque altra droga potesse colmare il buco dentro al loro petto. Tra sballi e periodi di pulizia del sangue, queste persone sono un ritratto crudo e sincero di una generazione che non si ritiene parte di niente, che snobba la società perchè non si conforma, che piuttosto di combinare qualcosa (qualsiasi cosa) per cercare di capovolgere la propria situazione personale, si buca o beve o fa a botte o deruba i turisti.

La trama è confusionale, o forse semplicemente non c’è una trama. Welsh scrive come se stesse parlando, anzi, come se Renton o Sick Boy o Spud o qualche altro, stesse parlando. Nei periodi di lucidità si segue il filo del discorso e si riesce a capire bene o male cos’è successo prima di quel momento. Nei periodi immersi dentro la droga o l’alcol, invece, tutto diventa un agglomerato confuso e incomprensibile. Tra parolacce e atti di violenza si entra nei pub o nelle case popolari in cui questi tizi si bucano e si sballano fino a cadere in uno stato catatonico quasi impenetrabile.

Ecco cosa pensa uno di loro, Rents, dell’eroina (tanto per dare un’idea):

“Cazzo, sai che veramente non lo so, Tom. Ti fa sembrare più vere le cose. La vita è una rottura di palle, non ti dà mai un cazzo. Partiamo tutti pieni di belle speranze, che poi ci restano in canna. Ci rendiamo conto che tanto dobbiamo morire, magari senza riuscire a trovare le risposte che contano veramente. Ci facciamo venire un sacco di idee del cazzo, tanti modi diversi di vedere la realtà della nostra vita, ma senza mai veramente capire un cazzo delle cose che contano, delle cose importanti. Insomma, campiamo troppo poco, la vita è una delusione; e poi moriamo. Ce la riempiamo di merda la vita: la carriera, i rapporti e roba del genere, per illuderci che magari non è tutto inutile. L’eroina è una droga onesta, perchè toglie di mezzo tutte le illusioni. Con l’ero, se stai bene ti senti immortale. Se stai male ti senti ancora più di merda, ma è merda che c’era già da prima. È l’unica droga veramente onesta. Non perdi mai la conoscenza. Ti dà una botta e basta, ti fa star bene. Poi dopo vedi quanto fa schifo il mondo così com’è e non ci puoi più fare un cazzo, non ti funziona più l’anestesia”.

A volte è davvero duro da leggere, in più di un’occasione mi sono ritrovata arrabbiata contro lo strafatto di turno che sembra vivere in una dimensione parallela completamente staccato dalla realtà. Senza valori, senza una morale anche solo decente. Sono persone lasciate a sè stesse, ma per loro scelta. Nessuno le costringe a vivere così e infatti cercano sempre di ripulirsi e uscire da quella merda. Tra morti per overdose, per HIV, per tragici quanto assurdi incidenti, ognuno di loro tira mentalmente le somme di un’esistenza al limite, quasi sprecata.

Io sono nata a fine anni ottanta, non ho visto – per fortuna – quel periodo, ma so che c’è stato. Non occorre vivere a Edimburgo o Londra o in qualsiasi altra capitale per sapere che quelli sono stati anni distruttivi. Anche qui dove sono io, di quella generazione sono rimasti pochi piccoli individui annichiliti e annoiati. Noi li chiamiamo highlander.

Se avete letto Trainspotting e vi ha sconvolto o disgustato, dategli una seconda occasione, non vi deluderà. Se non lo avete mai letto, andate in biblioteca o in libreria o dove vi pare e prendetelo. È un libro che va letto perchè è talmente reale che pare di avere davanti quella vita e quella gente. Sono tutti lì in fila per essere guardati, non credo vogliano essere compresi, io credo non vogliano niente. Sono semplicemente persi.

“La società s’inventa una logica assurda e complicata, per liquidare quelli che si comportano in un modo diverso dagli altri. Ma se, supponiamo, e io so benissimo come stanno le cose, so che morirò giovane, sono nel pieno possesso delle mie facoltà eccetera eccetera, e decido di usarla lo stesso, l’eroina? Non me lo lasciano fare. Non mi lasciano perchè lo vedono come un segno del loro fallimento, il fatto che tu scelga semplicemente di rifiutare quello che loro hanno da offrirti. Scegli noi. Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto su un divano a guardare i giochini in televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di schifezze che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti e fottuti che hai messo al mondo. Scegli la vita.

Beh, io invece scelgo di non sceglierla, la vita. E se quei coglioni non sanno come prenderla, una cosa del genere, beh, cazzo, il problema è loro, non mio. Come dice Harry Lauder, io voglio andare dritto per la mia strada, fino in fondo…”

E con questo, chiudo.

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Il bambino ombra

Carl-Johan Vallgren, classe 1964, è un musicista e scrittore svedese. Dopo aver letto Il bambino ombra, affascinata dal suo modo di scrivere e dall’atmosfera che è riuscito ad evocare, ho cercato informazioni su di lui, con pessimi risultati. C’è un sito internet (vallgren.nu) in svedese, tranne alcune parti, se lo capite forse vi sarà più utile di quanto lo sia stato per me. Comunque, dalla biografia stampata sul libro vi posso dire questo: è tra i più noti ed apprezzati autori svedesi, nel 2002 ha vinto il premio August Prize per il romanzo Storia di un amore straordinario. Nel 2013 pubblica Il bambino ombra, edito in Italia da Marsilio Editori (2015), lavoro con il quale si è definitivamente affacciato sul panorama editoriale internazionale. Attualmente vive a Stoccolma con la moglie e tre figli.

Il bambino ombra è un romanzo che ho scelto, per così dire, dalla copertina. L’interesse verso i romanzi svedesi ce l’ho, più o meno, da quando ho letto Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson. Sono autori con una innata capacità a scrivere thriller, descrivono fatti e situazioni in modo crudo e realistico, un atteggiamento perfetto per romanzi del genere. Non so da cosa dipenda, forse dal clima e dalle temperature gelide della loro terra, oppure dall’atmosfera a tratti buia, non lo so! Fatto sta che in questa branca sono eccelenti! Vallgren, chiaramente, non fa ecezzione.

Sotoccolma, 1970. È estate, ci sono i mondiali di calcio in Messico. Un uomo con i suoi due bambini, Kristoffer e Joel, si affretta per prendere il treno e tornare a casa. Joel è molto piccolo, dorme nel passegino, Kristoffer è più grande e passeggia vicino al papà aggrappato al passeggino del fratello. Devono prendere l’ascensore per arrivare al binario, ma Kristoffer fa i capricci: vuole salire a piedi. Lui non può con il passeggino e Kristoffer è troppo piccolo per andare da solo. No, non se ne parla. Una signora gentile sulla cinquantina, con un foulard, un vestito di cotone a fiori e un paio di stivali di gomma, è proprio vicino a loro mentre le porte dell’ascensore si aprono. Si offre di accompagnare Kristoffer per le scale, lo avrebbe tenuto per mano finchè non fosse arrivato papà. Il treno sta arrivando, si sente il rimbombo del suo passaggio sulle rotaie. Eh va bene, Kristoffer prende la signora gentile per mano. Le porte dell’ascensore si chiudono e il padre dei due bambini inizia a rimpiangere le tre pinte al doppio malto bevute poco fa. Arriva al binario e Kristoffer non c’è. Il piccolo non c’è più.

Si passa direttamente al maggio del 2012 e conosciamo Danny Katz, un ex tossicodipendente, un ex traduttore e programmatore di software alla Difesa, ha un talento innato per imparare e comprendere le lingue. Molti anni prima, prima di tutti i casini che lo hanno portato dov’è adesso, aveva conosciuto Joel Klingberg. Il piccolo Joel. Erano tra i pochi eletti scelti per un programma di addestramento speciale, proprio per la loro caratterista peculiare. Joel scompare nel nulla, inutile dire cosa rievoca la sua sparizione. Ma nel 2012 ormai la famiglia Klingberg è sfatta, rimane solo lui e il nonno Gustav, il patriarca di un’immensa fortuna. I genitori sono morti molti anni prima, quando Joel era un adolescente. Suicidio, dicevano. Non sopportavano più la perdida di quel bambino che nell’estate del 1970 sparì insieme ad una sconosciuta. Joel è cresciuto all’ombra di un fratello scomparso e del dolore che attanagliava e spaccava la famiglia. La moglie di Joel si rivolge proprio a Katz in nome della vecchia amicizia che lo legava al marito: l’unico di cui si poteva fidare, diceva sempre.

Katz accetta probabilmente proprio in nome di quella vecchia amicizia. Per trovare Joel dovrà scavare a fondo nella storia della famiglia Klingberg, addentrarsi sino all’origine della loro fortuna e, inevitabilmente, dovrà rivangare il passato sulla scomparsa del piccolo Kristoffer e sulla morte dei genitori dei due bambini.

Quando ho terminato il libro c’era una domanda che continuavo a pormi e ancora non ho trovato una risposta: quale dei due è il bambino ombra? Kristoffer perchè è effettivamente sparito nel nulla lasciandosi dietro un’ombra, o Joel che per tutta la vita è stato solo il sopravvissuto, quello che è rimasto mentre suo fratello maggiore è sempre stato un ammasso di possibilità inespresse. Joel che ha vissuto all’ombra del fratello. Kristoffer che è stato solo un ombra nella vita della famiglia Klingberg. Forse sono entrambi dei bambini ombra.

Questo dovrebbere essere il primo di una serie di romanzi aventi come protagonista Danny Katz. Lo spero, perchè se è così sarò tra i primi a leggerli!

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