Il bambino ombra

Carl-Johan Vallgren, classe 1964, è un musicista e scrittore svedese. Dopo aver letto Il bambino ombra, affascinata dal suo modo di scrivere e dall’atmosfera che è riuscito ad evocare, ho cercato informazioni su di lui, con pessimi risultati. C’è un sito internet (vallgren.nu) in svedese, tranne alcune parti, se lo capite forse vi sarà più utile di quanto lo sia stato per me. Comunque, dalla biografia stampata sul libro vi posso dire questo: è tra i più noti ed apprezzati autori svedesi, nel 2002 ha vinto il premio August Prize per il romanzo Storia di un amore straordinario. Nel 2013 pubblica Il bambino ombra, edito in Italia da Marsilio Editori (2015), lavoro con il quale si è definitivamente affacciato sul panorama editoriale internazionale. Attualmente vive a Stoccolma con la moglie e tre figli.

Il bambino ombra è un romanzo che ho scelto, per così dire, dalla copertina. L’interesse verso i romanzi svedesi ce l’ho, più o meno, da quando ho letto Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson. Sono autori con una innata capacità a scrivere thriller, descrivono fatti e situazioni in modo crudo e realistico, un atteggiamento perfetto per romanzi del genere. Non so da cosa dipenda, forse dal clima e dalle temperature gelide della loro terra, oppure dall’atmosfera a tratti buia, non lo so! Fatto sta che in questa branca sono eccelenti! Vallgren, chiaramente, non fa ecezzione.

Sotoccolma, 1970. È estate, ci sono i mondiali di calcio in Messico. Un uomo con i suoi due bambini, Kristoffer e Joel, si affretta per prendere il treno e tornare a casa. Joel è molto piccolo, dorme nel passegino, Kristoffer è più grande e passeggia vicino al papà aggrappato al passeggino del fratello. Devono prendere l’ascensore per arrivare al binario, ma Kristoffer fa i capricci: vuole salire a piedi. Lui non può con il passeggino e Kristoffer è troppo piccolo per andare da solo. No, non se ne parla. Una signora gentile sulla cinquantina, con un foulard, un vestito di cotone a fiori e un paio di stivali di gomma, è proprio vicino a loro mentre le porte dell’ascensore si aprono. Si offre di accompagnare Kristoffer per le scale, lo avrebbe tenuto per mano finchè non fosse arrivato papà. Il treno sta arrivando, si sente il rimbombo del suo passaggio sulle rotaie. Eh va bene, Kristoffer prende la signora gentile per mano. Le porte dell’ascensore si chiudono e il padre dei due bambini inizia a rimpiangere le tre pinte al doppio malto bevute poco fa. Arriva al binario e Kristoffer non c’è. Il piccolo non c’è più.

Si passa direttamente al maggio del 2012 e conosciamo Danny Katz, un ex tossicodipendente, un ex traduttore e programmatore di software alla Difesa, ha un talento innato per imparare e comprendere le lingue. Molti anni prima, prima di tutti i casini che lo hanno portato dov’è adesso, aveva conosciuto Joel Klingberg. Il piccolo Joel. Erano tra i pochi eletti scelti per un programma di addestramento speciale, proprio per la loro caratterista peculiare. Joel scompare nel nulla, inutile dire cosa rievoca la sua sparizione. Ma nel 2012 ormai la famiglia Klingberg è sfatta, rimane solo lui e il nonno Gustav, il patriarca di un’immensa fortuna. I genitori sono morti molti anni prima, quando Joel era un adolescente. Suicidio, dicevano. Non sopportavano più la perdida di quel bambino che nell’estate del 1970 sparì insieme ad una sconosciuta. Joel è cresciuto all’ombra di un fratello scomparso e del dolore che attanagliava e spaccava la famiglia. La moglie di Joel si rivolge proprio a Katz in nome della vecchia amicizia che lo legava al marito: l’unico di cui si poteva fidare, diceva sempre.

Katz accetta probabilmente proprio in nome di quella vecchia amicizia. Per trovare Joel dovrà scavare a fondo nella storia della famiglia Klingberg, addentrarsi sino all’origine della loro fortuna e, inevitabilmente, dovrà rivangare il passato sulla scomparsa del piccolo Kristoffer e sulla morte dei genitori dei due bambini.

Quando ho terminato il libro c’era una domanda che continuavo a pormi e ancora non ho trovato una risposta: quale dei due è il bambino ombra? Kristoffer perchè è effettivamente sparito nel nulla lasciandosi dietro un’ombra, o Joel che per tutta la vita è stato solo il sopravvissuto, quello che è rimasto mentre suo fratello maggiore è sempre stato un ammasso di possibilità inespresse. Joel che ha vissuto all’ombra del fratello. Kristoffer che è stato solo un ombra nella vita della famiglia Klingberg. Forse sono entrambi dei bambini ombra.

Questo dovrebbere essere il primo di una serie di romanzi aventi come protagonista Danny Katz. Lo spero, perchè se è così sarò tra i primi a leggerli!

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Suite Francese, un’incredibile storia d’amore o …

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Francia era vista come una delle potenze militari meglio equipaggiate e più numerose d’Europa, tuttavia nel 1940 si arrese al nemico tedesco aprendo le porte alla sua invasione tutt’altro che pacifica.

Suite Francese è il film diretto da Saul Dibb, uscito nei cinema italiani qualche giorno fa, tratto dall’omonimo romanzo di Irène Némirovsky. La storia della sua pubblicazione ha dell’incredibile quasi quanto gli eventi in essa narrati. L’autrice venne deportata ad Auschwitz come ebrea nel 1942, nei pochi mesi precedenti al suo arresto compose i primi due romanzi di quello che doveva diventare un “poema sinfonico” formato da cinque atti. Morì di tifo rinchiusa nel campo di concentramento solo un mese più tardi. Irène aveva due figlie, Denise la maggiore ed Èlisabeth, vennero affidate alla cura di un’amica francese per evitare la loro persecuzione. A loro i genitori consegnarono una vecchia valigia contenente alcuni documenti. Denise non aprì quella valigia per anni, fino a che un giorno decise di sbirciarci dentro e trovò un manoscritto, riconobbe la calligrafia della madre e si rese conto di avere tra le mani un grande progetto, un’opera incredibile dove la madre descriveva il grande esodo dei parigini verso le campagne del 1940 e l’invasione del nemico, un progetto purtroppo rimasto incompiuto.

Suite Francese venne pubblicato solo nel 2004, circa sessant’anni dopo la morte della sua autrice. La Francia accolse l’opera con un favore e un entusiasmo dilagante e diffuso ovunque, così Irène Némirovsky, scrittrice pressoché dimenticata, riconquistò il suo posto tra i romanzieri francesi del ‘900. La sua fama varcò i confini francesi a dimostrazione del sentimento comune che lega un continente di fronte ad un orrore che coinvolge tutti, ignorando completamente le barriere fisiche e temporali che vi si frappongono perché non esiste ostacolo o barriera che possa impedire a storie come questa di conquistare il loro spazio. È stato tradotto in 38 lingue e nel 2008 aveva venduto due milioni e mezzo di copie, di certo dopo l’adattamento cinematografico questo numero è destinato ad aumentare.

Come sempre prima di guardare il film dò un’occhiata al trailer. Premetto che non sono una grande fan delle storie d’amore strappalacrime, per questo quando ad un certo punto appare la frase: “la più grande storia d’amore mai raccontata”, ho arricciato un po’ il naso, ad ogni modo il film l’ho visto e non sono certa che si tratti davvero di una storia d’amore nel senso comune del termine..

Si narra dell’incontenibile passione che travolge una donna francese di buona famiglia, moglie giovane e ingenua di un soldato arruolato per la guerra e disperso chissà dove a combattere per la sua nazione. È Lucile Angellier (interpretata da Michelle Williams), vive in campagna nella bella casa del marito con la suocera (ruolo coperto magistralmente dall’inglese Kristin Scott Thomas) e una domestica. Durante l’occupazione del maggio del 1940 centinaia di parigini scapparono dalla capitale per riversarsi nelle campagne in cerca di rifugio, ma non furono gli unici a invadere la periferia. Camionette, motociclette, auto colme di soldati, ufficiali, tenenti arrivarono con prepotenza per stanziarsi sul territorio, con il risultato che gli abitanti furono costretti a cedere alcune delle loro stanze per ospitare questi indesiderati.

Non ho potuto fare a meno di chiedermi come mi sarei comportata in quella situazione, cosa avrei fatto se un uomo, soldato semplice o tenente, si fosse stabilito in casa mia e fossi stata costretta a dividere con lui il cibo, così scarso in tempo di guerra. Cosa avrei mai potuto dirgli? Come lo avrei guardato sapendo che molto probabilmente aveva ucciso e torturato la mia gente? Mi piace pensare che sarei stata forte e risoluta. Mi hanno imposto una presenza fissa e decisamente indesiderata in casa, perfetto, ma questo non significa che sia anche costretta ad essere ospitale ed educata come se quell’uomo fosse un qualunque gentiluomo di passaggio.

Questo è più o meno ciò che all’inizio fanno anche le due donne cui viene imposta la presenza in casa del tenente Bruno Von Falk (interpretato dall’attore belga, per me pressoché sconosciuto, Matthias Schoenaerts). Un militare sui generis, sin dall’inizio infatti appare a disagio dentro l’uniforme, più interessato al pianoforte che alle faccende militari. Racconta che prima della guerra era un compositore e in effetti tutto il film è coccolato dalla melodia che lui stesso crea…Suite francese appunto.

Storia d’amore? Forse si, entro certi limiti però. Quest’uomo e questa donna sono nemici sulla carta, ma riescono ad andare al di là di quello che dovrebbero essere per le rispettive società: uno, conquistatore forte, arrogante e pericoloso; l’altra, vittima arrabbiata e offesa, desiderosa di vendicarsi e far valere comunque i propri diritti. Dovrebbe essere più o meno così, ma non lo è. Non rimangono ancorati alle rispettive maschere, sembra quasi di assistere a una guerra interiore dove entrambi sono dibattuti tra l’essere se stessi e semplicemente abbandonarsi al desiderio e al sentimento provato per un uomo o una donna a prescindere dalla nazionalità di ciascuno, e l’essere parte di una società che nel bene o nel male impone di avere un certo comportamento reciproco, per non essere giudicati traditori o deboli.

Non so se alla fin fine la possiamo chiamare storia d’amore, quello che è certo è la sensazione rimasta alla sua conclusione, una tristezza amara di una situazione reale dove difficilmente c’è un modo giusto di comportarsi. Lo consiglio? Assolutamente si.