A Song of Ice and Fire – Un ciclo durato un anno

Faceva caldo. Quel caldo così umido che ti appiccica la T-shirt alla pelle, che ti fa rimpiangere il gelo degli inizi di Gennaio e che in generale ti fa odiare tutti quelli che vivono su alla Barriera o da quelle parti.

Era Luglio 2016. Al tempo potevo ancora concedermi senza troppi sensi di colpa qualche ora per leggere in tranquillità, nel bel mezzo del pomeriggio… che bei tempi! Fu così che iniziai, un po’ titubante, la famosa saga A Song of Ice and Fire, quell’epopea di cinque volumi talmente spessi da poterli usare come mattoni, scritta in un tempo in(de)finito da George R. R. Martin, un omone dal viso simpatico, gli occhialini troppo piccoli per il suo faccione da luna piena e tanta tanta barba.

Probabilmente, così com’è successo a tanti, la saga mi ha incuriosita perché al tempo ero ancora una cliente Sky e non c’era granché da guardare. Credo fosse la terza stagione. Dopo le prime tre puntate, in cui non ci ho capito assolutamente nulla, ho iniziato a collegare i puntini: Cersei era la sorella gemella di Jaime e tra i due c’era qualcosa di non proprio socialmente accettabile, Jon Snow non era il figlio di Catelyn (ecco perché quella donnina a volte si comportava così da stro..), Tyrion era.. bé, un fuoriclasse indipendentemente da tutte le parentele.

La serie era carina, la storia abbastanza coinvolgente, i libri Mondadori piuttosto economici nonostante la mole e quindi li ho comprati tutti. C’è voluto un anno prima di riuscire a portare a termine l’impresa, pur nella consapevolezza che la vera impresa (non la mia, quella di R. R. Martin) non era ancora arrivata alla fine. Non è bello scoprire di aver passato ben 12 mesi insieme a dei personaggi per non essere arrivati da nessuna parte, insomma… Chi diavolo è il padre di Jon Snow? Perché Bran si è fuso con un albero in un posto sperduto del Nord? Daenerys torna o non torna a prendersi ‘sto trono? E Cersei… Cersei, Cersei, Cersei… si riprenderà dall’umiliazione? Per non parlare poi di tutti gli altri, ero anche un pochino in pensiero per Aryami ha trasformato una bimbetta in un’assassina professionista a sangue freddo!

Ancora più assurdo è stato poi scoprire che la Serie TV sarebbe andata avanti oltre (e senza) i libri di R. R. Martin, ma come? Abusando probabilmente della nota espressione “liberamente tratto da..”. E cosa dovrei fare io adesso? Guardare le nuove stagioni e dimenticare per sempre il volume che Martin sta scrivendo da tipo.. quanto? Sei anni? Perché è impossibile non pensare che la serie sarà un’anticipazione del libro, oppure che il libro sarà una copia della serie. Questa cosa mi ha così confuso che alla fine non solo non ho più guardato la serie, ma non ho nemmeno letto le decine di articoli che escono al mese sulla nuova stagione!

Questo articolo era nato con l’idea di raccontarvi come ho passato 12 mesi insieme a Jon e company e perché avevo dato loro una fiducia tale da terminare la saga pur sapendo che non sarebbe finita lì, ma scrivendo si è trasformato in qualcos’altro. Non sono una veggente ma ho come l’impressione che il buon vecchio Martin non porterà mai a termine la sua grande impresa e noi fans de Il trono di spade crederemo ciecamente agli sceneggiatori della Serie TV e penseremo “eh sì, è proprio così che George l’avrebbe fatta finire”.

Voi che dite?

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“La cucina degli ingredienti magici” di Jeal McHenry

Molto spesso si dice o si sente la tipica frase “un libro non si giudica dalla copertina”, ed è vero, quasi sempre almeno. Qualche mese fa, mi è capitato di rovistare in un noto sito internet per l’acquisto di libri online, tra pagine e pagine di libri elencati uno sotto l’altro, ordinati per data di pubblicazione o per ordine di rilevanza (cosa sia ‘sta “rilevanza” poi, io non l’ho mai capito!). Ad un certo punto mi si pianta davanti una copertina che subito ha catturato la mia attenzione, non so dirvi esattamente perchè…Forse perchè sono un’amante delle favole e credo fermamente nell’esistenza della magia in questo nostro povero mondo, o forse perchè hanno scritto il titolo in giallo e ci hanno aggiunto delle cosine luccicanti. Mah! In ogni caso, ci ho cliccato sopra e sono andata a leggermi la sinossi.

Ed ecco qui il primo significato della frase di cui sopra: “un libro non si giudica dalla copertina”. La cucina degli ingredienti magici, non è come si potrebbe pensare di primo acchito, un ricettario creativo, un po’ esuberante ed eccentrico da sperimentare tra i fornelli. Non è nemmeno la storia di una persona fissata con la cucina che realizza il suo sogno di fare della sua passione il suo lavoro. No, è la storia di una ragazza di ventisei anni che in una sola notte perde entrambi i genitori a causa di uno stupido incidente e trova la sua unica consolazione nel cucinare le ricette di famiglia, tramandate dalle nonne, dalla madre e anche dal padre. Una storia del tutto diversa da ciò che poteva sembrare.

L’idea mi è sembrata accattivante, non frivola e scontata, perciò ho comprato il romanzo. Già dopo le prime pagine ho capito che quella frase, sempre la stessa, quella sopra, per questo libro scava un livello ulteriore, va ancora più a fondo. Visto che comunque la sinossi è stampata sulla copertina – sul retro, d’accordo, ma pur sempre sulla copertina – credo la possiamo applicare un’altra volta. La cucina degli ingredienti magici è sì la storia raccontata da Ginny, ragazza di ventisei anni che ha perso i genitori in un assurdo incidente e che trova la forza per non affondare nel cucinare le ricette di famiglia, ma Ginny non è una ragazza come tante. La gente l’ha sempre definita “strana”, “pazza”, “stramba”. In lei vedono qualcosa che non comprendono e che di conseguenza li spaventa. Ha sempre vissuto con i suoi genitori e non ha amici al dì fuori della sorella Amanda. Amanda…lei è normale. Ecco, è proprio questa semplice parola che tutti usano anche incosciamente per descrivere le cose della propria vita, che Ginny si sforza di capire. Perchè tutti le hanno sempre detto che lei non lo è, normale. Ma poi normale, cosa vuol dire?

Avete mai sentito parlare della sindrome di Asperger? Io no. Ho dovuto cercare su internet e per farvi capire, anche solo a grandi linee, di cosa sto parlando, vi riporto i primi paragrafi della pagina di Wikipedia:

La sindrome di Asperger, è considerata un disturbo pervasivo dello sviluppo, imparentata con l’autismo e comunemente considerata una forma dello spettro autistico “ad alto funzionamento”. Il termine fu coniato dalla psichiatra inglese Lorna Wing in una rivista medica del 1981 […]. Gli individui portatori di questa sindrome, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi molto ristretti. Diversamente dall’autismo, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo. Alcuni sintomi di questa sindrome sono correlati ad altri disturbi, come ad esempio il disturbo non verbale dell’apprendimento, la fobia sociale o il disturbo schizoide di personalità. La Sindrome di Asperger non è diagnosticata solo per le proprie caratteristiche, ma anche per una vasta gamma di condizioni di comorbilità (disturbi non dovuti alla sindrome), come depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo.

Non vi sembra che una persona con questi sintomi, possa essere definita strana, pazza, anormale, dalla gente? Siate sinceri…Non conosco – o almeno credo – persone affette da questa sindrome, ma ho conosciuto Ginny e vi assicuro che se vorrete conoscerla anche voi, capirete che la parola “normale” è solo una parola a cui si è deciso di dare un’importanza esagerata, definitiva, tombale. Ma così non è.

Andate a conoscere Ginny e il suo modo, ne rimarrete piacevolmente affascinati. E ricordatevi (io, ora lo farò di certo) che un libro non si giudica dalla copertina.

La cucina degli ingredienti magici - J. McHenry

“La cucina degli ingredienti magici”, J. McHenry – TEA Editore, 2013

Portami a casa – J. Tropper

«Una famigia popolata da personaggi vividi e familiari, raccontata con grande intelligenza e dialoghi al vetriolo» – The New York Times

Ci sono molteplici eventi che posso sconvolgere la vita di un uomo, Judd Foxman nel giro di poche settimane ne prova diversi sulla sua pelle, in una escalation che a tratti ha davvero dell’assurdo.

Quando il padre muore a Judd arriva la notizia che il suo ultimo desiderio era vedere la famiglia unita ad osservare la Shiv’à, il periodo di lutto nella religione ebraica per il quale i parenti di primo grado del defunto, subito dopo la sepoltura, si riuniscono nella casa di famiglia per sette giorni e lì ricevono amici, parenti e perfetti sconosciuti che passano in processione portando cibo, parole di conforto e frasi di circostanza.

Judd e i suoi fratelli – Wendy, Paul e Philip – di malavoglia si avviano verso casa Foxman. Quell’immensa casa che suo padre aveva costruito alla fine di una strada di sola andata, una casa ormai troppo grande per la madre ora sola, che diventa decisamente troppo stretta e claustrofobica quando si ritrovano tutti a dividere la stessa stanza, le stesse mura e lo stesso tetto. Tutte le famiglie lì costipate insieme, con i vecchi problemi e quelli nuovi, un sormontarsi di emozioni che riempiono la casa fino all’orlo…il rischio di implodere è inevitabile.

Wendy, con suo marito Barry sempre al telefono per “concludere un affare importante”, che non partecipa alle conversazioni se non parlando di clienti cinesi e specifiche di prodotti, i loro bambini scalmanati e la piccola Serena che non fa altro che piangere. Paul, il più grande dei fratelli Foxman, gonfio di risentimento verso il fratello Judd, con il modo di fare burbero e incazzato di chi si è assunto tutta la responsabilità e porta il mondo sulle spalle, con la moglie Alice che vorrebbe tanto restare incinta ma qualcosa non funziona, ad ogni modo questo di certo non la scoraggia dal fare sesso in ogni momento utile. Philip, il fratello minore, quello bello, quello che ha sempre un sacco di donne a disposizione, quello che viene sempre tirato fuori dai casini e sembra avere la parola “irresponsabile” stampata sulla maglietta come la lettera scarlatta, che si presenta con la sua ex terapista quarantenne Tracy, la donna sbagliata ma sicuramente la migliore che abbia mai avuto. Hillary, madre eccentrica con un seno rifatto decisamente eccessivo, le gonne troppo corte e i tacchi troppo alti, la sua eterna amica Linda e il figlio Horry, anche lui con il suo baglio di complessità e problemi irrisolti.

E Judd. Lui aveva una bellissima moglie, Jen, un buon lavoro alla radio e sembrava avere anche qualche amico. Le cose però cambiano in fretta e una sola situazione fa girare tutto al contrario…Torni a casa un po’ prima del solito dal lavoro il giorno del compleanno di tua moglie con una torta favolosa. Lei dovrebbe essere a casa ma non la trovi, sali le scale fino alla vostra camera da letto e ti accorgi subito, fin dal corridoio, che c’è qualcosa fuori posto. Quando trovi la tua bellissima moglie a letto con il tuo capo, la vita ti sembra un film neanche tanto divertente e stai lì sulla soglia a fissare il culo del tuo capo che si muove ritmicamente sopra tua moglie tenendo ancora la torta in mano piena di candeline accese. Forse Judd, dopo tutto, non aveva tante alternative…

Portami a casa è un perfetto ritratto di come ragiona la testa di un uomo la cui vita sta andando a rotoli, perchè non basta il tradimento e la morte del padre, deve sempre succedere qualcos’altro, di peggiore o migliore, dipende da come lo guardi e da quado lo guardi. E non serve pensare che una settimana rinchiuso dentro cosa con la tua famiglia passa in fretta, perchè sette giorni sono troppo lunghi e il peso che Judd si porta dietro lo accompagna in ogni istante.

Un romanzo divertente e realistico che si snoda nei meandri della mente di Judd, con alti e bassi emozionali, dialoghi stringati tra fratelli che fanno sorridere perchè ti riconosci pienamente e situazioni che un po’ alla volta trovano il loro punto d’arrivo.

ore 7.43

Non c’è nulla di più pateticamente ottimista dell’erezione mattutina. Sono depresso, disoccupato, non amato, confinato in un seminterrato e in lutto, eppure eccola lì, ogni mattina puntuale come un orologio, che si alza a salutare la giornata, facendo capolino dalla mia patta, presuntuosa e palesemente inutile. E ogni mattina mi ritrovo ad affrontare lo stesso dilemma: masturbarmi oppure orinare. È l’unico momento della giornata in cui sento di avere delle alternative.

Una cosa è certa: le persone che sono arrivate a casa Foxman dopo la sepoltura del padre non sono le stesse che ripartono sette giorni dopo alla volta della normalità.

AdobePhotoshopExpress_2dc35d05de94475bac9b32387fa9afdf 1Ve lo consiglio..vi piacerà un sacco! Anche perchè ne hanno fatto un film…

Il mago – di L. Grossman

Dopo aver letto questo romanzo ho capito una cosa che forse per molti è una ovvietà, ovvero che è molto più semplice scrivere la recensione di un libro che ci è piaciuto, piuttosto che di uno che non abbiamo apprezzato. Non senza difficoltà mi sono quindi ritrovata a parlarvi di questo romanzo di Lev Grossman, autore americano, di Brooklyn, nato nel 1969. Grossman è critico letterario del settimanale Time e autore del bestseller Codex (2005). Il mago è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2009 ed è stato per lungo tempo nella lista dei libri più venduti secondo il New York Times, ricevendo una straordinaria accoglienza della critica. Bene, forse io sono l’eccezione che conferma la regola.

Prima di tutto devo fare una piccola precisazione, l’edizione che ho acquistato, e su cui si basa questa recensione, è della Rizzoli (2010) nella traduzione di R. Valla. Ora, purtroppo devo dire di aver trovato moltissimi errori di stampa che hanno – in alcuni casi – spezzato il testo con evidenti conseguenze negative. Credo inoltre che la traduzione non sia delle migliori, mi sono persa più di qualche volta durante la lettura e sono duvuta tornare indietro per rileggere e cercare di interpretare. Questo, non penso sia stato l’intento dell’autore, perchè non si tratta di una cosa sistematica, quindi ho dedotto che si tratti di errori di traduzione, ma…potrei sbagliarmi.

Il mago descrive gli anni di vita di un teeneger, Quentin, annoiato e già stanco della sua vita da diciasettenne. Come capita spesso, percepisce la vita come una misera condanna, i genitori sembrano non accorgersi della sua esistenza e non si curano di lui, i suoi migliori amici, James e Julia, sono una coppia e ovviamente Quentin è innamorato di Julia, la quale, pur sapendo cosa prova il poveretto per lei, non lo caga di striscio. La vita del giovane Quentin viene stravolta dal ritrovamento del cadavere del professore presso cui doveva sostenere il colloquio per il college. Nella casa vittoriana di questo signore Quentin e James fanno un incontro particolare con un ragazza, un paramedico, un po’ sui generis. La ragazza porge a Quentin e James, due buste con su scritti i loro nomi. Quentin prende la sua, James no.

Da qui inizia una nuova vita per il nostro ragazzo annoiato, si scoprirà infatti che la sua abilità nei giochi di prestigio con carte o monete non è solo frutto di assiduo allenamento e una buona dose di fortuna, ma anche di una componente innata che alberga da sempre dentro di lui. Quentin è un mago e come tale frequenterà un college di maghi: Brakebills. Seguono pagine su pagine di descrizioni del college, delle lezioni, dei personaggi…Cinque anni condensati in una parte interminabile del libro, anche abbastanza noiosa. Ci sono solo un paio di momenti coinvolgenti, quello dell’attacco alla scuola, o meglio, alla classe di Quentin, della cd Bestia e quello in cui Quentin incontra di nuovo la sua amica Julia, per scoprire che non aveva passato il test preliminare per entrare nel college. Poi, solo descrizioni. Quentin che affronta le lezioni del primo anno e inizia a studiare incantesimi, Quentin che conosce nuove persone, come Alice, Quentin che fa a pungni con Penny, Quentin che entra a far parte del gruppo dei Fisici e stringe una forte amicizia con Eliot, Jenet e Josh, Quentin e alcuni compagni del quarto anno che vengono trasformati in oche e migrano fino all’Antartide…Troppo lungo, troppe descrizioni che si accavallano e sormontano, apparentemente prive di senso logico. Grossman ci riempie la testa di informazioni e di fatto non succede mai nulla.

Quentin e Alice si laureano. Vengono accolti dagli altri Fisici, laureati l’anno prima, Eliot, Jenet e Josh – cui si aggiunge anche un certo Richard, di cui non si sa niente – nel loro appartamento a Manhattan. Grossman dedica un’altra parte del romanzo a descrivere e descrivere cosa succede nella vita persa, e ancora una volta annoiata, di questi maghetti. Alcuni di loro sono alcolizzati, anche Quentin ci va vicino, non fanno niente di produttivo dalla mattina alla sera. Bevono, si drogano, fanno sesso. Un’altra parte del romanzo quasi inutile, anche qui non succede niente di rilevante per la trama della stroria.

Bisognerà aspettare la terza parte, a libro quasi concluso, per avere un po’ di azione e perchè succeda veramente qualcosa. Quentin, sin da quando era un bambino, è ossessionato da una serie di romanzi dedicati ad un mondo fantastico chiamato Fillory. Conosce molto bene le storie, i protagonisti, i personaggi che popolano questo mondo e le dinamiche del tutto particolari che lo animano. Scoprirà che quel mondo esiste davvero e non è solo il frutto della fantasia di un romanziere. Grazie alla scoperta di una delle persone che più detesta, Penny, Quentin riuscirà ad entrare a Fillory e forse qui otterà la rivincita della sua vita. Crede che sia questo il suo destino, solo a Fillory potrà ottenere quella felicità che per tutta la sua breve esistenza gli è stata negata o portata via, come lui stesso afferma più di una volta.

Vi ho già anticipato anche troppo del romanzo, ma dal mio punto di vista non c’è niente di più di questo. Nella copertina si cita il Washington Post: “Se sentite la mancanza di Harry Potter, questo è il libro che fa per voi”. Premesso che non ho mai letto Harry Potter e mai lo leggerò, credo che associare Il mago a una serie come quella di J.K. Rowling che in 10 anni (arco di tempo in cui sono stati pubblicati i 7 romanzi che costituiscono la serie) ha venduto circa 450 milioni di copie, è esagerato e decisamente fuori luogo. Per dirla terra terra, è una mera bugia!

Detto questo, non vorrei scoraggiarvi del tutto, qualcosa di buono c’è, ma bisogna appunto aspettare la fine per rendersene conto. Mi è venuto in mente il film The tourist, quello con Johnny Depp, un film noioso e scontato, se non fosse stato per il finale – e si può dire senza esagerare – a sopresa, dal mio punto di vista non varrebbe una pippa. Lo stesso ho pensato per Il mago, non che ci sia un finale a sopresa, attenzione, diciamo piuttosto che tutte le descrizioni delle centinaia di pagine precedenti trovano un senso. Insomma, Grossman alla fine non fa altro che unire i puntini numerati e portare alla luce l’immagine conclusiva.

Il Mago

Il mago di Lev Grossman, Rizzoli, 2010

Arancia meccanica – Il libro

Anthony Burgess è uno scrittore inglese nato nel 1917 e morto nel 1993. È considerato uno dei più grandi autori inglesi del Novecento e non mi sento nè di criticare nè commentare quest’affermazione.

Nel 1962 scrive un capolavoro che plasmerà e confonderà l’immaginario collettivo degli anni avvenire, diventando poi un cult: A Clockwork Orange. In Italia viene pubblicato per la prima volta nel 1969 con il titolo Un’arancia ad orologeria. Nel 1971 Stanley Kubrick ne farà un film che non ha bisogno di presentazioni, noto in Italia come Arancia meccanica. Burgess ha sostenuto che romanzo e film sono un caso esemplare di complementarietà tra diversi linguaggi artistici, pertanto la Einaudi, nell’edizione del 1996, ha preferito il titolo Arancia Meccanica.

Burgess viene così descritto: “critico letterario, esperto conoscitore di musica, uomo di interessi molteplici e sperimentatore di linguaggi“. Penso che per certi aspetti questa descrizione lo avvicini ad Alex, il protagonista. Sin dalla prima volta in cui ho visto il film di Kubrick ho pensato che Alex e i suoi tre “soma“, Georgie, Pete e Bamba, fossero solo dei teppistelli senza cervello dediti esclusivamente a dispensare violenza gratuita. Sono vandali, stupratori, picchiano i malcapitati per strada, si azzuffano con altre gang, rubano nei negozi e distruggono tutto quello che incontrano. Leggendo il romanzo di Burgess ho capito che dietro a questi quattro quindicenni, forse c’è di più.

I fatti sono narrati direttamente da Alex (il Vostro Umile Narratore), il quale a volte si rivolge direttamente al lettore, eliminando le distanze tra noi e lui, tra la nostra moralità e la sua idea di stare al mondo. Lui crede in ciò che fa, nella violenza e nella cattiveria che gli scorrono nelle vene. Alex pensa questo:

Ma, fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi su qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perchè il contrario? Se i martini sono buoni è perchè così gli piace, e io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo l’altra parte. In più, la cattiveria viene dall’io, dal te o dal me e da quel che siamo, e quel che siamo è stato fatto dal vecchio Zio o Dio ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i non-io non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici e le scuole non possono ammettere il male perchè non possono ammettere l’io. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli io coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, questo dico io. Ma quello che faccio lo faccio perchè mi piace farlo.

Confusionale? Vi sentite un tantino spaesati dopo essere entrati per pochi secondi nella testa di questo ragazzino? Bè, vi dirò, Alex – o meglio Burgess – usa un linguaggio inedito, fantasioso e personale, in realtà tutti i personaggi a cui si da voce parlano in modo “strano”. Leggendo le prime dieci pagine ho pensato una cosa tipo: “ma che cavolo stanno dicendo questi?!“. Capivo poco niente, il testo è pieno di sostantivi di uso comune che vengono cambiati con parole inventate di sana pianta. Poi, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a capire ogni frase senza neanche dover soffermarmi a pensare in quale ambito avesse già usato il verbo “locchiare” o in quale frase avesse inserito la parola “martini“. Questo, secondo il mio modesto parere, è STRAORDINARIO! Burgess era un genio.

Il personaggio che ha costruito e su cui è incentrato tutto il romanzo, visto che è proprio lui il narratore, è a dir poco inquietante. Non è soltanto un teppista carico di cattiveria e violenza, questo ragazzo è molto intelligente, conosce la musica, ama maestri come Beethoven e Bach, sa parlare in modo impeccabile, da vero uomo acculturato, ad un certo punto sembra interessarsi anche alle Sacre Scritture. Quello che mi inquieta è che ogni elemento o caratteristica che dovrebbe elevarlo rispetto alla condizione in cui si trova, viene travisata da Alex stesso: immagina scene di violenza inaudita sulle note della Nona, questa splendida musica diventa il veicolo per eccittarsi nell’immaginare di fare del male e nel veder scorrere il sangue; quando legge la Bibbia non si sofferma sul suo significato profondo, ma trova interessante la tortura impartita a Gesù immaginando di essere uno dei soldati che lo frustano. Insomma…il suo cervello è sicuramente deviato e credo che questo faccia ancora più paura rispetto ad una persona che crea violenza senza rendersene conto. Alex sa quello che fa…è fin troppo intelligente.

Inevitabilmente la spavalderia e gli atti criminali faranno finire Alex nei guai. Dovrà affrontare la terribile realtà del carcere a soli quindici anni. In realtà si tratta di un ragazzo di una cattiveria inconcepibile che neanche il carcere riuscirà a cambiare. Burgess ci fa assistere alla parabola di cambiamento morale che un sistema penitenziario al collasso cerca di impartire ai detenuti per correggerne il comportamento, per estirpare il male dalla loro mente e dal loro corpo. Una tortura degna del Terzo Reich che toglie alle persone la possibilità di scegliere e di discernere il bene dal male. Non insegna proprio nulla, non rieduca, semplicemente toglie qualcosa che lo Stato ritiene malvagio, inserendo la sensazione di malessere nel soggetto ogniqualvolta questi anche solo pensa a nuocere ad altri. Burgess la chiama “terapia del disgusto“. Di fatto i criminali vengono trasformati in macchine, in automi…arance meccaniche? Un’impresa destinata inevitabilmente al fallimento.

Il genio narrativo di Burgess è indiscutibile, non solo per il suo modo di narrare le vicende ma anche e soprattutto per il contenuto di questo romanzo. Alex non è mai “guarito”, come sostenevano gli ideatori delle torture subite in carcere, sebbene avesse il voltastomaco ogni volta pensasse a far del male, lui non ha mai smesso di desiderare la violenza. Il suo primo approccio verso il mondo era sempre e comunque orientato dalla cattiveria, di conseguenza non può di certo dirsi guarito. Quello che sconvolge è l’idea di poter estirpare il male dalle persone togliendo ad esse la facoltà di scelta. Magari quelle persone sono poi portate ad agire secondo il bene, ad essere generose ed altruiste, ma se non hanno la possibilità di scegliere, possono ancora definirsi “persone”?

Arancia meccanica

Arancia Meccanica, A. Burgess, Einaudi, Tascabili, 1996

Vi lascio con una curiosità: “Il titolo è la cosa più facile da spiegare. Nel 1945, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra, ho sentito un cockney ottantenne dire di qualcuno che era «sballato come un’arancia meccanica». L’espressione m’incuriosì per la stravangante presenza di linguaggio popolare e surreale. Per quasi vent’anni avrei voluto utilizzarla come titolo per qualche mia opera”. (A. Burgess, lettera inviata al Los Angeles Times, 1972).

The Divergent Saga – I Libri

Nel 2014 Divergent, il primo capitolo della saga di successo creata da Veronica Roth, entra nella top ten dei libri per ragazzi più venduti. Tutto inizia nel 2011 quando viene pubblicato negli Stati Uniti, in Italia arriva un pochino dopo,  nel 2012 nell’edizione di De Agostini. La saga viene, da alcuni, fatta rientrare nel genere di fantascienza distopica. Cosa significa distopia? Vi dò la definizione presa direttamente dal dizionario:

Utopia al contrario; situazione, condizione futura presentata e descritta come negativa, sgradevole e non auspicabile in alcun modo

Questa parola anticipa molto della storia, anche troppo. Siamo a Chicago, in un anno non meglio precisato. Le persone vivono suddivise in gruppi chiamati Fazioni, ognuna con caratteristiche peculiari, adibita a svolgere compiti specifici e prestabiliti.

Ci sono gli Abneganti, la loro caratteristica principale è l’essere altruisti, dediti al prossimo. Non accettano niente di superfluo e rifiutano qualsiasi forma di individualismo. Sono posti a capo del governo della città proprio perchè non c_Divergent_articolo2desiderano il potere, nell’ottica generale dovrebbe essere proprio questa loro caratteristica a garantire la miglire e più equa gestione della società. Si vestono di grigio, sono anonimi, gli uomini hanno i capelli tagliati corti tutti della stessa misura, le donne se li raccolgono in sobri chignon. Si guardano allo specchio il meno possibile perchè questo costiuirebbe una forma di vanità e narcisismo, qualcosa che gli Abneganti non possono accettare. Il loro simbolo sono delle mani che si intrecciano, sorreggendosi a vicenda. A questa Fazione appartiene Beatrice, la protagonista della saga.

I Candidi. Sono gli onesti, quelli che non accettano la falsità e l’inganno. Dicono sempre Tumblr_lyjq7pBlbH1rorhaao1_500la verità, che nella maggior parte dei casi è solo la loro versione di quella che credono essere l’unica verità. Sin da piccoli viene insegnato loro a non avere segreti, a dire semplicemente tutto quello che gli passa per la testa, senza filtri, senza pensare di poter sbagliare. Si vestono solo di bianco e nero, la loro caratteristica viene usata nella politica, dove sembra meglio essere sinceri e aperti, e nelle questioni legali. Il loro simbolo (ovviamente) è una bilancia. Cristina, colei che diventerà la migliore amica di Beatrice, proviene da questa Fazione.

I Pacifici sono la Fazione che rifiuta la violenza, le armi, la guerra, qualunque forma di c_Divergent_articolo13ostilità reciproca. Sono persone buone, semplici, si accontentano della vita tranquilla degli agricoltori. Con il loro lavoro nei capi al di fuori della recinzione che delimita la città, danno sostentamento a tutta la popolazione. Credono nell’amicizia e nell’amore reciproco per superare qualsiasi contrasto. Si vestono con colori sgargianti, sorpattutto di rosso e giallo. Sono liberi, suonano il banjo, cantano e ballano pieni di vita e serenità. Il loro simbolo è un rigoglioso albero.

Gli Eruditi sono i più colti, come ne suggerisce il nome. Dovrebbero essere anche i più intelligenti, ma è difficile relegare una caratterista come l’intelligenza a una ristretta cerchia di persone. Diciamo che loro credono nella formazione e nello studio come c_Divergent_articolo11fondamento per una classe politica e di governo giusta e preparata. Il loro simbolo è un occhio azzurro, dovrebbe rappresentare la ricerca e la conoscenza. Il loro compito è custodire tutte le conoscenze, e in quale luogo è possibile svolgerlo al meglio se non nelle biblioteche? Detengono un potere immenso, il sapere è un potere così grande da riempirli fino all’orlo, da farli scoppiare di egocentrismo e arroganza. Sono dottori, insegnanti, a volte scienziati, sono i responsabili della conservazione di tutti i documenti della città. I loro vestiti sono di colore blu.

Gli Intrepidi sono la Fazione adibita alla protezione della città. Sono forti, coraggiosi, c_Divergent_articolo12intrepidi, appunto. Sanno sparare con precisione, imparano le tecniche della lotta corpo a corpo, sono violenti, irruenti. Bevono, gridano, la loro pelle è una tela colma di tatuaggi, i loro visi sono disseminati di piercing. Si vestono di nero e il loro simbolo è una fiamma ardente. Per loro il più grande problema della società è la codardia, per questo sono sconsiderati e folli nella maggior parte delle loro azioni. Da questa Fazione proviene Quattro, un altro dei protagonisti.

Il motto della società in cui vivono Beatrice, Quattro, Cristina e tutti gli altri è: la Fazione prima del sangue. Ai ragazzi viene chiesto di scegliere la Fazione a cui appartenere per il resto della loro vita a quella che viene chiamata Cerimonia della Scelta. È proprio questo il primo evento fondamentale della saga Divergent. La Fazione prima del sangue, scegliere l’inclinazione personale invece della famiglia, della vita a cui si è abituati. Beatrice scelgie, ma non gli Abneganti, sceglie gli Intrepidi. Cristina sceglie, non i Candidi, ma divergentgli Intrepidi. Caleb, il fratello di Beatrice sceglie, non gli Abneganti, ma gli Eruditi. Inizia il loro viaggio nella nuova Fazione, con l’addestramento e le prove da affrontare per superare la difficile Iniziazione. Se falliscono saranno costretti a vivere per sempre ai margini della società come reietti, saranno per sempre degli Esclusi.

La vita nelle nuove Fazioni sarà difficile per tutti, le persone sono crideli e malvagie. Come Erik, uno dei capi degli Intrepidi, o come Jeanine Metthews la leader degli Eruditi, convinta che gli Abneganti abbiamo dei segreti, decisa a ribaltare il governo e ad assumerne il potere. Jeanine è ossessionata da coloro che non si conformano ad una sola Fazione, che portano dentro i segni delle caratteristiche diverse e peculiari di ogni Fazioni. I Divergenti. Crede che siano una minaccia per il sistema delle Fazioni e, di conseguenza, per tutto ciò in cui lei crede. Vuole eliminarli tutti. Quando Beatrice entra negli Intrepidi sceglie un nome nuovo: Tris. Si innamora del suo insegnate durante l’addestramento: Quattro, chiamato così perchè ha solo 4 paure da affrontare nello scenario delle paure cui si sottopongono gli Intrepidi.

A causa di un potente siero, Jeanine blocca tutti gli Intrepidi dentro quella che a loro sembra una simulazione, non diversa da quelle che sono abituati ad affrontare per allenarsi. Il suo scopo è sterminare gli Abneganti. Il siero però non funziona sui Divergenti. Tris e Quattro in qualche modo riescono a ribellarsi, devono fermare Jeanine…

InsurgentUna battaglia dopo l’altra, una scelta dopo l’altra porteranno Tris e Quattro ad affronatare altre ostilità. Si può vincere un tiranno, riconquistare una parvenza di tranquillità, ma siamo esseri umani. Inclini a commettere ciclicamente gli stessi sbagli. Alle porte della tranquilla residenza dei Pacifici, in cui si sono rifiugiati, l’aria inizia a farsi irrequieta. Altre persone premono per imporsi nella costruzione sociale di Chicago ormai al collasso. Le Fazioni sono state smantellate, i leader sono dispersi o morti. Ma qualcuno che ha sempre vissuto al margine di questa società rivendica la posizione che gli spetta di diritto. Gli Esclusi, guidati da Evelyn.

Allleanze improbabili vengono strette dai protagonisti, Tris si troverà ancora una volta a fare i conti con le sue perdite, il suo dolore e la sua divergenza. Una scomoda verità preme per venire a galla e Tris è decisa ad aprire gli occhi alla sua gente, anche usando le maniere forti se necessario…

AllegiantLa verità cambia tutto. Scoprire di aver vissuto una vita pianificata da altri è devastante. Scoprire di essere solo una minuscola parte di una entità gigantesca è terrificante. Chicago è solo una piccola città, non è il centro dell’universo. Fuori dalla recinzione, oltre i campi dei Pacifici c’è molto altro. Ci sono persone che aspettano i Divergenti, ne hanno bisogno. In un mondo devastato dalle guerre e dagli esperimenti genetici, scienziati al servizio del governo americano hanno creato degli esperimenti per cercare di riportare il DNA umano alla purezza originaria. Chicago è l’esperimento meglio riuscito fino ad ora.

Tris, Quattro, Cristina, Cara, Caleb e Peter escono. Vanno incontro ai loro “creatori” per sapere perchè…qual’è il senso di tutto. Ma anche qui, come in città, le persone sono persone. I segreti e la brama di potere sono ovunque. Anche in questo luogo, nel Dipartimento, saranno costretti a lottare, a sanguinare, ad uccidere, per affermare se stessi. Per gridare al mondo che è la libertà quello che conta.

Distopia…esattamente la parola che cercavo. La visione della Roth spaventa perchè risulta probabile. Ha costruito un tela densa di personaggi, di segreti e colpi di scena. Dev’essere stato difficile far quadrare tutto alla perfezione, il risultato finale però è molto buono. Una trilogia avvincente, che emoziona. Ogni personaggio spicca per qualità e difetti, ci sono molte perdite ma anche conquiste fondamentali che fanno crescere tutti i protagonisti. C’è una cosa che però non ho apprezzato: Allegiant. Tutto il libro in realtà. Il fatto che sia a due voci: Tris e Tobias (alias Quattro). Il suo finale, che ovviamente non svelo. Per come la vedo io il libro è finito con il capitolo 50, ce ne sono molti altri dopo. Non avevo più voglia di finirlo perchè non mi interessava più la storia, non volevo sapere che fine avrebbero fatto tutti. Questa mi sembra una cosa terribile per un libro e credo non serva aggiungere altro.

Il mio splendido migliore amico

«Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”» (Lewis Carroll – Alice’s adventures in Wonderland, 1865)

Da piccola cercavo spesso la tana del Bianconiglio nei boschi, speravo nella fortuna di scorgerla nascosta tra le foglie e proprio come Alice caderci dentro per arrivare nel mondo fantastico immaginato da Carroll. Su quest’uomo si sono sprecate parole, leggende e diffamazioni. Quale che sia la verità ormai non ha molta importanza e non intendo interrogarmi sulla sua natura più o meno “onesta”. Nonostante tutto Alice nel Paese delle Meraviglie è e resterà sempre, grazie anche alle numerose trasposizioni cinematografiche, una favola incredibile, cibo per la fantasia dei bambini che si lasceranno guidare dal Bianconiglio dentro la sua tana. Io l’adoro ed è per questo che sfogliando la trama di qualche libro su internet, Il mio splendido migliore amico ha destato la mia curiosità.

La traduzione del titolo originario lascia un po’ perplessi, l’autrice A.G. Howard l’aveva intitolato Splintered e dovrebbe essere l’inizio di una trilogia. Avanzeremo nel vero Paese delle Meraviglie insieme ad Alyssa Gardner, una discendente di quell’Alice Liddell che, si dice, abbia ispirato il romanzo di Carroll. Alyssa è un’adolescente con una fissa per gli insetti, li cattura, li uccide e con i loro corpicini realizza dei mosaici. È forse un pochino sadica? Forse. La sua spiegazione è però molto più razionale: lei sente il bisbiglio incessante e irritante di insetti e fiori, ascolta le loro voci e le loro parole. Per non credere che la pazzia della madre, richiusa da anni in un ospedale psichiatrico, sia una malattia ereditaria, Alyssa ha trovato un modo tutto suo per far tacere quelle vocine.

Purtroppo non è possibile negare la realtà all’infinito, prima o poi la vera natura di ognuno emerge e, per un motivo o per l’altro, la si asseconda. Anche Alyssa dovrà fare una scelta perché non può davvero credere che sua madre sia una irrimediabile schizzata e soprattutto non può permettere a suo padre e ai medici del manicomio di sottoporla alla tortura dell’elettroshock per cercare di guarirla. Non può fare altro che assecondare la sua vera natura, accettare che probabilmente le femmine della sua famiglia sono colpite da una maledizione e che la colpa è tutta di Alice. Dovrà trovare la tana del Bianconiglio, scendere nel Paese delle Meraviglie e porre rimedio a tutti gli errori e disastri che la piccola Alice Liddell ha causato ai suoi abitanti.

A questo punto vi dovreste chiedere: cosa c’entra il suo splendido migliore amico? Ecco, me lo sono chiesta anch’io e ho trovato due possibili soluzioni. Prima: Alyssa non scende sola nel Paese delle Meraviglie, ad accompagnarla c’è il suo dolce, protettivo (troppo) amico del mondo reale Jeb. Quando si attraversa lo specchio – noto portale per il Paese delle Meraviglie – si deve desiderare con tutto il cuore il luogo in cui si intende andare, Alyssa fa di più, desidera di avere al suo fianco il suo migliore amico.

Soluzione alternativa: si scoprirà che Alyssa non solo sente la voce degli insetti e dei fiori, ma nei suoi sogni da bambina incontrava un essere alato, simile ad una falena, chiamato Morpheus. Questa falena-ragazzo altri non è che il noto Bruco di Carroll, il quale ormai cresciuto, si è trasformato in una splendida falena nera e blu. Alyssa e Morpheus sono in pratica cresciuti insieme nei sogni della ragazza, lui le ha insegnato molte cose sul Paese delle Meraviglie e sui suoi abitanti, tutte lezioni che ad Alyssa torneranno più che comode.

Vi ricordate il Paese delle Meraviglie del film Disney? Colorato e spensierato, popolato di personaggi simpatici e un po’ pazzi come il Cappellaio o lo Stregatto. C’era anche qualche personaggio malvagio, come la Regina Rossa e il suo esercito di carte da gioco. Per lo più però erano tutti carini. Dimenticatelo! Alyssa viene a trovarsi in un Paese completamente diverso, le creature che lo popolano non sono tutte cattive ma non sono nemmeno belle e gentili. Una cosa le accomuna tutte: sono decisamente fuori di testa!

Se desiderate conoscere una versione alternativa e più avventurosa del libro per bambini che ha accompagnato la vostra infanzia andate con Alyssa, non vi annoierete!

Il mio splendido migliore amico - giugno 2015

Il mio splendido migliore amico – Newton Compton Editori – febbraio 2015

Testimone inconsapevole

A natale ho scartato questo pacchettino che una cara amica mi ha portato, dentro c’era un libro. Penso sempre che regalare un libro sia una delle cose più belle, permetti ad una persona cara di entrare in un nuovo mondo, di vivere un’avventura tra creature immaginarie o inseguire serial killer tra le strade di una metropoli viva nella criminalità. E poi diciamolo, l’odore della carta nuova, lo scricchiolio della copertina e delle pagine che vengono staccate le une dalle altre per la prima volta…mi lascia sempre qualche secondo di felicità. Ad occhi semichiusi immagino in quale nuova storia entrerò questa volta.

Questa volta…sono entrata tra le righe di un giallo giudiziario, non tanto nello stile del legal triller squisitamente americano, c’è chi dice che la struttura del processo penale italiano non sia adatta a romanzi del genere. Non c’è una giuria di tuoi pari che ascolta lunghe arringhe di avvocati presi dalle emozioni e dalla “voglia di vincere”, raramente ci sono colpi di scena che lasciano tutti a bocca aperta, come il testimone alla sbarra che a sorpresa si auto incrimina confessando il terribile crimine sotto processo. La verità è che i processi penali italiani sono molto meno entusiasmanti e molto formali, pochi colpi di scena e tanta (troppa) burocrazia.

Questo romanzo però ha qualcosa di diverso e me ne sono accorta sin dalle sue prime righe. Testimone inconsapevole è il romanzo d’esordio di Gianrico Carofiglio, pubblicato nel 2002, vincitore (a ragione) di molteplici premi. Gianrico Carofiglio nasce a Bari, dov’è ambientato il suo romanzo, è laureato in giurisprudenza ed ha avuto una brillante carriera da magistrato, specializzato in indagini contro la criminalità organizzata e già qui, per mio personalissimo gusto, mi sta simpatico. Nel 2007 viene nominato consulente della commissione parlamentare antimafia e dal 2008 al 2013 è senatore della Repubblica. Vi do tutte queste informazioni perché voglio dare un’idea di chi scrive, importante per comprendere di che cosa scrive.

Se vi siete incuriositi, date un’occhiata al suo sito –> http://www.gianricocarofiglio.com/

Testimone inconsapevole, come dicevo, è ambientato a Bari. Siamo a fine anni ’90 e l’opinione pubblica è scossa da un grave caso che per la natura del crimine e, soprattutto, la natura della vittima, lascia sdegnati e inorriditi. Un bambino di una decina d’anni sparisce dalla spiaggia dov’era in vacanza con i nonni. Qualche giorno dopo, grazie ad una telefonata anonima, viene ritrovato, morto, nel fondo di un  pozzo. In quella spiaggia circolano diversi venditori ambulanti di merce più o meno contraffatta. Un professore senegalese con regolare permesso di soggiorno e licenza di venditore ambulante viene additato come il responsabile del terribile crimine. Questo sulla base della testimonianza di un commerciante del luogo, sicuro di aver visto quell’extracomunitario passare nelle vicinanze del luogo della sparizione, qualche minuto prima che la stessa si verificasse.

Guido Guerrieri è l’avvocato che assumerà il caso. Un uomo che all’inizio del romanzo appare perso, completamente inabissato nelle acque della sua vita. Il mondo gli gira attorno, lui fa quello che ha sempre fatto, va al lavoro, riscuote qualche parcella, vince qualche cause, ne perde qualcun’altra. Ha una moglie. Quando lei chiede la separazione Guido va alla deriva e da uomo perso, va pericolosamente vicino al diventare un uomo pazzo. Abdou Thiam, l’accusato tra le sbarre, si affida a quest’avvocato.

Le premesse non sono per niente buone, soprattutto per Abdou, ma neanche a Guido le cose vanno troppo bene. Ad ogni modo il processo si svolgerà dall’inizio alla fine e tra i tempi scanditi di una macchina, non troppo ben oliata, che porta dall’accusa alla sentenza, si inserisce la vita privata e l’evoluzione di Guido. Chi dei due, tra l’avvocato e il cliente, abbia aiutato l’altro non si capisce bene, ma alla fine è proprio questo il bello no? Quando la vita cambia in meglio senza che tu te ne accorga, quando l’ultima delle persone a cui ti saresti affidato, è proprio quella che alla fine ti porta, sano e salvo, a riva.

Anche se non siete amanti dei gialli ad ambientazione giudiziaria, vi consiglio Testimone inconsapevole perché sì un crimine c’è e sì c’è pure un processo, ma tra queste righe c’è molto di più.

Testimone inconsapevole