Trascendence

Adoro Johnny Depp in tutte le sue forme. Davvero! Non tanto per film più recenti, che sicuramente l’hanno rilanciato nel firmamento delle star hollywoodiane secondo l’opinione pubblica, come Alice in Wonderland (tra l’altro, non una delle sue migliori performance a mio parere), The tourist (se non fosse stato per il finale lo definirei addirittura noioso) o la saga dei Pirati dei Caraibi (qui devo dire che mi è piaciuto parecchio, almeno per i primi due film poi si sa, trita e ritrita..). Adoro il Johnny di Edward Scissorhands, di Secret Window, di Fear and Loathing in Las Vegas, di Sleepy Hollow, di… Ok, non posso citarli tutti altrimenti questo post si trasforma in un elenco e invece la mia intenzione è di tutt’altro genere.
Tristemente ho avuto modo di notare che negli ultimi anni il camaleontico attore americano non ha proprio avuto fortuna, basti pensare a pellicole come The Lone RangerDark Shadows, che di sicuro non sono tra i suoi lavori migliori, così quando ho deciso di guardare Trascendence (pur avendone sentito parlare piuttosto male), mi sono liberata dai pregiudizi e sin dall’inizio gli ho dato tutta la mia fiducia.
La prima cosa interessante è guardare un pochino più da vicino il regista: Walter C. Pfister, meglio conosciuto come Wally Pfister. Nasce direttore di fotografia, ha collaborato spesso con Christopher Nolan, curando la fotografia di tutti i suoi film a partire dal 2000 con Memento. Nel 2011 vince l’ambito Oscar alla migliore fotografia Johnny-with-Transcendence-Cast-Premiere-LA-10-04-2014-johnny-depp-36939146-1840-976per Inception, sempre di Nolan, non dobbiamo però scordare che negli anni precedenti aveva ottenuto ben quattro nomination per la medesima categoria. Una brillante carriera la sua dunque, ad un certo punto però Wally Pfister decide di cambiare rotta e dedicarsi alla regia. Nasce così Trascendence, il suo primo lavoro dietro la macchina da presa e per non essere da meno rispetto ai colleghi si circonda di professionisti di indiscussa esperienza e fama, a partire proprio dal nostro Johnny Depp, che qui riveste i panni del protagonista, il Dott. Will Caster. Dividono con lui lo schermo altri artisti di importanza mondiale, da Paul Bettany al grande Morgan Freeman.
Qualora Trascendence non stuzzicasse la curiosità già solo per le grandi stelle che vi prendono parte, una breve lettura della trama può di certo aiutare a completare il quadro. L’argomento che  Pfister decide di rappresentare non può lasciare indifferenti. Stiamo parlando di intelligenza artificiale, di futuro, di perfette macchine intelligenti e consenzienti, capaci di ponderare le emozioni e i sentimenti al fine di prendere decisioni sensate, alla pari di un qualsiasi essere umano. Anzi no, non alla pari, lo possono fare addirittura meglio di un qualunque essere umano perché le loro conoscenze sono pressoché illimitate. Provate a pensare…una macchina capace di accedere a qualunque tipo di informazione semplicemente attraverso internet, in poche frazioni di secondo riesce ad elaborare contemporaneamente milioni di dati e già solo sulla base di questo potrebbe prendere la decisione migliore o più idonea in quel preciso contesto. Ma resterebbe pur sempre una macchina, mancherebbe sempre qualcosa per far accettare completamente le sue scelte alla collettività. Proviamo allora ad immaginare che all’interno di quel procedimento di elaborazione di dati si inserisca una intelligenza che abbia coscienza di sé, che sia in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che invece non lo è, ciò che è lecito da ciò che è illecito. Immaginiamo che in un futuro prossimo una creatura come questa venga presentata alla comunità internazionale da esperti di indubbia competenza, dall’alto di un palco scenico. Quale sarebbe la vostra reazione? Paura? Eccitazione?
Il Dottor Will Caster è il maggior esperto in materia di intelligenza artificiale, lui e sua moglie, la dottoressa Evelyn (Rebecca Hall), hanno grandi progetti e grandi idee che però non suscitano un consenso generalizzato. Il futuro spaventa, tanto più se non si riesce a comprendere chiaramente come ci si sta arrivando e cosa si sta creando, le novità tecnologiche si potrebbero percepire alla stregua di minacce più che come ausili. Un gruppo di terroristi contrari, o forse spaventati dal progresso tecnologico prendono di mira Will e vari altri ricercatori e dottori esperti in materia. Ciò che accadrà dopo non intendo svelarvelo, vi dirò solo che la sfiducia nell’intelligenza artificiale e la paura di un progresso tecnologico fondamentalmente privo di freni etici non sono argomenti da sottovalutare.
Ho riposto bene la mia incondizionata fiducia iniziale? Sulla trama di base decisamente si, molto interessante e attuale, ma per come il film si sviluppa…decisamente no! E quanto a Johnny? Caro il mio talentuoso e sexy attore, ho preso la mia decisione, ti ricorderò sempre così…
Chocolat29

Chocolat (2000)

Steve McQueen – l’Oscar – 12 anni schiavo

Probabilmente attirerò ire e disaccordi, nonostante questo rischio mi affido al buon vecchio diritto costituzionale che garantisce la libertà di opinione e scrivo la mia recensione su 12 anni schiavo.

Steve McQueen nel 2013 dirige il vincitore del premio Oscar 2014 per il miglior film. Ma non è tutto, perché nella notte delle stelle è proprio questo lungometraggio a fare incetta di downloadnomination: miglior attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, premio che l’attrice keniota naturalizzata messicana, si è poi aggiudicata meritatamente; miglior sceneggiatura non originale a John Ridley, altra statuetta conquistata e con questa fanno tre; miglior regista; miglior attore protagonista; miglior attore non protagonista; miglior montaggio; miglior scenografia e migliori costumi. Insomma su 24 premi da assegnare, 12 anni schiavo ha lottato per aggiudicarsi ben 9 statuette! Dire che è stato uno spettacolo apprezzato dalla critica è un eufemismo.

La vicenda è tratta, come tutti sanno, da un’incredibile storia di vita vera, vissuta nel corso di un’epoca che fa ancora rabbrividire al solo pensiero dell’ingiustizia e malvagità che la denota. Uno scorcio di America che si vorrebbe dimenticare ma che rimane ben aggrappato alla coscienza di ciascuno, perché orrori come questo non restano ancorati alla terra in cui si sono vissuti, non si fermano al di là dell’oceano, arrivano ovunque ed è bene ricordarli, così che servano da monito per tutte le generazioni.

Nel 1853 un certo Solomon Northup pubblica un libro di memorie intitolato appunto “12 anni schiavo”. Quest’uomo, nato nel 1808, è lo sfortunato protagonista di una serie Copertina12AnniSchiavo-SafaràEditoredi situazioni che sembra impossibile poter racchiudere in una sola vita. Suo padre, uomo nero di nome Mintus Northup, era schiavo di una famiglia benestante di Rhode Island, la famiglia Northup appunto. Al tempo gli schiavi prendevano il cognome dalla famiglia che servivano. Quanto Mintus morì, Solomon venne reso un uomo libero per volontà dei suoi proprietari e poté rimanere nell’ex fattoria di suo padre, crescendo come uomo libero (continuo a ripeterlo perché è un concetto non scontato), leggendo, studiando il violino, creandosi una cultura generale che fece di lui un ottimo musicista e un uomo colto. Dopo essersi sposato nel 1829 e aver generato due figli, Solomon e la sua famiglia si trasferirono a Saratoga Srings (New York). La storia narra di un uomo che tenta in ogni modo di elevare il suo rango sociale per garantire a sé e alla sua famiglia una vita degna e adeguata. Si dà da fare prestandosi ai più svariati lavori: allevatore, commerciante, cuoco, violinista. Probabilmente è proprio questa sua necessità di affermazione che lo spingerà in una trappola che gli segnerà per sempre l’esistenza.

Il film di Steve McQueen non prende le mosse da così lontano, anzi, ci troviamo già nel 1841 quando l’ingenuo Solomon viene accalappiato con un’esca dorata e scintillante, e con la promessa di un lavoro redditizio viene portato a Washington DC. Quel lavoro come violinista per una coppia di artisti però non lo svolgerà mai perché Solomon sarà una delle innumerevoli vittime di rapimenti. Quando si risveglierà, probabilmente dopo essere stato drogato da coloro che gli avevano promesso un futuro invitante, non è più Solomon Northup uomo libero, sposato con due figlie e residente a Satatoga Springs, New York, è Platt, uno schiavo, e come tale viene portato nello stato della Louisiana per essere venduto al miglior offerente. Questa diventerà la sua terra per i successivi 12 anni, passerà di padrone in padrone, senza la possibilità di dichiarare a voce alta la verità su sé stesso, costretto a celare il fatto di saper leggere e scrivere, pena violente frustate ed altre torture disumane. Dovrà annullare la sua personalità, obbedire a testa bassa e sopravvivere,

Sto sopravvivendo, non mi farò prendere dalla disperazione. Mi manterrò in salute finché non verrà l’occasione di riprendermi la mia libertà!” (Solomon Northup)

Ci viene mostrata la natura disumana dei padroni schiavisti del sud, anche se non tutti sono uomini così spregevoli come quelli che si nascondono dietro un passo estrapolato dalle Scritture per giustificare la loro malvagità e ignoranza. In alcune frasi dette da uno di essi, il terribile Edwin Epps (interpretato da Michael Fassbender), si comprende perfettamente perché tutta questa storia fosse sbagliata e assurda:

Un uomo fa quel che più gli piace con ciò che gli appartiene“, frase che Epps rivolge allo stesso Solomon riferendosi alla schiava Patsey.

La storia tragica e incredibile di Solomon vuole che dopo tutti quegli anni di silenzio riesca finalmente a contattare la moglie e informarla della sua situazione. Nel film sarà un certo Samuel Bass (breve ma intensa apparizione di Brad Pitt, qui anche nella veste di produttore) a permettere a Solomon di contattare i suoi cari. Dalle memorie sappiamo che la moglie di Solomon, che lo aveva dato per morto, dopo aver ricevuto la notizia sconvolgente dal rapimento e schiavizzazione del marito, contatta un avvocato (Henry Northup, si proprio di quei Northup) il quale scova una legge dello stato di New York del 1840 che gli permette di recarsi subito in Louisiana e liberare immediatamente quell’uomo libero schiavizzato. Solomon Northup sarà liberato nel 1853, stesso anno di pubblicazione del libro di memorie.

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Raffigurazione della diffusione dello schiavismo negli Stati Uniti (1789-1861)

Solomon però non si limiterà a far pubblicare un libro per denunciare i soprusi che lui e altre migliaia di persone hanno e stavano subendo, diventerà un attivista, sostenitore dell’abolizione della schiavitùnamibia-schiavi-herero e sembra che abbia anche contribuito alla liberazione di diverse persone private della libertà. Denuncerà i suoi rapitori ma allora nello Stato di New York vigeva una legge che impediva ad un uomo di colore di testimoniare contro un uomo bianco. Queste persone rimarranno impunite.

La forza e l’intensità del tema trattato sono innegabili, il film ci mostra verosimili scorci di violenza inaudita, di indifferenza e di odio ingiustificati. Ma se mi chiedete se il film rispecchia davvero questi sentimenti, bé la mia risposta nella più totale sincerità è “non ne sono sicura”.

Forse in parte è colpa mia, ho sentito così tanto parlare, e parlar bene di questo film, ho letto recensioni e commenti, tutti lusinghieri e positivi, senza tener conto che in pratica 12 anni schiavo è stato incoronato film dell’anno passato, che mi sono fatta un’idea personale di come avrebbe dovuto essere. Alla fine, come succede quasi sempre quando ci si crea una qualche aspettativa, la realtà è risultata peggiore rispetto alla fantasia. Ma questo è solo il mio gusto, in realtà la regia è davvero di ottimo livello e la manciata di super star che fanno anche solo brevi apparizioni non gusta ad alzare l’asticella. Merita tutti i premi che gli sono stati assegnati, ma non possono non chiedermi se forse non sarebbe stato possibile rendere l’immagine più cruda, avvicinarla ancora di più alla realtà senza alcun timore…mah! Di sicuro non sarà l’ultimo film del genere e sono pure curiosa di veder rappresentata sul grande schermo il resto della vita di Solomon, la sua lotta contro la schiavitù, la sua tenacia nel far punire coloro che lo hanno privato della libertà, vedremo! Non mi resta che aspettare…

Il tempismo perfetto per “Nella terra del sangue e del miele”film

Ieri sera stavo comodamente sdraiata sul divano quando, tra la noia generale, decido di guardare cosa propone Sky in prima serata. Con mia somma delusione iniziava la settima stagione di “Castle” e mia madre, che dire appassionata di tutte le serie TV di questo genere è dire poco, è andata letteralmente in brodo di giuggiole! Bene, buon per lei, io invece quello scrittore/detective non lo sopporto.

Prendo la mia copertina e mi dirigo al piano di sotto dove fortuna vuole che ci sia un altro decoder. Guardo la programmazione di Sky Cinema 1, danno “Nella terra del sangue e del miele” del 2011…

Io adoro guardare i film, li divoro praticamente, ma questo non lo avevo mai sentito! Ma…aspetta un momento! Si tratta forse dell’opera prima come regista di Angelina Jolie? Eh già, è proprio lui. In questi giorni in cui tanto si sente parlare del nuovo “Unbroken“, uscito nelle sale italiane appena qualche giorno fa, Sky decide di far vedere la sua prima creazione.

Avevo letto qualcosa in proposito ma il titolo non mi era rimasto per nulla impresso. In linea generale ricordavo solo l’ambientazione: la guerra nella ex Jugoslavia degli anni ’90. Prendo il cellulare e vado su Wikipedia, scopro che non solo la Jolie ne è la regista, ma è pure la sceneggiatrice! Brava!

Poi, come sovrappensiero, mi si affaccia nella mente un altro ricordo. Il giorno prima avevo letto alcune notizie su Twitter e c’era qualcosa relativo alla guerra nei Balcani…riprendo il cellulare. Eccola lì una notizia del ilPost: “In Croazia e Serbia non ci fu genocidio“.

“La Corte internazionale di giustizia dell’Aia (Paesi Bassi), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha respinto le accuse di genocidio che Serbia e Croazia si erano mosse a vicenda negli ultimi anni. Secondo i giudici che hanno analizzato il caso, nessuna delle due parti è stata in grado di produrre prove sufficienti per dimostrare con certezza l’esistenza di piani per compiere un genocidio, nell’ambito dei complicati e sanguinosi anni delle guerre in Jugoslavia nella prima metà degli anni Novanta.”

Ora, al di là delle opinioni personali che ognuno sicuramente si è fatto sulla questione, quello che qui intendo fare non è tanto un post di accusa o critica verso la decisione della Corte dell’Aia, e non è nemmeno un mio excursus personale sugli sviluppi di questa amara, indecente, sconvolgetene e sanguinosa vicenda europea della storia contemporanea, magari lo farò in futuro, ma non ora e non qui.

Quello di cui invece vorrei parlare è di quel film che Sky ha deciso di mandare in prima serata proprio ieri sera con un tempismo, devo dire, davvero straordinario!

3584392L’ambientazione è ormai chiara, la Jolie prende le mosse da pochi istanti prima dello scoppio del conflitto del 1992, vediamo due giovani in un locale in Bosnia. Sono belli, felici, si abbracciano, ballano e cantano insieme alla folla. Lui è Danijel un poliziotto bosniaco, lei è Ajla una pittrice mussulmana di 28 anni. Le loro razze – passatemi il termine, ma è esattamente quello che si percepisce durante il film, che sia voluto o meno dal regista – vivono in armonia, si dice. Ajla dice anche che lei è stata cresciuta senza vedere le differenze tra bosniaci, mussulmani o croati. Forse è davvero così perché sembra l’unica a non dare importanza alla diversità culturale, l’unica che rimane al di fuori dell’odio e della paura per ciò che sembra diverso. Questo almeno all’inizio…

La spensieratezza dei due ragazzi finisce troppo presto. Lo scoppio di una bomba, il fumo, il fuoco…è arrivata la guerra.

La Jolie è brava nel far vedere scene di vita comune di quegli anni: i poliziotti bosniaci che espropriano le abitazioni dei loro amici, colleghi, amanti mussulmani; le donne che vengono portate via per essere ridotte praticamente in schiavitù al servizio dei loro aguzzini; gli uomini che vengono fucilati in massa oppure vengono rinchiusi in campi di detenzione. I cecchini.

Quei due giovani si perdono, sono uno da un lato della barricata e una dall’altro, opposti ma legati, quasi due linee parallele che corrono sulla stessa distanza ma sono destinate a non incontrarsi mai.

Lei viene fatta schiava, la portano in un comando dove a capo c’è proprio lui, Danijel. Nonostante la terribile realtà circostante i due riescono a costruire un rapporto, mentendo e proteggendosi a vicenda.

Ovviamente la storia non è un idillio d’amore e non è nemmeno a lieto fine se è per quello. La protagonista qui si chiama guerra, loro due sono solo un pallido contorno.

Il film passa delle scene che mi hanno lasciato con il fiato mozzato, una in particolare. Lui entra nella stanza in cui la tiene segregata per portarle il pranzo. Ha qualcosa in mano nascosto sotto un fazzoletto, prima sorride e poi scopre il regalo: un pera verde grossa e succosa.

“Probabilmente l’ultima pera di tutta la Bosnia” le dice.

Ecco, inconsapevolmente ho visto l’entrata del supermercato dove vado di solito. Proprio all’inizio sono sistemati i banchi di frutta e verdura. Come in ogni supermercato che si rispetti ce ne sono molti e lì i colori, e qualche volta anche i profumi gradevoli, ti accolgono. Ajla si emoziona – letteralmente – davanti alla sua pera. Quella breve scena, guardando i suoi gesti mentre la morde e l’estasi dipinta sul suo viso dopo il morso, mi ha scombussolata.

Io che le pere nemmeno le guardo quando passo in mezzo a tutto quel ben di Dio a mia completa disposizione, io che lì posso prendere tutto quello che voglio basta pagarlo, noi che non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo.

Alti e bassi quindi in questo film. La trama in sé lascia un pochino a desiderare, non so se sia voluto o meno, ma le fatalità che si incontrano via via nel film sono incastrate alla perfezione, tutto funziona senza intoppi. Un pò troppo costruito forse.

La cosa che mi ha lasciata più perplessa però sono i dialoghi. Tutti i dialoghi. Privi di sostanza, di energia. Le emozioni forti non vengono dagli attori, vengono dalla scena. Non che loro non siano all’altezza (a proposito sono entrambi bosniaci, nati a Sarajevo: lei è Zana Marjarovic, lui è Goran Kosic), credo dipenda tutto dalla pochezza del discorso.

Così, un pò incerta sulla mia percezione, ho sbirciato qua e là e indovinate un pò? La Jolie il film l’ha girato in serbo! Quali siano state le sue intenzioni è abbastanza evidente, ciò che invece non aveva calcolato è stata l’accoglienza del pubblico americano. Se il suo intento – come io credo – era quello di rinfrescare la memoria all’uomo di oggi sulle atrocità e i massacri che sono stati compiuti in quelle terre dimenticate, non ha centrato il bersaglio, anzi…se possibile l’ha allontanato ancora di più.

In ogni caso ne consiglio la visione perché è sempre bene sapere cos’è accaduto a pochi km di distanza da qui.

Io sono nata nel 1987 e di questa guerra non ne ho mai saputo nulla. Ora, dopo questo film e le altre molteplici fonti in merito, ne so qualcosa in più.

Se vi va guardate “Resolution 819” di Giacomo Battiato, un dipinto che merita di essere visto.